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Una analisi di Ilvo Diamanti sul “fattore coalizione”
apparsa lunedì 28 Febbraio sulle colonne di “Repubblica”
e l'esito delle primarie per il candidato del centrosinistra
al comune di Torino che hanno fatto registrare un'alta percentuale
di votanti (superiore a quella verificatasi in analoghe
circostanze, qualche settimana fa, a Napoli e Milano) possono
rappresentare due interessanti elementi di discussione,
intorno ai temi della modificazione in corso nella qualità
dell'agire politico da parte dei partiti e, nello stesso
tempo, sulla percezione che settori di militanti e di elettori
ricavano proprio da questo cambiamento.
Si sta consolidando, infatti, in particolare sul versante
del centrosinistra un mutamento di fondo nel rapporto tra
strutture politiche, opinione pubblica, orientamenti di
voto.
Un mutamento che si colloca al di là della generica
constatazione del “distacco” tra politica e
società, così come questo è stato denunciato
dalla vulgata corrente nel corso di questi anni, e della
trasformazione dei partiti, così come questa si è
realizzata almeno a partire dall'avvio della lunga “transizione
italiana” a cavallo degli anni'90, dovuta alla caduta
del muro di Berlino, alla necessità di applicare
il trattato di Maastricht, a “Tangentopoli”,
alla modifica del sistema elettorale avvenuta – è
bene sempre ricordarlo – per via referendaria .
Una via, quella referendaria, ci sia consentito affermarlo
per l'ennesima volta del tutto surrettizia, perché
il suo utilizzo, nella fattispecie, ha imposto una “torsione”
decisiva al sistema spostandolo sul terreno ritenuto, forzatamente,
prioritario della governabilità quale fine considerato
esaustivo dell'azione politica e mettendo in secondo piano
quello della “rappresentatività”.
A questo modo si sono così poste le premesse per
l'affermazione di quella “Costituzione materiale”
oggi invocata per affermare una presunta supremazia dell'
“unto del signore” non solo rispetto al ruolo
del Parlamento, ma anche rispetto alla “classica”
divisione dei poteri , alla stessa Costituzione Repubblicana,
al ruolo dello stesso Presidente della Repubblica.
Andando per ordine: l'analisi di Diamanti individua una
volontà forte, espressa in particolare da elettori
del centrosinistra da tempo delusi, emarginati, tentati
dall'astensione, di votare, anziché un partito una
coalizione ( nell'articolo si accenna al fatto che : i partiti
di opposizione riescono ad essere competitivi quando si
presentano in “coalizione”. Se interpretano,
cioè, le elezioni in modo “semi” maggioritario);
l'esito delle “primarie” del centrosinistra
a Torino dovrebbe, invece, dimostrare come sia forte la
volontà di partecipare soprattutto, ed essenzialmente,
alla funzione di “governo” in luogo della articolazione
della rappresentanza politica (una funzione di “governo”
oltretutto rivolta ad una figura monocratica, con specifici
poteri, come nel caso di un Sindaco eletto direttamente
dai cittadini).
Sulla base di questa analisi i partiti oggi risulterebbero
basati su di un “mix” di tre elementi: la personalizzazione
della politica, il prevalere del principio ( e dell'obiettivo)
della governabilità, la riduzione del confronto politico
ad un profilo di semplificazione diremmo di tipo “bipolare”.
Escludendo così la partecipazione di base e il concorso
degli iscritti alla costruzione degli organismi dirigenti
(questo avviene anche, e in particolare, a sinistra, laddove
la “costituzione materiale appare già imperante
da tempo: nell'ultimo congresso di SeL non era consentito
presentare mozioni alternative; nel congresso della FdS
i delegati sono stati nominati “dall'alto”).
Emerge, così, l'ennesima anomalia italiana (una
anomalia molto diversa da quella che si registrava quando
nel nostro Paese agiva il più grande partito comunista
d'Occidente, impedito ad accedere al governo da una tacita
ma ben operante “conventio ad excludendum”):
l'elettore risponde al profilo bipolare con un forte coinvolgimento
sul terreno della personalizzazione della politica, nello
stesso momento in cui le forze politiche se ne allontanano
(è nato il “terzo polo”; a sinistra ci
sono forti incertezze sullo schema di alleanze e le “primarie”
sono invocate da chi pensa, non tanto proprio al profilo
bipolare, ma soprattutto a “sparigliare” il
proprio campo).
Insomma: personalizzazione e bipolarismo che pareva dovessero
fondersi in una sola proposta politica, adesso tendono a
divaricarsi e a contrapporsi nell'azione delle forze politiche
e nel rapporto che queste cercando di stabilire con l'elettorato,
al riguardo del quale sempre meno agisce la forza di un
soggetto intermedio, un partito radicato sul territorio.
Questo dato pone un interrogativo di fondo, quello relativo
alla costruzione di un impianto coalizionale coerente con
le aspettative di larga parte dell'elettorato, tenendo conto
della necessità di presentare programmi adeguati
e non rischiare di finire nella fossa delle contraddizioni
operative e del confronto stridente tra personalità.
Se, a destra, è possibile colmare questo divario
che è andato formandosi attraverso la leadership
personale che rappresenta il punto più efficace di
saldatura in quell'ambito, a sinistra le cose si fanno più
complicate: a patto che non si voglia tentare, come pure
pare qualcuno intenda fare, di muoversi proprio sul terreno
dell'avversario.
Tutto ciò avviene in un quadro reso ulteriormente
complicato dalla crisi economica, che porta a contrapposizioni
molto forti non riducibili all'interno di una omogeneizzazione
sociale fondata, semplicisticamente, sull'individualismo
consumistico e sull'adesione complessiva al liberismo, in
una fase di abbassamento complessivo del tenore di vita
per grandi masse di cittadini ( teniamo fuori da questo
punti di analisi tantissime altre questioni pur tutte decisive,
in particolare in riferimento al ruolo dello Stato, dell'Europa
e della politica internazionale).
Per quel che riguarda i soggetti politici esistenti appare
evidente che PD e SeL saranno costretti ad adeguarsi a questa
omogeneizzazione nei rapporti sociali (scontando anche evidenti
contraddizioni, ad esempio, sui temi etici vista l'articolazione
culturale delle loro rispettive basi di riferimento) andando
ad una alleanza fondata (come sta accadendo già nelle
primarie per le amministrazioni locali) sulla competizione
di leadership all'interno di un meccanismo maggioritario
che costringerà comunque i loro esponenti all'alleanza
con il centro.
Rimane aperto un grande spazio (ed in politica, si sa,
il vuoto viene sempre, bene o male, riempito comunque):
quello di una forza di sinistra autonoma, che prima costruisce
la propria identità sui contenuti, afferma la sua
autonomia, offre alla propria base sociale di riferimento
un'idea di non “omogeneizzazione” anche attraverso
una proposta di agire politico fondata sul collettivo e
sull'esaltazione della rappresentatività e, di conseguenza,
strutturata la propria soggettività valuta la prospettiva
di una coalizione, finalizzata a seconda dei casi a contrastare
l'avversario principale oppure a costruire una ipotesi di
governo alternativo (nel suo articolo già citato
Diamanti ricorda che le coalizioni possono essere costruite
per tempi ed obiettivi limitati).
Esistono, nel portato storico della vicenda politica italiana,
punti importanti di riferimento sotto questo aspetto; emerge
la possibilità concreta di un divario secco tra offerta
e domanda politica (come abbiamo cercato di analizzare descrivendo
il meccanismo di coalizioni omogeneizzate politicamente
e tenute assieme soltanto dal confronto sulla personalizzazione
della politica); si aprono spazi diversi da quelli ristretti
tra la scelta dell'adeguamento o del populismo.
Potrebbe essere il caso di cominciare a pensarci.
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