Le autorità estoni hanno proceduto
a rimuovere con la forza il monumento ai caduti dell'Armata
Rossa, utilizzando idranti e altri strumenti autenticamente
"democratici", e hanno disperso tutti coloro che
cercavano di impedire questo atto di vandalismo. Di fronte
alla possibilità di uno spargimento di sangue, pochi
giorni prima, la stessa stampa estone invitava alla prudenza
(1), ma le autorità hanno voluto comunque procedere
a questa provocazione. Le personalità ufficiali russe
hanno reagito con durezza alla notizia dei disordini, assicurando
che la rimozione del monumento non avrebbe mancato di provocare
conseguenze. Alcuni dubbi espressi dal governo estone che
hanno fatto pensare all'interruzione dei lavori di rimozione,
sono stati dissipati da una dichiarazione dell'ambasciatrice
a Mosca, secondo cui "fino a quando noi opereremo nell'ambito
del diritto internazionale, nessuno avrà il diritto
di immischiarsi negli affari interni dell'Estonia. Non cederemo
di fronte ai ricatti e alle pressioni di altri stati".
Gli esperti che hanno seguito la dinamica dello scontro attorno
al monumento, fin dal primo momento, non hanno mai avuto dubbi
sul fatto che le autorità estoni sarebbero andate fino
in fondo. La politica di revisione delle cause e degli effetti
della Seconda Guerra Mondiale e della vittoria dell'Unione
Sovietica è stata affermata in modo estremamente chiaro
e netto e nessuno ha mai sospettato un improvviso cambiamento
del punto di vista degli estoni. Un elemento ulteriore di
rassicurazione per l'operato delle autorità di Tallin
è venuto dal sostegno ricevuto dal blocco politico-militare
della NATO, ed anche dal fatto che la tolleranza nei confronti
dell'estrema destra, particolarmente verso i gruppi filo-nazisti
in Europa Centrale ed Orientale, rappresenta parte organica
della cultura politica occidentale.
Anche sul fronte propagandistico, gli estoni non hanno mai
avuto problemi. Al loro servizio c'è tutta la stampa
occidentale, l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa
e molte altre istituzioni, sempre pronte (come del resto anche
una parte dei nostri rozzi "strumenti di comunicazione
di massa") a speculare sul tema del semimitico "fascismo
russo", ma mai a denunciare il vero nazismo, quando esso
si manifesta in Occidente. E in questo caso, non c'è
alcun dubbio che gli ultimi avvenimenti in Estonia sono stati
ampiamente manovrati da forze ostili alla Russia. Una stravagante
emittente radiofonica di Mosca ("Eco di Mosca",
finanziata dagli oligarchi che dirigono la cosiddetta "opposizione
democratica" a Putin, nota del traduttore) ha già
presentato (nello stile provocatorio che le è proprio)
gli avversari della rimozione del monumento ai soldati liberatori
come una folla di partecipanti a un pogrom, che infrangono
vetrine, danno fuoco a chioschi e automobili (2). Si capisce
che tutto ciò può essere addebitato solo a coloro
a cui poteva risultare conveniente, in particolare ai provocatori
guidati dal ministero degli interni estone. E così
in realtà è stato. Ma d'ora in avanti ci spiegheranno
che nella "civile Estonia" non c'è posto
per i "barbari russi", mentre i paesi membri della
NATO, dimenticando le divergenze in corso, si prepareranno
a contrastare "la minaccia proveniente da Est".
Ma, se a Tallin sapevano perfettamente cosa volevano e, di
conseguenza, hanno cercato di tradurlo in pratica, al contrario
la posizione di Mosca si è distinta per l'indeterminatezza
e l'ambiguità. Le dichiarazioni di Lavrov (3) e di
Gref (4) sull'inopportunità di varare sanzioni economiche
contro l'Estonia non potevano che rafforzare la convinzione
dei governanti estoni di poter continuare indisturbati.
Il dato caratteristico dell'epoca di Eltsin, da cui stiamo
cercando faticosamente di uscire, era rappresentato dalla
generale mancanza di senso di responsabilità, in particolare
nell'ambito della politica estera. Noi non siamo stati in
grado di vedere o abbiamo sottovalutato il fondamentale momento,
in cui in Europa (non solo in Estonia) è stata avviata
la riabilitazione politica del fascismo (che non contraddice
affatto i "principi democratici" della società
europea) (5). E' prevalso il punto di vista, secondo cui non
dovevamo esplicitare la preoccupazione per i nostri propri
interessi, poiché i suscettibili "europei"
l'avrebbero associata ad "ambizioni imperiali".
A ciò si sono aggiunti gli interessi di alcune potenti
strutture affaristiche russe, interessate ai porti dell'Estonia
in quanto punti di trasbordo per le risorse energetiche russe
dirette in Occidente. Inoltre, per sviluppare le necessarie
infrastrutture nella regione di Leningrado, tali lobbies hanno
fatto di tutto perché Mosca non inasprisse i rapporti
con gli amici baltici, riducendo a semplici "stupidaggini"
l'insulto lanciato alle spoglie dei soldati sovietici o le
massicce violazioni dei diritti dei cittadini di lingua russa
in Estonia o in Lettonia. Il risultato ottenuto è che
la quantità dei terminali per il trasbordo del petrolio
e dei prodotti petroliferi presenti sul litorale russo del
Baltico è oggi insufficiente, mentre gran parte del
petrolio, trasportato via Baltico, transita per Tallin: circa
il 31% (a San Pietroburgo due volte meno) (6).
E' paradossale: nonostante i rapporti in via di progressivo
peggioramento con il nostro piccolo vicino occidentale, gli
interessi degli ambienti affaristici estoni continuano ad
essere coltivati nel nostro paese come nel passato. Ad esempio,
pur facendo affari in Russia, un miliardario estone è
oggi il più potente sponsor dei gruppi nazionalisti
che dominano nel parlamento estone. Una consistente parte
dei soldi così investiti viene accumulata proprio nel
nostro paese (7). E' possibile forse immaginare una situazione
in cui venga permesso ad un uomo d'affari iraniano leale all'attuale
governo di Teheran di possedere una rete di supermercati sul
territorio degli Stati Uniti, ricavandone soldi da dirottare
a sostegno di organizzazioni integraliste islamiche?
Dove possa condurre questa "politica" (o meglio
la totale assenza di una politica), l'abbiamo sotto i nostri
occhi e lo avremo ancora. Sebbene, sulla necessità
di una revisione dell'insieme dei rapporti tra Russia e NATO
sia arrivato un esplicito pronunciamento a livello dei vertici
politico-militari del nostro paese.
In questo contesto, è impossibile non rivolgere l'attenzione
al fatto che a Tallin si sia proceduto alla rimozione del
monumento esattamente poche ore dopo il discorso di Putin
all'Assemblea Federale, in cui il presidente della Russia
ha chiarito il significato dei passi recentemente compiuti
in politica estera, in particolare quello relativo alla revisione
degli obblighi russi derivanti dall'accordo sulle armi convenzionali,
nella prospettiva di un'uscita di Mosca da questo Trattato
che di fatto è ormai lettera morta. Il passo di risposta,
in una logica di scontro, delle autorità dell'Estonia
appare un atto simbolico vendicativo verso Putin, mentre la
celebrazione del nazismo baltico, avvenuta il 27 aprile (alla
vigilia del 9 maggio, Giorno della Vittoria sul nazifascismo),
sta ad indicare il carattere minaccioso che assume per il
nostro paese l'espansione da Occidente.
La necessità di una radicale revisione dei rapporti
con i paesi baltici è ormai da tempo all'ordine del
giorno. Durante un recente incontro con i veterani, il vice-premier
S. Ivanov ha invitato i cittadini russi a non comprare prodotti
estoni e a non recarsi a Kaliningrad passando per Tallin.
La decisione di singoli cittadini, di non acquistare prodotti
estoni o di non visitare l'Estonia, può rappresentare
certamente un fatto importante, ma se essa non viene accompagnata
da un insieme di misure statali di carattere politico, economico,
informativo, gli elementi neonazisti in Estonia proseguiranno
per la loro strada.
Commentando gli ultimi avvenimenti a Tallin, Serghey Ivanov
ha dichiarato: "la Russia deve accelerare la costruzione
di moderni porti nel territorio russo del Baltico. A Ust Luga,
a Primorsk e a Visotsk. E, contemporaneamente, deve esercitare
un controllo diretto sui flussi commerciali, non permettendo
ad altri stati, in particolare all'Estonia, di arricchirsi
sul transito". Secondo Ivanov, a tal proposito sarebbero
già state impartite direttive al ministro dei trasporti
I. Levitin. C'è da sperare che, questa volta, non ci
si limiti alle parole.
*della "Fondazione di cultura strategica"
28 aprile 2007
da: http://fondsk.ru/article.php?id=700
Traduzione dal russo di Mauro Gemma per www.resistenze.org |