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Riprendiamo dal sito www.resistenze.org
che ha pubblicato questo capitolo, su gentile concessione
dell'autore:
Vincenzo De Robertis, A. Gramsci e l’Unità
d’Italia
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Capitolo IV
I primi decenni
del secolo XIX presentano la realtà italiana come
caratterizzata, sotto il profilo economico, da una
prevalenza delle attività agricole su quelle manifatturiere
e da una forte presenza della rendita parassitaria
nelle attività produttive.
Sotto un profilo
politico oggettivo la questione centrale è quella
dell’unificazione territoriale delle varie realtà
della penisola in un unico e nuovo Stato che consenta
lo sviluppo economico della borghesia e, collegato
ad essa, la questione dell’assetto istituzionale
di questa nuova realtà statuale.
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Soggettivamente,
però, il tema centrale di battaglie e moti, che in questo
periodo agitano i vari Stati e staterelli
della penisola, è solo quello della limitazione del potere
assolutistico dei vari sovrani e governanti attraverso l’introduzione
di Costituzioni e Statuti che sanciscano quei diritti fondamentali
dell’uomo, sempre più riconosciuto come cittadino
e sempre meno visto come suddito, di cui la Rivoluzione
francese e Napoleone si erano fatti vessillo su tutto il
Continente.
I moti del
1820-31 partono dal Sud, dal Regno delle due Sicilie,
dove il 1° luglio del 1820 un moto “preparato da pochi,
voluto da tutti” (come si scrisse all’epoca) ottenuta l’adesione
massiccia dell’esercito, impone al Re Ferdinando I la Costituzione
spagnola del 1812, non senza qualche resistenza ed opposizione
delle componenti separatiste ed indipendentiste siciliane.
Qualche mese più tardi un analogo moto viene preparato nel
lombardo-veneto, ma i congiurati
vengono arrestati prima di passare all’azione (fra essi
S. Pellico e P. Maroncelli).
Subito dopo
in Piemonte, dove la monarchia sabauda (Vittorio Emanuele
I), re-insediatasi sul trono con la Restaurazione, aveva
cancellato quasi tutte le riforme del periodo napoleonico,
nella notte fra il 9 e 10 marzo del 1821 con l’ammutinamento
della guarnigione di Alessandria si avvia il moto cospirativo
che, oltre alla rivendicazione costituzionale (lo Statuto),
fa appello alla monarchia perchè
muova guerra all’Austria, facendo leva sulle mire espansionistiche
della Casa Reale, per giungere, così, alla costituzione
di un Regno costituzionale nel Nord Italia.
Gli insorti
saranno sconfitti l’8 aprile del ’21 a Novara dal generale
lealista De la Tour, che, appoggiato dagli austriaci, due
giorni più tardi entrerà a Torino, dopo che il reggente
Carlo Alberto prima aveva promesso la promulgazione di una
Carta Costituzionale e poi si era rimangiato la parola.
Questo atteggiamento
oscillante verso le riforme liberali da parte della casa
regnante sabauda, a cui si accompagna l’ostilità aperta
al liberalismo di buona parte dell’aristocrazia di corte
che, invece, in più di un’occasione simpatizza apertamente
per l’Austria, sarà una caratteristica costante nella politica
piemontese fino a Cavour.
L’ultimo sussulto
insurrezionale di questo periodo si ha con la cosiddetta
“congiura estense”, che a febbraio del 1831 vede la creazione
di governi provvisori, liberali, a Bologna, Modena e Parma,
dopo la fuga del duca di Modena, Francesco IV, che pure
aveva intrattenuto rapporti segreti con i carbonari, e di
Maria Luisa di Parma. La congiura si conclude con la repressione
violenta degli insorti ad opera dell’esercito austriaco,
intervenuto a sostegno dei regnanti fuggiti, e l’impiccagione
del patriota Ciro Menotti, organizzatore della sommossa,
e del notaio Vincenzo Borelli, colpevole di aver
stilato l’atto che proclamava decaduto Francesco IV.
Questi primi
passi del processo risorgimentale sono caratterizzati, schematicamente,
dalla natura elitaria dei movimenti, composti prevalentemente
da aristocratici illuminati e che, il più delle volte, vedono
come protagonista l’esercito, a Napoli ben strutturato dopo
l’esperienza murattiana, in Piemonte
interessato all’espansione territoriale del regno.
Scopo principale
di queste prime battaglie è quello, come si è detto sopra,
di temperare i regimi assolutistici con la promulgazione
di norme costituzionali, mentre scarsamente presente è ancora
l’obbiettivo dell’unificazione nazionale. L’esercito austriaco
resta il gendarme operativo nella Penisola per dare sostegno
ai traballanti regimi reazionari.
La struttura
organizzativa cospirativa, elitaria e minoritaria (come
del resto tutto il movimento in questa fase), fa capo alla
Massoneria, già veicolo in Europa delle idee illuministiche
e liberaleggianti nel secolo XVIII.
In questo periodo
la Massoneria, che in Italia si chiama Carboneria, non riesce
ancora a strutturare in maniera unitaria, a livello nazionale,
tutte le varie sette territoriali e tutto il movimento in
sviluppo. Di essa Gramsci dice:
[…] Si può
osservare: 1°) che la molteplicità delle sètte, dei programmi
e dei metodi, oltre all’essere dovuta al carattere clandestino
del movimento settario, è certamente dovuta anche alla primitività
del movimento stesso, cioè all’assenza di tradizioni forti
e radicate, e quindi all’assenza di un organismo «centrale»
saldo e con indirizzo fermo…[1]
Nonostante
ciò, il movimento, già in questa prima fase, possiede un
suo sincronismo su tutto il territorio nazionale ed il Sud
fa da detonatore.
[…] Ciò che
nel periodo del Risorgimento è specialmente notevole è il
fatto che nelle crisi politiche, il Sud ha l’iniziativa
dell’azione: 1799 Napoli, 20-21 Palermo, 47 Messina e la
Sicilia, 47-48 Sicilia e Napoli. Altro fatto notevole è
l’aspetto particolare che ogni movimento assume nell’Italia
Centrale, come una via di mezzo tra Nord e Sud: il periodo
delle iniziative popolari (relative) va dal 1815 al 1849
e culmina in Toscana e negli Stati del Papa (la Romagna
e la Lunigiana occorre sempre considerarle come appartenenti
al Centro)….
Questo relativo
sincronismo e simultaneità mostra l’esistenza già dopo il
1815 di una struttura economico-politica relativamente omogenea,
da una parte, e dall’altra mostra come nei periodi di crisi
sia la parte più debole e periferica a reagire per la prima….[2]
I ripetuti
fallimenti dei moti carbonari degli anni 20-30, la loro
dimensione localistica e provinciale, la crescita economica
della borghesia italiana e la partecipazione di strati sempre
più ampi di “popolo” alle ribellioni ed alle rivolte, non
potevano che determinare la crisi della Carboneria e dei
metodi cospirativi elitari, che essa praticava.
La nascita
della Giovine Italia ad opera di Giuseppe Mazzini
fu uno degli esiti di questa crisi. L’allargamento del target
di interlocuzione della nuova organizzazione rivoluzionaria,
giovani studenti e intellettuali, rispetto all’esercito
ed a singoli esponenti dell’aristocrazia illuminata; il
carattere nazionale della struttura organizzativa, rispetto
ad un’impostazione localistica; l’attività politica pubblica
rivolta apertamente, attraverso i giornali, al “popolo”,
vero protagonista del cambiamento attraverso l’insurrezione,
invece di un’azione cospirativa segreta condotta da singoli
individui; questi, schematicamente, le principali differenze
organizzative con la Carboneria.
Tuttavia,
è sul programma politico che si registrano le principali
novità: Unità del territorio nazionale, Indipendenza
dall’Austria e Repubblica come forma istituzionale
del nuovo Stato da conquistare; ecco i dogmi della fede
mazziniana, intrisa di misticismo, concepita in unità con
un’azione politica da vivere come “missione morale” e nutrita
da una coerenza, quasi ossessiva, fra “pensiero ed azione”.
Le repressioni
antidemocratiche, a cui non si sottrae la monarchia sabauda,
e gli insuccessi dei primi moti mazziniani, fra cui va ricordato
il tentativo insurrezionale dei Fratelli Bandiera
conclusosi con la fucilazione a Cosenza dei patrioti, determinano
la crescita delle varie espressioni del cosiddetto liberalismo
moderato.
Queste correnti
erano accomunate dal rifiuto di ricorrere ai metodi violenti
propugnati dal Mazzini per raggiungere, invece, quello stesso
obbiettivo della costituzione dello stato nazionale unitario,
garante dei diritti che il liberalismo propugnava, attraverso
le riforme di governi illuminati e di prìncipi solidali al progetto dell’unificazione nazionale.
Il rappresentante
più illustre di questa corrente moderata fu l’abate V. Gioberti, autore dell’opera Del primato morale e civile
degli italiani, pubblicata nel ’43, accomunato al Mazzini
dalla missione storica che attribuiva popolo italiano, ma
che a differenza di quello, pensava potersi realizzare sotto
la guida del Papato.
[…] Mazzini-Gioberti cercano di innestare il moto nazionale nella
tradizione cosmopolitica, di creare il mito di una missione
dell’Italia rinata in una nuova Cosmopoli europea e mondiale,
ma si tratta di un mito verbale e retorico, fondato sul
passato e non sulle condizioni del presente, già formate
o in processo di sviluppo… [3]
L’altra componente
del moderatismo ante-’48, in lotta
aperta con il democraticismo mazziniano, è quella di Cesare
Balbo, aristocratico reazionario della Corte sabauda che
propone, come Gioberti, di pervenire
all’unità attraverso la realizzazione di una Confederazione
fra gli stati italiani, ma a differenza di quello che la
immaginava guidata dal Papa, Balbo inizia a realizzarla
con una Lega doganale a guida piemontese.
[…] La lega
doganale, promossa da Cesare Balbo e stretta a Torino il
3 novembre 1847 dai tre rappresentanti del Piemonte, della
Toscana e dello Stato pontificio, doveva preludere alla
costituzione della Confederazione politica che poi fu disdetta
dallo stesso Balbo: facendo abortire anche la lega doganale.
La Confederazione era desiderata dagli Stati minori italiani;
i reazionari piemontesi (fra cui il Balbo) credendo ormai
assicurata l’espansione territoriale del Piemonte, non volevano
pregiudicarla con legami che l’avrebbero ostacolata (il
Balbo nelle Speranze d’Italia aveva sostenuto che
la Confederazione era impossibile finché una parte d’Italia
fosse stata in mano agli stranieri!?) e disdissero la Confederazione
dicendo che le leghe si stringono prima o dopo le guerre
(!?): la Confederazione fu respinta nel 48, nei primi mesi
(confrontare).
Gioberti, con altri, vedevano nella Confederazione
politica e doganale, stretta anche durante la guerra, la
necessaria premessa per rendere possibile l’attuazione del
motto «l’Italia farà da sé».
Questa politica
infida nei rapporti della Confederazione, con le altre direttive
altrettanto fallaci a proposito dei volontari e della Costituente,
mostra che il moto del 48 fallì per gli intrighi furbescamente
meschini dei destri, che furono i moderati del periodo successivo.
Essi non seppero dare un indirizzo, né politico né militare,
al moto nazionale.[4]
Ma la soluzione
federalistica del problema dell’unità nazionale non è un
patrimonio solo dei moderati alla Gioberti
o dei reazionari “municipalisti” alla Balbo; essa è sostenuta
anche da correnti democratico-repubblicane, come quella di Carlo Cattaneo e
Giuseppe Ferrari a Milano, che esprimono gli interessi della
nascente borghesia industriale lombarda, più evoluta di
quella piemontese, che mal tollera l’egemonia del Regno
sabaudo:
[…] Il federalismo
di Ferrari-Cattaneo. Fu l’impostazione
politico-storica delle contraddizioni esistenti tra il Piemonte
e la Lombardia.
La Lombardia
non voleva essere annessa, come una provincia, al Piemonte:
era più progredita, intellettualmente, politicamente, economicamente,
del Piemonte. Aveva fatto, con forze e mezzi propri, la
sua rivoluzione democratica con le cinque giornate: era,
forse, più italiana del Piemonte, nel senso che rappresentava
l’Italia meglio del Piemonte. Che il Cattaneo presentasse
il federalismo come immanente in tutta la storia italiana
non è altro che elemento ideologico, mitico, per rafforzare
il programma politico attuale. ...
E Risorgimento
è uno svolgimento storico complesso e contraddittorio che
risulta integrale da tutti i suoi elementi antitetici, dai
suoi protagonisti e dai suoi antagonisti, dalle loro lotte,
dalle modificazioni reciproche che le lotte stesse determinano
e anche dalla funzione delle forze passive e latenti come
le grandi masse agricole, oltre, naturalmente, la funzione
eminente dei rapporti internazionali.[5]
Il 1848 è l’anno
in cui in Europa scoppiano con più fragore le contraddizioni
covate negli anni precedenti e l’Ancien regime vacilla
pericolosamente, preannunciando il crollo definitivo che
si verificherà negli anni successivi con la nascita di Stati
nazionali costituzionali.
In Italia la
scintilla dei moti insurrezionali del ’48 scoppia ancora
una volta nel Sud a Palermo e si estende subito nel napoletano,
costringendo Ferdinando II di Borbone a concedere il 29
gennaio del 1848 una costituzione sul modello di quella
francese del ’30, nonostante che in un primo momento avesse
invocato l’intervento delle truppe austriache, senza successo,
però, per il rifiuto di Pio IX di farle passare sul proprio
territorio. Leopoldo II, Carlo Alberto e Pio IX seguono
a breve il re Borbone.
A proposito
di Pio IX, Gramsci scrive:
[…] Che il
liberalismo sia riuscito a creare la forza cattolico-liberale
e a ottenere che lo stesso Pio IX si ponesse, sia pure per
poco, nel terreno del liberalismo (quanto fu sufficiente
per disgregare l’apparato politico cattolico e togliergli
la fiducia in se stesso) fu il capolavoro politico del Risorgimento
e uno dei punti più importanti di risoluzione dei vecchi
nodi che avevano impedito fino allora di pensare concretamente
alla possibilità di uno Stato unitario italiano.[6]
Ma è nel Lombardo-Veneto ed in particolare a Milano, dove lo scontro
diretto con l’Austria diventa inevitabile, che si realizza
il banco di prova per testare la validità delle teorie politiche
sulla realizzazione dell’unità nazionale e sui vari “partiti”
che le sostengono.
Il 17 marzo
un’insurrezione a Venezia proclama la Repubblica con a capo
i patrioti Niccolò Tommaseo e Daniele Manin, precedentemente liberati dal carcere.
Il giorno dopo, il 18 marzo, è la volta di Milano, che dopo
cinque giornate di combattimenti, caccia dalla città le
truppe del generale Radetsky. Come a Parigi, il contributo degli operai all’insurrezione
è notevole:
“La maggior
parte degli uccisi, annota ancora il Cattaneo, doveva ben
essere tra gli operai; le barricate e gli operai vanno insieme
come cavallo e cavaliere”. [7]
Il Consiglio
di guerra che guida la sommossa è diretto dai democratici-federalisti
di Carlo Cattaneo, nonostante che gli stessi avessero frenato
lo scoppio della rivolta, temendo di esporre la città, poco
armata e poco difesa, alla repressione di generali austriaci
feroci e temendo, anche, che un intervento piemontese vincente
avrebbe soffocato le ambizioni indipendentiste e autonomiste
dei milanesi.
L’aristocrazia
milanese, che fino a qualche giorno prima aveva ossequiato
gli austriaci, attraverso il Governo provvisorio sollecita
ora l’intervento armato contro l’Austria da parte di Carlo
Alberto, che per suo conto già coltivava, insieme con i
reazionari del cosiddetto partito “municipalista”, il disegno
di un allargamento del regno nel Lombardo-Veneto,
ma temeva che l’egemonia dei federalisti-repubblicani
sulla rivolta in atto ne pregiudicasse il raggiungimento.
L’intervento
piemontese caccia definitivamente gli austriaci, che si
rinchiudono nel cosiddetto “quadrilatero” (le fortezze di
Verona, Legnago, Peschiera e Mantova) e suscita entusiasmi
in tutti gli stati della penisola. Accorrono volontari da
tutte le parti e per effetto della Lega promossa da Balbo,
lo Stato Pontificio, il Gran Ducato toscano ed il Regno
dei Borboni mandano truppe a sostegno
della guerra anti-austriaca.
La conduzione
politico-militare della guerra da parte dei piemontesi è
fallimentare. La “piemontesizzazione”
delle prime vittorie ed il contestuale esautoramento della
Lega, favoriscono il ritiro dal conflitto degli Stati fino
a quel momento alleati. Pio IX e Ferdinando II revocano
le Costituzioni poco prima concesse nei loro Stati.
Anche sotto
il profilo più propriamente tecnico-militare, il rifiuto
preconcetto dei generali piemontesi di coordinare all’esercito
regolare i volontari accorsi e la lentezza di movimento
delle truppe, che favorisce l’arrivo di rinforzi per l’esercito
austriaco, portano alla grave sconfitta di Custoza,
dove vengono sbaragliate le truppe sabaude il 23-25 luglio
1848. Dopo aver promesso la sua difesa, Milano viene vergognosamente
abbandonata alla vendetta dei vincitori.
[…] Il fallimento
della guerra regia ed il naufragio dell’ ipotesi moderata
e neo-guelfa aprono la strada ad un impetuoso ritorno dell’iniziativa
democratica mazziniana della “guerra di popolo”. Alla Repubblica
di Venezia guidata da Manin, si aggiungono il Granducato
di Toscana….e Roma dove…si
era costituita la repubblica retta da G.Mazzini, C.Armellini ed A.Saffi [8]
Di fronte alla
possibile concretizzazione del disegno di uno Stato unico
democratico nell’Italia centrale, il Governo sabaudo, dopo
un iniziale tentativo di Gioberti di offrire aiuto a Pio IX e Leopoldo II, si decide
a dichiarare nuovamente guerra all’Austria (Governo Chiodo-Rattazzi).
Questa volta
Carlo Alberto subisce a Novara il 23 marzo 1849 un’altra
pesante sconfitta, che lo costringe all’abdicazione in favore
di V.Emanuele II. La reazione
austriaca riporta il Granduca in Toscana, mentre un esercito
francese, sceso in Italia in aiuto al Papa, costringe alla
resa la Repubblica Romana dopo una difesa eroica condotta
dai volontari sotto la guida di Garibaldi.
Il 1848 rappresenta
un po’ la fase terminale dell’onda lunga che, considerata
in maniera unitaria, dalla Rivoluzione francese del 1789
si protrae fino al 1870, assumendo, dopo il 1815, più la
caratteristica di rivoluzione passiva-guerra di posizione, che quella di rivoluzione attiva-guerra di movimento come era stato fino ad allora.
[…] Il rapporto
«rivoluzione passiva - guerra di posizione» nel Risorgimento
italiano può essere studiato anche in altri aspetti. Importantissimo
quello che si può chiamare del «personale» e l’altro della
«radunata rivoluzionaria». Quello del «personale» può essere
appunto paragonato a quanto si verificò nella guerra mondiale
nel rapporto tra ufficiali di carriera e ufficiali di complemento
da una parte e tra soldati di leva e volontari-arditi dall’altra.
Gli ufficiali di carriera corrisposero nel Risorgimento
ai partiti politici regolari, organici, tradizionali, ecc.,
che al momento dell’azione (1848) si dimostrarono inetti
o quasi e furono nel 1848-49 soverchiati dall’ondata popolare-mazziniana-democratica,
ondata caotica, disordinata, «estemporanca»
per così dire, ma che tuttavia, al seguito di capi improvvisati
o quasi (in ogni caso non di formazioni precostituite come
era il partito moderato) ottennero successi indubbiamente
maggiori di quelli ottenuti dai moderati: la Repubblica
romana e Venezia mostrarono una forza di resistenza molto
notevole. Nel periodo dopo il 48 il rapporto tra le due
forze, quella regolare e quella «carismatica» si organizzò
intorno a Cavour e Garibaldi e diede il massimo risultato,
sebbene questo risultato fosse poi incamerato dal Cavour.
Questo aspetto
è connesso all’altro, della «radunata». È da osservare che
la difficoltà tecnica contro cui andarono sempre a spezzarsi
le iniziative mazziniane fu quella appunto della «radunata
rivoluzionaria». Sarebbe interessante, da questo punto di
vista, studiare il tentativo di invadere la Savoia col Ramorino,
poi quello dei fratelli Bandiera, del Pisacane ecc., paragonato
con la situazione che si offrì a Mazzini nel 48 a Milano
e nel 49 Roma e che egli non ebbe la capacità di organizzare.
Questi tentativi di pochi non potevano non essere schiacciati
in germe, perché sarebbe stato maraviglioso
che le forze reazionarie, che erano concentrate e potevano
operare liberamente (cioè non trovavano nessuna opposizione
in larghi movimenti della popolazione) non schiacciassero
le iniziative tipo Ramorino, Pisacane,
Bandiera, anche se queste fossero state preparate meglio
di quanto furono in realtà. Nel secondo periodo (1859-60)
la radunata rivoluzionaria, come fu quella dei Mille di
Garibaldi, fu resa possibile dal fatto che Garibaldi si
innestava nelle forze statali piemontesi prima e poi che
la flotta inglese protesse di fatto lo sbarco di Marsala,
la presa di Palermo, e sterilizzò la flotta borbonica. A
Milano dopo le cinque giornate, a Roma repubblicana, Mazzini
avrebbe avuto la possibilità di costituire piazze d’armi
per radunate organiche, ma non si propose di farlo, onde
il suo conflitto con Garibaldi a Roma e la sua inutilizzazione
a Milano di fronte a Cattaneo e al gruppo democratico milanese.
[9]
In Italia il
biennio 1848-9 è il periodo in cui i moti insurrezionali
su tutto il territorio, se è vero che non ottengono il risultato
di costituire una nuova realtà, scuotono, però, dalle fondamenta
l’assetto istituzionale di stati e staterelli, semplificano il quadro politico complessivo e
pongono al centro del dibattito e dell’agenda politica la
questione dell’unificazione territoriale.
[…] Mi pare
che gli avvenimenti degli anni 1848-49, data la loro spontaneità,
possano essere considerati come tipici per lo studio delle
forze sociali e politiche della nazione italiana. Troviamo
in quegli anni alcune formazioni fondamentali: i reazionari
moderati, municipalisti –, i neoguelfi - democrazia cattolica
–, e il partito d’azione - democrazia liberale di sinistra
borghese nazionale –. Le tre forze sono in lotta fra loro
e tutte e tre sono successivamente sconfitte nel corso dei
due anni. Dopo la sconfitta avviene una riorganizzazione
delle forze verso destra dopo un processo interno in ognuno
dei gruppi di chiarificazione e scissione. La sconfitta
più grave è quella dei neoguelfi, che muoiono come democrazia
cattolica e si riorganizzano come elementi sociali borghesi
della campagna e della città insieme ai reazionari costituendo
la nuova forza di destra liberale conservatrice.[10]
Il biennio
1848-9 rappresenta uno di quei momenti, come se ne presenteranno
anche in seguito, in cui il popolo italiano si trova unito
a risolvere un problema comune. Dalla comune esperienza
maturano delle riflessioni:
[…] Dopo il
1848 una critica dei metodi precedenti al fallimento fu
fatta solo dai moderati e infatti tutto il movimento moderato
si rinnovò, il neoguelfismo fu liquidato, uomini nuovi occuparono
i primi posti di direzione. Nessuna autocritica invece da
parte del mazzinianismo oppure
autocritica liquidatrice, nel senso che molti elementi abbandonarono
Mazzini e formarono l’ala sinistra del partito piemontese;
unico tentativo «ortodosso», cioè dall’interno, furono i
saggi del Pisacane, che però non divennero mai piattaforma
di una nuova politica organica e ciò nonostante che il Mazzini
stesso riconoscesse che il Pisacane aveva una «concezione
strategica» della Rivoluzione nazionale italiana.[11]
[1]
A.Gramsci, Quaderni del
carcere. Edizione critica a cura di V. Gerratana.
Ed.Einaudi 1975 pag.1997
[2]
A.Gramsci, Op.cit. pag.2037
[3]
A.Gramsci, Op.cit. pag.1988
[4]
A.Gramsci, Op.cit. pagg.2061-2
[5]
A.Gramsci, Op.cit. pag.961
[6]
A.Gramsci, Op.cit. pag.1164
[7]
P.Ortoleva e M.Revelli,Storia dell’Età Contemporanea.Ed scolastiche Bruno Mondatori. Milano
1988. pag.118
[8]
P.Ortoleva e M.Revelli,Op.cit. pag.119
[9]
A.Gramsci, Op.cit. pag.1772
[10]
A.Gramsci, Op.cit. pag.944
[11]A.Gramsci, Op.cit. pag.1769
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