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La
nota diffusa da Contropiano il 24 febbraio sugli avvenimenti in Libia (“Non
è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo”)
, è stata ripresa e discussa in moltissimi blog e testate
online. L’invio al quotidiano Il Manifesto non ha ottenuto
– al momento – la medesima attenzione.
Le osservazioni
che abbiamo avanzato, hanno ricevuto consensi ma anche alcune
critiche. In particolare le critiche sono arrivate da due
compagni degni di stima e con i quali abbiamo condiviso
– e continueremo a farlo - molte battaglie ed iniziative.
Enrico
Campofreda, si è detto niente
affatto convinto del conferimento a Gheddafi del ruolo di
difensore dell’anticolonialismo, non condividendo dunque
uno dei punti di partenza della nostra nota nella quale
invitavamo a “separare il giudizio su Gheddafi rispetto
alle cause e alle conseguenze degli eventi in corso”.
Gheddafi
è il prodotto delle contraddizioni del suo tempo
Non volendo
sfuggire alla questione posta – il giudizio su Gheddafi
– non si può non segnalare che nella sua traiettoria storica
e politica – inclusi i 41 anni di permanenza al potere che
abbiamo ritenuto troppi per “chiunque e comunque” – non
può che esserci un prima, un durante e un dopo.
Gheddafi,
comunque lo si voglia giudicare oggi, fa parte di quei leader
anticolonialisti che hanno scrollato dai paesi del terzo
mondo l’occupazione e l’egemonia delle potenze coloniali,
in modo particolare quella britannica e quella italiana
che proprio in Libia, come in Etiopia e nei Balcani, si
rese protagonista di crimini contro le popolazioni colonizzate.
Pochissimi
dei leader prodotti dal poderoso e decisivo movimento della
decolonizzazione hanno saputo reggere con coerenza alla
prova del tempo e alla corruzione del potere individuale.
Non solo. La frammentazione e la rissosità delle correnti
politiche protagoniste del movimento anticolonialista nel
mondo arabo (il nasserismo, i due filoni del Baath
siriano e iracheno, il “socialismo libico” della Jamayria),
hanno via via accentuato l’egocentrismo
politico e familistico dei vari leader (i raiss)
a scapito di una visione effettivamente progressista e panaraba
che consentisse di sconfiggere Israele e l’imperialismo
dominante – quello USA – e di avviare cambiamenti sociali
profondi nell’area.
Enrico
Campofreda invita – giustamente
– alla prudenza e ricorda che “infastidire gli USA non significa
essere rivoluzionari”. E’ un ragionamento che sul piano
della prospettiva della trasformazione sociale non fa una
piega e che deve sempre orientare la bussola di chi lotta
per cambiamenti sostanziali. Il problema con cui deve convivere
è che una esperienza che dà fastidio agli USA – nel quadro
del conflitto antimperialista globale – può essere più utile
di una che ne facilita l’egemonia. Ma anche su questo –
concordiamo con Enrico – stiamo parlando del passato, e
noi stessi, parlando di Gheddafi, abbiamo declinato la categoria
del combattente anticolonialista al passato (sottolineandone
anche la divaricazioni tra retorica e fatti concreti) e
non al presente , intendendo con esso l’ultimo decennio
in cui ha avviato il “disgelo” con l’imperialismo USA e
con quello riemergente delle potenze europee. Dentro questa
fase vanno collocati il Trattato con l’Unione Europea e
quello bilaterale con l’Italia, in cui Gheddafi ha agito
sulle due “grandi paure” dell’Europa: la vulnerabilità dei
rifornimenti energetici e le ondate migratorie. Su queste
paure tutte europee, Gheddafi ha strappato vantaggi anche
personali enormi e offerto garanzie da “cane da guardia”
alla tranquillità della metropoli europea.
Il controllo
feroce sulle rotte migratorie non ha mai commosso Washington,
ma l’indipendenza energetica dell’Europa e i tentativi dell’Unione
Europea di aumentare la propria influenza in Medio Oriente
e nel Mediterraneo Sud sono indiscutibilmente uno degli
incubi peggiori di tutte le amministrazioni USA dai primi
anni Novanta in poi.
Questo
aspetto, quello della competizione tra le varie potenze,
viene ritenuto un fattore non rilevante negli avvenimenti
in Libia da un altro compagno che ha mosso seri rilievi
alla nostra nota del 24 febbraio. Il compagno Kutaiba
Younis ha infatti replicato alle nostre tesi con grande rispetto
e grande garbo, ma leggendo le sue critiche ci sembra di
capire che non ne condivida quasi nulla .
Il compagno
Kutaiba contesta diversi aspetti della nostra valutazione.
Vediamo quali:
1.
Le condizioni economico/sociali della Libia sarebbero sì
migliori che in altri paesi arabi ma non certo sufficienti,
anzi sono peggiori di quanto si pensasse. Non abbiamo motivo
di dubitare di questa diagnosi, ma se guardiamo agli indicatori
ufficiali dell’ONU come l’Indice di Sviluppo Umano (un indicatore
socio-economico molto più affidabile del Pil pro-capite)
registriamo che la Libia è al 55° posto, la Tunisia al 98°,
l’Algeria al 108°, l’Egitto al 123°. I paesi attraversati
dalle rivolte popolari di questi mesi presentano obiettivamente
condizioni economico-sociali assai diverse tra loro. Nel
2008 questi paesi furono sconvolti dalle rivolte del pane
dovute all’aumento dei prezzi alimentari e ai diktat del
FMI ma la Libia no! Colpa solo di un apparato repressivo
più feroce di quello egiziano, algerino o tunisino oppure
condizioni economico-sociali e capacità di mediazione interna
superiori a quelle degli altri paesi?
La politica USA:
stabilità in Egitto, instabilità in Libia?
2.
Le valutazioni del corrispondente de La Stampa negli USA,
non sarebbero sufficienti per leggere una “diversità” nella
linea seguita dall’amministrazione statunitense nell’affrontare
le rivolte in Egitto e Tunisia da quella in Libia. Che Molinari
non ricavi le sue corrispondenze solo da internet e dai
giornali è evidente a tutti coloro che lo hanno letto o
ascoltato in questi anni. Le sue fonti dentro i vari ambiti
delle amministrazioni USA sono non solo “bene informate”
ma anche sempre molto funzionali alle esigenze strategiche
della Casa Bianca. La diversità di linea seguita dagli USA
nella crisi libica rispetto a quella in Egitto e Tunisia
è resa evidente non solo dall'enorme volume della manipolazione
mediatica messa in campo (sulla quale rinviamo all’ottimo
articolo di Marco Santopadre o
alle corrispondenze sul campo di quasi tutte le testate),
ma anche dalla straordinaria celerità con cui tutto l’apparato
ideologico, diplomatico (e tra poco militare) statunitense
ha ottenuto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
e le sanzioni contro la Libia. E’ una procedura che abbiamo
visto agire con la stessa efficacia solo nel caso dell’Iraq
e della Serbia, mai ovviamente nel caso di Israele e tantomeno
rispetto all’Egitto nonostante i morti anche lì fossero
centinaia. La linea degli Stati Uniti è chiarissima: in
Egitto - dove USA e Israele hanno bisogno della massima
stabilità - hanno sostituito un capo di stato con un altro
capo di stato che offre le stesse garanzie.
In Libia – dove hanno bisogno del massimo di instabilità
per complicare la vita alle potenze europee – gli USA si
stanno sbrigando a liquidare l’attuale capo di stato senza
troppe preoccupazioni sulla sua sostituzione. E forse proprio
questa diversità e questa fretta potrebbero essere il demone
che complicherà ancora una volta gli interessi statunitensi
nella regione (come già accaduto in Afghanistan e nel Golfo
Persico).
Gli equilibri
saltati hanno innescato la guerra civile
3.
Infine, ma non per importanza, l’altro punto di dissenso
del compagno Kutaiba è nella sostanza del conflitto. In Libia, a suo avviso
c’è una rivolta popolare e non una guerra civile. L’esatto
contrario di quanto da noi sostenuto. Su questo occorre
intendersi.
E’ chiaro che in moltissimi casi una rivolta popolare è
diventata anche una guerra civile. Come direbbe Marx,
le classi dominanti non cedono mai il potere se non dopo
aver combattuto con ogni mezzo per mantenerlo. Ma la differenza
tra gli eventi in Tunisia ed Egitto con quanto avvenuto
in Libia è evidente e non solo per le caratteristiche militari
del conflitto in corso. Il compagno Kutaiba
ritiene che questa differenza qualitativa dipenda dalla
violenza con cui il regime di Gheddafi ha risposto alle
prima manifestazioni di protesta. I dati ci dicono che –
per quanto brutale – non è accaduto molto di diverso da
quanto era avvenuto in Egitto, ma in quel caso le forze
armate non si sono spaccate verticalmente come avvenuto
rapidamente in Libia dove si è avviata immediatamente una
escalation dello scontro sul piano prettamente militare.
La colpa è - come afferma Kutaiba
- del risentimento dell’esercito libico verso i reparti
presidenziali di Gheddafi che assorbivano la gran parte
delle risorse destinate alla sicurezza? O anche delle discriminazioni
e maltrattamenti a cui era sottoposta la parte orientale
del paese (la Cirenaica) rispetto alla Tripolitania punto
di tenuta di Gheddafi? Probabilmente sì, ma ciò sarebbe
la conferma e non la smentita di una rottura nel gruppo
dirigente libico dovuta alla deflagrazione dell’equilibrio
tribale e clanistico esistente
fino a qualche anno fa, una deflagrazione alla quale non
sono estranee le liberalizzazioni economiche introdotte
nell’ultimo decennio (quelle del riavvicinamento agli USA
e all’Unione Europea) e il lavorìo
dei gruppi dell’intelligence statunitense e britannica che
– a quanto sembra – hanno già sul campo e proprio in Cirenaica
dei consiglieri militari operativi.
Uno scenario più
simile alla Jugoslavia che all’Egitto
Obiettivamente lo scenario che abbiamo davanti agli occhi
in Libia, somiglia in tantissimi aspetti molto più a quello
della frantumazione “pilotata” della Jugoslavia che alle
rivolte popolari che abbiamo visto in Tunisia ed Egitto.
L’intervento militare statunitense ed europeo nel conflitto
tramite la NATO, ne saranno la conferma e la differenza
al tempo stesso.
Ciò non significa che intendiamo augurare lunga vita al
Colonnello, anzi è auspicabile che – diversamente da Ben
Alì e Mubarak fuggiti all’estero – scelga di morire nel
suo paese dentro questo drammatico crepuscolo di storia.
Vogliamo solo augurarci che, se ha ragione Kutaiba,
chi sostituirà Gheddafi non sia una testa di paglia dell’imperialismo,
più prevedibile e allineata di quanto lo sia stato il Colonnello.
Le esperienze che abbiamo visto concretamente in Iraq, Serbia,
Panama, Somalia, Afghanistan dovranno pure averci insegnato
qualcosa! Eppure anche in questa occasione, una certa subalternità
al mainstream mediatico e una
lettura molto superficiale della realtà, stanno producendo
attenzione , polemiche e mobilitazione – anche a sinistra
– sulla Libia e stanno facendo perdere di vista sia gli
sviluppi delle rivolte popolari avvenute negli altri paesi
del Medio Oriente sia la questione ancora dirimente della
occupazione coloniale israeliana della Palestina.
Diversamente vogliamo augurarci che il vento di rivolta
che ha sconvolto la mappa politica del Medio Oriente non
si arresti affatto e crei i presupposti per rendere ancora
più profonda la crisi dentro cui si stanno dibattendo le
potenze imperialiste e Israele. Queste ultime cercheranno
con ogni mezzo di spingere gli avvenimenti in una direzione
che salvaguardi i loro interessi strategici. I popoli del
Medio Oriente che stanno rivendicando una vera democratizzazione
delle loro società, dovranno essere sostenuti per spingere
gli eventi in una direzione esattamente opposta. Il vero
discrimine torna ad essere questo, come sempre del resto.
* www.contropiano.org
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