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quando l’attacco militare contro l’Iran?
Sergio Cararo |
“Di
fronte alla possibilità che l'Iran si doti di
armi nucleari, Israele si sta preparando a una guerra
contro Teheran e la Siria” ha scritto recentemente il
Sunday Times, citando fonti governative e militari israeliane.
La conclusione che la guerra con questi due paesi sia
inevitabile, afferma il giornale, viene dal recente conflitto
con Hezbollah: secondo fonti della difesa, ci si è resi conto
che troppa energia era stata sprecata con i palestinesi, mentre
la vera minaccia alla sopravvivenza di Israele, rappresentata
da Siria e Iran, veniva trascurata.
"La sfida che viene da Siria ed Iran è ora al primo posto
nell'agenda della difesa israeliana, più in alto di quella
palestinese", ha detto una fonte della stessa difesa
al Sunday Times (1)
I giornali ed i governi europei, hanno
passato sotto silenzio la lettera inviata a metà settembre
dagli ispettori dell’AIEA al Congresso USA accusandolo
di aver manipolato le loro relazionii sullo stato reale del
programma nucleare iraniano. Nei mesi precedenti era stato
invece messo il silenziatore sul rapporto indipendente di
un gruppo plurinazionale di scienziati rivelato dal “Washington
Post”.
Se il rapporto degli ispettori
dell’AIEA smentiva di avere prove concrete del possibile
uso militare del nucleare iraniano, il rapporto degli scienziati
indipendenti, aveva ulteriormente demolito la campagna mediatica,
politica e diplomatica contro l’Iran sulla vicenda del nucleare.
Questo gruppo di scienziati ha scoperto che i residui di uranio “per la bomba iraniana”, appartengono in realtà ad
un vecchio silos pakistano portato pubblicamente (per l’Agenzia
Atomica Internazionale) in Iran per essere bonificato. Il
Washington Post ha affermato perentoriamente che questa
rapporto priva la campagna anti-iraniana dell’amministrazione
Bush del suo argomento principale (1).
E’ noto a tutti che gli artefici
principali di questa campagna contro l’Iran siano
i cosiddetti “likudzik” cioè i progetti e i soggetti convergenti
della fazione filo-israeliana nell’amministrazione Bush con
le autorità israeliane vere e proprie.
Per i primi la liquidazione
– anche manu militari – dell’Iran significa il completamento
del progetto “Grande Medio Oriente”, per i secondi rappresenta
l’eliminazione di una potenza regionale rivale che sostiene
apertamente organizzazioni come gli Hezbollah libanesi e rimane
l’unico fattore di equilibrio nei
confronti della strapotenza militare e nucleare israeliana.
A questa campagna si è unito "volenterosamente"
il premier britannico Blair, che
ha accusato l'Iran - ma senza averlo dimostrato - di appoggiare
la resistenza irachena nel sud del paese.
Una
ragnatela contraddittoria nelle relazioni dell'Iran con USA
e Israele
Che
i rapporti tra Iran, Stati Uniti ed Israele oggi non siano
buoni è evidente a molti. Sono meno noti i ripetuti tentativi
delle varie amministrazioni repubblicane (e degli israeliani)
di utilizzazione dell’Iran per i
loro giochi di destabilizzazione in Medio Oriente.
Nonostante
la crisi degli ostaggi che costò la rielezione a Carter nel
1980 e nonostante l’Iran degli ayatollah definisse gli USA
“Il Grande Satana”, sono note sia operazioni triangolari come
l’Iran-Contras sia il doppio gioco degli USA per scatenare
l’Iran contro l’Iraq, e viceversa, nella devastante guerra
che ha dissanguato i due paesi tra il 1980 e il 1988. Lo stesso
Rafsanjani, fortunatamente e clamorosamente uscito sconfitto
dalle recenti elezioni in Iran, rappresentava la corrente
dell’establishment iraniano che intendeva riaprire a tutto
campo le relazioni con gli Stati
Uniti.
Abboccamenti c’erano stati
durante l’invasione dell’Afganistan nel 2001 (i taleban non
erano affatto amici degli iraniani, anzi contro la
minoranza sciita in Afganistan erano stati assai pesanti).
E abboccamenti ci sono stati anche
per cooptare e dare potere nell’Iraq occupato dagli USA alle
milizie filo-iraniane dello Sciri che si vanno configurando
(insieme a quelle curde) come il vero braccio armato del governo
fantoccio scaturito dalle elezioni farsa.
Non solo. Nel
1998, Paul Wolfowitz (oggi collocato alla Banca Mondiale)
ma uomo chiave nel team della prima amministrazione Bush,
pubblicava un rapporto sul Medio Oriente in cui diceva quattro
cose esplicite:
1)
gli USA devono attaccare l’Iraq,
2)
non si può permettere
che i prezzi del petrolio siano troppo bassi,
3)
occorre impedire la destabilizzazione dell’Arabia saudita,
4)
occorre riaprire il “dialogo con l’Iran”.
Se
un falco come Wolfowitz auspicava il dialogo con Teheran,
vuol dire che in quell’ambito esistevano
canali aperti, probabilmente con lo stesso Rafsanjani e settori
dei cosiddetti “riformisti” (2)
Diverso è invece il rapporto
tra Israele e Iran. In questo caso possiamo parlare più di
interessi oggettivi che di dialogo. La destra israeliana
infatti è dagli anni Ottanta che ha in mente la riscrittura
della mappa geopolitica del Medio Oriente funzionale ai propri
progetti (3)
In tal senso ha sempre cercato
di dare vita ad una diplomazia di
interessi verso i paesi o i popoli “non arabi” dell’area in
funzione destabilizzante nei confronti dei paesi arabi. E’
il caso dell’interlocuzione privilegiata con i cristiani maroniti
in Libano, della Turchia dei curdi, di alcuni
clan africani e dello stesso Iran. Gli effetti di questa politica
si sono visti nell’alimentare con armamenti l’Iran nel prolungamento/dissanguamento
della assurda guerra tra Iran e Iraq, nelle ingerenze della
Turchia contro Siria e Iraq, nel sostegno ai falangisti libanesi,
ai curdi iracheni o ai gruppi secessionisti in Sudan (vedi
il Darfur) ed infine nel pervicace tentativo di balcanizzazione
dell’Iraq in tre cantoni (curdo a nord, sciita a sud e sunnita
al centro). L’approvazione della Costituzione federale in
Iraq, oltre che a scatenare un sanguinoso conflitto interno,
ha segnato un indubbio successo israeliano nel progetto di
balcanizzazione del più moderno e indipendente paese arabo.
Israele non a caso – come ha rivelato un ufficiale israeliano
alla BBC - ha inviato numerosi “consiglieri” nella regione
curda-irachena e parecchi specialisti di controguerriglia
al fianco delle truppe statunitensi e dei peshmerga curdi.
L'atomica iraniana.
Due pesi, due misure...
Alcuni dei commentatori che
si prestano alla campagna contro l’Iran, giocano su un argomento
semplice ma di una certa efficacia. Se l’Iran infatti è uno dei principali produttori di petrolio e dunque
non ha problemi di approvvigionamento energetico, che bisogno
ha del nucleare se non per fare le bombe atomiche? E’ un ragionamento
che su menti semplici può fare effetto. Si potrebbe rispondere
che anche paesi petroliferi come Russia o Stati Uniti o Gran
Bretagna hanno le centrali nucleari, ma potrebbe
non bastare, in fondo il senso comune guarda sempre con rispetto
e timore alle grandi potenze.
Altri sostengono che solo
le democrazie possono detenere le armi atomiche. Ragione per
cui non si trova nulla da eccepire
se gli USA, Francia, Gran Bretagna e Israele possiedono
centinaia di testate nucleari.
I meccanismi di controllo interno dei sistemi democratici
“impedirebbero” che vengano usate impropriamente. Qualcuno potrebbe contestare il fatto che nella storia le uniche bombe atomiche
sulle città le hanno sganciate i “democratici” Stati Uniti.
Ma anche su questo vale il ragionamento fatto prima. Inoltre
gli USA hanno la vinto la guerra,
la storia la scrivono come gli pare e piace, e buona parte
del mondo “civilizzato” è disposto a credergli.
Qualcun altro però potrebbe
contestare questa tesi accomodante e rammentare che le armi
atomiche adesso ce l’hanno anche
la Russia, la Cina, l’India e perfino il Pakistan. Questi
ultimi due paesi – sette anni fa – furono sottoposti a sanzioni
per gli esperimenti nucleari che sorpresero il mondo, incluso
il vertice del G 8.
Cina e Russia sono
troppo grossi e potenti per vedere rimesso in discussione
il loro potere di deterrenza nucleare e poi sono membri permanenti
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma l’India ha assai migliorato
le sue relazioni con gli USA, mentre il Pakistan, collaborando
all’occupazione dell’Afghanistan, si è magicamente trasformato
da una dittatura militare in una democrazia alleata della
coalizione antiterrorismo.
Secondo questa logica assai
eccepibile, l’Iran non avrebbe alcuna legittimità per dotarsi
di impianti nucleari. Non ne ha bisogno,
non è una democrazia, gli ayatollah sono “matti”, non è una
potenza permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non
è neanche parte della coalizione
dei volenterosi contro il terrorismo quindi…l'Iran non ha
diritto a dotarsi dell'energia nucleare.
Stando così le cose un pò
di verità non guasta, soprattutto alla luce dell’esperienza
di questi ultimi dieci anni e dello scatenamento della guerra
preventiva. Che la verità costringa
talvolta al cinismo è una causa ed un effetto della storia.
Il
nucleare iraniano. Una minaccia o un fattore di riequilibrio
in Medio Oriente?
I programmi nucleari sono
stati sviluppati in moltissimi paesi nel corso degli anni
Novanta. Se vogliamo parlare di paradossi,
il paese che negli anni Novanta ha fatto incetta di plutonio
e uranio… è stato il Giappone. Pochi ricordano quante
navi hanno preso la strada del Sol Levante provenienti dalla
Francia o dagli Stati Uniti con carichi nucleari. Il
riarmo e l’ondata militarista che stanno percorrendo il Giappone
negli ultimi anni (alimentato dalla sindrome anti-coreana),
confermano che la corsa nucleare del Sol Levante non aveva
solo scopi industriali.
Diversamente che in Europa
o nei paesi capitalisti, il ricorso al nucleare in molti paesi
emergenti corrispondeva più a standard di sviluppo tecnologico
(anche militare) che ad esigenze energetiche.
Va ricordato in tal senso
il tentativo iracheno di costruire un impianto nucleare a
Osirak che fu stroncato unilateralmente nel 1981 dagli israeliani
con un bombardamento.
La “bomba islamica” l’ha
costruita il Pakistan con i finanziamenti ricevuti da tutti
i paesi arabi ed islamici. Il Pakistan non lo ha fatto per
assicurarsi una fonte di approvvigionamento
energetico alternativo al petrolio ma per acquisire uno status
di potenza regionale nei confronti di India e Cina e per dare
“un punto di forza” alla nazione islamica nei confronti dell’arsenale
nucleare israeliano.
La stessa
Israele, ha creato l’impianto nucleare di Dimona non
per produrre energia di cui non dispone e aggirare così l’embargo petrolifero arabo ma per
produrre decine di testate nucleari operative. Il povero Vanunu
sta ancora passando i suoi guai per averlo rivelato al Sunday
Times.
Cosa hanno in comune la bomba
islamica pakistana, quella indiana e quelle israeliana? Che
tutte e tre sono nate di nascosto e in paesi che hanno rifiutato
di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare per
evitare le ispezioni dell’AIEA nei loro impianti.
Al contrario, la Repubblica
Islamica Iraniana, ha firmato il Trattato, ha ospitato sistematicamente
le ispezioni dell’AIEA ed ha dato vita pubblicamente e legalmente al suo programma nucleare.
Ma perché un importante paese produttore di petrolio ha dato vita ad un programma nucleare?
Le ragioni dell’accelerazione
del piano nucleare iraniano, vanno viste nel
contesto del “Grande Gioco” apertosi pesantemente in
Asia Centrale a metà degli anni Novanta. Non va infatti dimenticatoi che tra gli obiettivi dichiarati del
“Silk Road Strategy Act” statunitense vi era quello di tagliare
fuori dai corridoi energetici la Russia e l’Iran. (4)
La guerra degli oleodotti
che si è aperta e combattuta nel Caucaso e nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche non
è ancora terminata ed è stata di una durezza che pochi hanno
saputo cogliere (se non in occasione della guerra NATO nei
Balcani o del sanguinoso conflitto in Cecenia).
Gli Stati Uniti puntavano
a isolare ed estromettere l’Iran
dalle dinamiche della geografia mondiale del petrolio. Di questo erano consapevoli il ricco Rafsanjani
e i cosiddetti riformisti iraniani che hanno quindi cercato
di riallacciare i contatti con gli USA.
A complicare ed a chiarire
le cose, ci si è messo però il Progetto per il Nuovo Secolo
Americano, il rafforzamento dei “likudzik” a Washington ed
a Tel Aviv e lo scatenamento della guerra preventiva da parte
degli Stati Uniti. La realtà infatti
ha dimostrato fino ad oggi che le bombe atomiche è meglio
averle che non averle e che se un paese dispone di bombe atomiche
può decidere da solo se farsi “esportare o meno la democrazia
in casa”.
Lo scenario visto prima in
Afganistan e poi in Iraq è stato un serio deterrente per l’Iran.
Questo paese infatti si trova preso
in mezzo ai due paesi occupati militarmente dagli USA e l’amministrazione
statunitense non nasconde affatto l’ambizione di chiudere
anche territorialmente questa parte dell’Arco di Crisi indicato
da tempo da Brzezinski e Kissinger dentro il progetto del
“Grande Medio Oriente” di cui l’Iran è una spina nel fianco
e una interruzione di continuità.
USA
e Israele in difficoltà. I rischi dell’escalation
Oggi l’amministrazione Bush
è seriamente impantanata in Iraq ed è ancora lontana dal raggiungimento
degli obiettivi strategici prefissati dal “Grande Medio Oriente”,
mentre il fallimento dell’Operazione “Summer Rain”
israeliana in Libano ha bloccato il tentativo di far implodere
il Libano e destabilizzare la Siria.
La tabella di marcia del
Nuovo Secolo Americano deve fare i conti con la realtà e con
la resistenza di popoli e di Stati all’egemonia globale USA. Gli USA sono sottoposti
a fortissime pressioni israeliane per mettere in moto le operazioni
contro l’Iran. Bush non ha affatto
escluso l’opzione militare ma deve però prendere tempo e incentivare
la campagna perché l’Iraq non è solo una rogna dal punto di
vista militare ma lo è ancora di più dal punto di vista politico
e della credibilità. Inoltre due potenze come Russia e Cina
hanno emesso un serio monito contro una
eventuale aggressione verso l’Iran.
Gli scienziati che hanno
rivelato al Washington Post l’ulteriore
menzogna di guerra dell’amministrazione Bush e Sharon sul
nucleare iraniano, potrebbero essere più ascoltati e fortunati
di quanto lo furono quegli onesti ispettori dell’ONU che persero
la voce a forza di denunciare il fatto che di armi di distruzioni
di massa in Iraq non ce n’erano.
In queste settimane stiamo
assistendo ad un intenso lavorìo diplomatico dell’Italia e
dell’Unione Europea per tenere aperto un negoziato con l’Iran
ed evitare le sanzioni prima e l’intervento
militare poi.
Ma è possibile, anzi probabile,
che nella prossima fase assisteremo ad una escalation sempre più pericolosa contro
l’Iran e sarà una escalation la cui variabile indipendente
non sarà rappresentata dagli “ayatollah” ma da chi guiderà
i governi israeliani e dall’esito delle elezioni di medio
termine negli USA. La previsione del Sunday Times di un attacco
nei primi mesi del prossimo anno, appare realistica, a meno che il progetto israelo-statunitense non trovi nelle
altre potenze competitrici (Russia, Cina, Unione Europea)
un ostacolo più serio di quanto sia stato fino ad oggi e di
quanto la stessa missione Unifil 2 in Libano ha lasciato fin
qui intravedere.
Il principio di lealtà (e
di realtà) vorrebbe che una conferenza o un piano che punti
ad un processo di disarmo nucleare del Medio Oriente riguardi
certo l’Iran ma non può che includere
anche Israele. L'unico ad aver avanzato la proposta della
denuclearizzazione del Medio Oriente, è stato fino ad oggi
il Presidente iraniano intervendo alle Nazioni Unite. Le potenze
che vogliono attaccare o isolare l'Iran hanno detto che non era credibile. Una domanda sorge semplice semplice: perchè?
Ottobre
2006
NOTE:
(1)Sunday Times
del 2 agosto 2006
(2)Washington Post del 23 agosto, riportato sulla
stampa italiana il 24 agosto
(3) Il rapporto di Wolfowitz è stato resto
noto dal CorriereEconomia del 14 dicembre del 1998
(4) Vedi “Israele senza confini” a cura
di Antonio Moscato e Sergio Giulianati, edizioni Sapere 2000,
1984
(5) Vedi Sergio Cararo “Il Grande Gioco
in Asia Centrale”, Proteo nr. 4 del 2001
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