In questi ultimi tre giorni Tallin, capitale
dell'Estonia, è stata sconvolta da duri scontri tra
la minoranza russa e la polizia e la maggioranza estone dall'altra.
Il motivo scatenante è stato il tentativo di rimozione
da parte delle autorità del reazionario governo di
Tallin sia la statua che ricorda il sacrificio dell'Armata
Rossa per sconfiggere l'esercito nazista, sia quello di rimuovere
i resti dei caduti sepolti sotto la statua. Giovani estoni
di origine russa si sono scontrati con la polizia, eretto
barricate, devastato il centro cittadino sfasciando vetrine,
rovesciando cassonetti, ecc. Il bilancio di 3 notti di scontri
sono un morto, più di 700 feriti, oltre 600 fermati.
Il fuoco della ribellione che covava tra i giovani della minoranza
russa dopo anni di sopraffazioni e discriminazioni è
esploso in modo latente.
Gli scontri di questi giorni hanno radici profonde. L'URSS
nel 1922 nacque come uno Stato multietnico e su base di adesione
volontaria. Lenin, a differenza di Rosa Luxemburg, era un
convinto assertore del diritto di autodeterminazione dei popoli
– come pure delle sue minoranze interne - e pensava
a un'ampia Federazione Sovietica e Socialista che conglobasse
tutti quelle realtà nazionali che liberamente volessero
farne parte. Lenin addirittura pensava che il principio dell'autodeterminazione
dei popoli doveva essere sbandierato dai rivoluzionari russi
in modo assai netto, visto che nei secoli essi avevano avuto
un ruolo imperiale e coloniale nei confronti di molte nazioni
come la Polonia, le realtà caucasiche, ecc. Anche per
questo i tre Stati baltici, che non entrarono a far parte
della Federazione vissero, malgrado fossero Stati capitalistici,
tranquillamente accanto al «gigante» sovietico.
Nel 1939 nel quadro dei protocolli segreti del patto Ribentropp-Molotov
mentre la metà della Polonia finivano nelle grinfie
del nazismo, gli Stati baltici venivano occupati manu militari
dall'Armata Rossa. Il patto di non aggressione non fu solo
un errore del gruppo dirigente stalinista ma un vero crimine
contro il proletariato internazionale: era appena caduta Madrid
dopo tre anni di dura guerra civile che l'URSS spiazzava tutto
il mondo annunciando l'accordo con i nazisti. Questo non solo
disorientò gli antifascisti e i rivoluzionari di tutto
il mondo ma permise di costruire un ponte per l'aggressione
alla stessa Unione Sovietica con l'avanzamento delle truppe
in parte della Polonia. La storiografia «giustificazionista»,
a tale proposito, ha dimostrato tutta la sua debolezza: non
solo valenti rappresentanti dello Stato Maggiore sovietico
(prima di tutto il generale Grigorienko ma indirettamente
anche lo stesso Zukov) hanno dimostrato che l'accordo non
servì per «prendere tempo» e preparare
meglio l'URSS allo scontro con Hitler. L'URSS, infatti, fino
al giugno 1941 continuò a rifornire di petrolio l'esercito
della Wermacht mentre in Francia il supernazionalista PCF
non si oppose in alcun modo all'occupazione nazista della
Francia e continuò a parlare attraverso i suoi organi
di stampa, (correttamente, ma astrattamente) di «guerra
interimperialista in corso». I nazionalisti estoni,
da parte loro, non sopportarono mai che la loro indipendenza
fosse stata «svenduta» ai sovietici. Del resto
i paesi baltici non erano entrati a far parte dell'URSS nel
momento della sua fondazione anche perchè erano paesi
ancora sostanzialmente agricoli e con un debole movimento
operaio in cui ancora attecchivano facilmente idee reazionarie
e nazionaliste. Non è un caso che le prime edizioni
del Manifesto del Partito Comunista nelle lingue dei paesi
baltiche vennero prodotte o subito dopo la Prima Guerra mondiale
in edizioni limitatissime o addirittura nel Secondo dopoguerra.
In Estonia come nelle altre repubbliche sovietiche, con lo
scoppio della guerra venne imposta alla popolazione anche
una massiccia deportazione in Siberia di oppositori o pseudo
tali mentre altre 30.000 persone vennero costrette a entrare
nell'Armata Rossa. Tali repressioni purtroppo agevolarono
i nazisti, che ebbero buon gioco nel presentare come «liberatori»
all'indomani della loro conquista di Tallin. Una minoranza
di estoni giunse perfino a sostenere i nazisti creando le
Waffen estoni che combatterono assieme alle altre truppe multinazionali
filo-naziste in molti fronti europei.
A subire le maggiori conseguenze della folle
politica di «pulizia etnica» dell'amministrazione
nazista furono gli ebrei estoni che vennero letteralmente
sterminati mentre sul territorio della repubblica baltica
venivano aperti ben 22 campi di lavoro e di sterminio di ebrei
stranieri. Anche l'Estonia pagava il suo tributo alla follia
di Hitler. La riconquista del paese de parte dei sovietici
nell'autunno 1944 non metteva fine immediatamente alle violenze
perchè coloro che avevano combattuto o collaborato
con i tedeschi vennero arrestati e uccisi mentre un'ondata
di guerriglia partigiana nazionalista veniva stroncata dal
governo russi negli anni immediatamente successivi al conflitto.
Tuttavia, già negli ultimi anni di governo di Stalin,
venne accresciuto il ruolo degli estoni nel partito (e quindi
nell'amministrazione pubblica). Con la destalizzazione e lo
sviluppo dell'economia negli anni Sessanta la popolazione
russa nelle repubbliche estoni crebbe fino a raggiunger in
alcune zone il 40% della popolazione. Questo processo fu non
tanto un progetto pensato a tavolino dai governanti sovietici
al fine di «integrare» la popolazione dei paesi
baltici al resto della federazione ma assai di più
una necessità determinata, nel quadro della divisione
interfederale dell'economia, dallo sviluppo dei settori delle
industrie meccaniche ed elettroniche, la cui forza lavoro
specializzata era principalmente di origine russa. In parte
crebbe anche un certo melting-pot sociale e culturale, mentre
a partire dagli anni Sessanta vennero perfino favoriti gli
scambi culturali ed economici fra l'Estonia e la vicina Finlandia.
Ma le cicatrici del nazionalismo e del risentimento
anche parzialmente comprensibile nei confronti dei sovietici,
doveva tornare a galla durante il periodo della stagnazione
e poi del crollo dell'economia e della struttura sociale sovietica
negli anni Ottanta del XX secolo, aprendo la strada alla illusione
in gran parte della popolazione dei paesi baltici di una rapida
integrazione di loro Stati alle economie dei paesi capitalisticamente
avanzati, anche in virtù di una storia profondamente
legata a quella dell'Europa Occidentale. Un'integrazione,
raggiunta a caro prezzo nel 2004 con l'entrata nella UE, anche
grazie alla profonda divaricazione sociale che si è
andata via via allargando nel paese e che ha colpito i più
poveri e i russi in particolare.
Il fallimento del tragicomico putch anti-Gorbacev
dell'agosto 1991 non solo condusse all'immediata dichiarazione
d'indipendenza dei tre paesi baltici ma anche al risorgere
delle tendenze più revanchiste e reazionarie del nazionalismo
estone, al cui movimento avevano partecipato fino ad allora
– seppur in modo contradditorio – anche forze
politiche di sinistra. Negli anni, seguenti seppur non si
assistette a veri e propri pogrom contro la popolazione russa
residente in Estonia, come invece avvenne a Baku dopo la crisi
del Nagorno-Karabach, e i russi che ne avevano la possibilità
abbandonarono l'Estonia. La quota percentuale di popolazione
di origine russa residente in Estonia si è ridotta
dal 40% all'attuale 25% circa della popolazione complessiva
del paese.
La rivolta giovanile di questi giorni affonda
le sue radici quindi da una parte in un sistema di politiche
di discriminazioni messe in atto dall'amministrazione estone
nei luoghi di lavoro e di studio nei confronti della minoranza
russa, la cui popolazione che non ha potuto emigrare a causa
di motivi economici, rappresentava la spina dorsale di una
classe operaia industriale ora in via di rapida riduzione
anche nell'Est Europa.
La rivolta, come già nel caso dell'Irlanda
degli anni Sessanta e Settanta, è coperta a monte di
motivi nazionalistici ma ha una chiara linea di faglia di
classe. I giovani russi distruggono il centro città,
il mondo dorato di Tallin a loro inaccessibile e ostile. I
diritti della minoranza russa devono essere tutelati, il regime
discriminatorio e il revisionismo storico in chiave reazionaria
deve essere fatto saltare.
Il fatto che la Russia di Putin – del
cui regime capitalista e autoritario non nutriamo alcuna simpatia
- sostenga le rivendicazioni dei giovani non è solo
legato a motivi ovviamente nazionalistici, visto che il padrino
di Putin, Eltsin, non fece nulla per fermare la politica ultranazionalista
di Tallin. C'è dietro soprattutto la nuova contesa
con la NATO per quanto riguarda il riarmo convenzionale e
missilistico, che ha già fatto alzare la voce al leader
del Cremlino qualche giorno fa.
La lotta dei giovani russi contro il governo
estone va ancora maggiormente sostenuta dai comunisti, anche
perchè può caricarsi di contenuti politici che
potrebbe rimescolare le carte non solo a Mosca ma anche a
Bruxelles e a Washington.
* Associazione La Giovane Talpa
(Milano)
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