La «Guerra al terrorismo» ha dato
vita in America a una cultura della paura. L´elevazione di
queste tre parolette a mantra nazionale da parte dell´Amministrazione
Bush, dopo i terribili eventi dell´11 settembre, ha avuto
un effetto deleterio sulla democrazia americana, sulla psiche americana
e sulla reputazione degli Stati Uniti nel mondo. L´utilizzo
di questa formula ha di fatto pregiudicato la nostra capacità
di affrontare in modo efficace le vere sfide che ci impongono i
fanatici che potrebbero utilizzare il terrorismo contro di noi.
Il danno inferto da queste tre parole - la classica ferita che ci
si infligge da soli - è infinitamente più grande di
qualsiasi sfrenata aspirazione avessero in mente i fanatici che
hanno perpetrato gli attentati dell´11 settembre allorché
complottavano contro di noi nelle remote caverne dell´Afghanistan.
In sé e per sé la formula è priva di significato:
non definisce con precisione né un ambito geografico né
il nostro presunto nemico. Il terrorismo non è un nemico,
bensì una tecnica di guerra: è l´intimidazione
politica attuata con l´uccisione di esseri umani disarmati.
Può anche essere che l´indeterminatezza della frase
sia stata intenzionalmente (o istintivamente) calcolata dai suoi
sostenitori. Il costante riferimento a una «guerra al terrorismo»
ha di fatto conseguito un obiettivo primario, quello di favorire
l´affermarsi di una cultura della paura. La paura obnubila
la ragione, intensifica le emozioni e rende più facile per
i politici demagogici mobilitare l´opinione pubblica nell´interesse
delle politiche che si prefiggono di perseguire. Senza quel legame
psicologico instaurato tra lo shock dell´11 settembre e la
presunta esistenza di armi irachene di distruzione di massa, la
guerra in Iraq non avrebbe mai conseguito il supporto del Congresso
di fatto ottenuto. Anche il sostegno al presidente Bush nelle elezioni
del 2004 è stato almeno in parte incamerato grazie al principio
secondo cui «una nazione in guerra» non cambia il proprio
comandante in capo nel bel mezzo dell´azione. Una sensazione
di intenso pericolo, per altri versi del tutto imprecisato, è
stata quindi inculcata in una direzione politicamente opportuna
dall´appello mobilizzante dell´essere «in guerra».
La cultura della paura è come il genio fatto uscire dalla
lampada: acquisisce vita propria e può diventare demoralizzante.
Che l´America sia diventata insicura e molto più paranoica
è difficilmente contestabile. Da un recente studio è
emerso che nel 2003 il Congresso aveva individuato 160 località
che potevano diventare obiettivi potenzialmente importanti a livello
nazionale per i presunti terroristi. Grazie al peso di varie lobby,
alla fine di quell´anno l´elenco dei luoghi-bersaglio
era già salito a 1.849. Alla fine del 2004 ha raggiunto i
28.360 e alla fine del 2005 i 77.769. Oggi l´archivio nazionale
dei possibili obiettivi di un attentato terroristico comprende 300.000
località circa. Tra di esse figurano la Sears Tower di Chicago
e una Sagra della mela e del maiale dell´Illinois.
Proprio la settimana scorsa, qui a Washington, mentre mi recavo
in visita a uno studio giornalistico, ho dovuto passare attraverso
uno di quegli assurdi "controlli di sicurezza" proliferati
in quasi tutti gli edifici privati di uffici della capitale e della
città di New York. Una guardia in uniforme mi ha chiesto
di riempire un modulo, di mostrare un documento di identità
e nel caso specifico di spiegare gli scopi della mia visita. Un
terrorista in visita indicherebbe per iscritto di voler «far
saltare in aria l´edificio»? E la guardia, sarebbe effettivamente
in grado di fermare un aspirante attentatore suicida disposto ad
autodenunciarsi? A rendere le cose ancora più paradossali,
c´è il fatto che i grandi magazzini, con tutte le loro
folle di acquirenti, sono esentati da procedure simili. Né
del resto queste sono previste per gli auditorium o i cinema. Ciò
nonostante, queste "procedure di sicurezza" sono diventate
routine, comportano uno spreco di centinaia di milioni di dollari
e danno un ulteriore contributo a far affermare questa mentalità
di assedio permanente.
L´atmosfera generata dalla "guerra al terrorismo"
ha incoraggiato la vessazione legale e politica degli arabo-americani.
La discriminazione sociale, per esempio quella nei confronti dei
musulmani che viaggiano in aereo, è anch´essa una conseguenza
collaterale involontaria: non deve stupire il fatto che il risentimento
nei confronti degli Stati Uniti sia cresciuto perfino tra musulmani
per altro non particolarmente interessati al Medio Oriente, mentre
la reputazione dell´America di leader nel promuovere rapporti
costruttivi interrazziali e interreligiosi ne ha gravemente sofferto.
Questo risultato è ancora più preoccupante nell´area
più generale dei diritti civili. La cultura della paura ha
alimentato l´intolleranza, il sospetto nei confronti degli
stranieri, l´adozione di procedure legali che sono deleterie
per i principi fondamentali della giustizia. Il principio secondo
il quale si è innocenti fino a quando la colpevolezza non
è dimostrata si è stemperato, se già non si
è dissolto del tutto, e alcune persone - anche cittadini
statunitensi - sono incarcerate per lunghi periodi senza un giusto
processo. Non vi è alcuna prova sicura di cui si abbia testimonianza
che un simile eccesso ha effettivamente scongiurato qualche significativo
attentato terroristico, né che gli arresti di presunti terroristi
di qualsivoglia tipo siano serviti a qualcosa. Un giorno gli americani
si vergogneranno di tutto ciò.
Nel frattempo, però, la «guerra al terrorismo»
ha gravemente pregiudicato gli Stati Uniti a livello internazionale.
Il risentimento non si limita ai musulmani: un recente sondaggio
condotto dalla Bbc presso 28.000 persone di 27 paesi, per capire
in che modo si valuti il ruolo dei vari Stati nelle questioni internazionali,
ha evidenziato che Israele, Iran e Stati Uniti (in questo ordine)
sono considerati i paesi che hanno «la peggiore influenza
negativa al mondo».
Quanto accaduto l´11 settembre avrebbe potuto portare a una
solidarietà davvero globale contro l´estremismo e il
terrorismo. Un´alleanza globale dei moderati, inclusi quelli
musulmani, impegnata in una campagna dichiarata volta a estirpare
i network specificatamente terroristici e a porre fine ai conflitti
politici che alimentano il terrorismo sarebbe stata molto più
fruttuosa di una «guerra al terrorismo» contro il «fascismo
islamico» proclamata demagogicamente e pressoché unilateralmente
dagli Stati Uniti. Soltanto un´America fiduciosamente determinata
e raziocinante potrà promuovere un´autentica sicurezza
internazionale che non lascia più spazio al terrorismo.
Dov´è il leader degli Stati Uniti disposto a dire:
«Basta con queste isterie, poniamo fine a questa paranoia»?
Anche posti di fronte a futuri attentati terroristici, la probabilità
dei quali non può essere negata, cerchiamo di dimostrare
un po´ di buonsenso. Cerchiamo di rimanere fedeli alle nostre
tradizioni.
Articolo pubblicato dal Washington Post del
25 marzo e su “La Repubblica” del 26 marzo 2007
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