| Piani
di guerra di George Bush per sgominare il «nemico»
di Lucio Manisco |
L'opzione di un attacco aereo contro gli impianti nucleari e
le infrastrutture economiche e militari dell'Iran allo studio
degli strateghi del Pentagono da più di due anni è
entrata in fase di attuazione lo scorso novembre dopo la sconfitta
repubblicana nelle elezioni congressuali e i sempre più
catastrofici rovesci delle operazioni militari e politiche
statunitensi in Iraq.
L'ipotesi secondo cui le ultime decisioni del vice-presidente
Cheney e dei neo-con annunziate dal presidente George Bush
mirassero unicamente a reperire soluzioni posticce come l'irachizzazione
del conflitto, a ritardare i tempi della disfatta e a lasciare
nel 2008 a un'amministrazione democratica il compito di evacuare
gli ultimi funzionari statunitensi dai tetti dell'Ambasciata
a Baghdad si è dimostrata ottimistica e è stata
smentita dai fatti: solo una grande guerra mediorientale con
la partecipazione di Israele e della Nato, secondo i piani
di figuri come Douglas Feith, David Wurmser, Michael Ledeen
e gli altri dell'American enterprise institute sopraggiunti
a colmare i vuoti degli ultimi rimpasti, potrà rimescolare
le carte mediorientali, ristabilire un'indiscussa egemonia
militare e economica della superpotenza in questo settore
strategico, fermare, frenare o condizionare l'ascesa di paesi
come la Cina e l'India, ridimensionare gli ambiziosi disegni
della Russia di Putin, last but not least mantenere tra due
anni al potere i neo e theo-con e salvarli dalle patrie galere.
Sono i fatti e non le interpretazioni o i primi allarmati
commenti del New York Times e del Washington Post a indicare
che piani così folli sono già in avanzata fase
di attuazione.
Gettato alle ortiche il piano Baker-Hamilton per la riduzione
e la ridislocazione del dispositivo militare Usa in Iraq e
soprattutto per un coinvolgimento diplomatico e politico della
Siria e dell'Iran nella stabilizzazione del paese, l'amministrazione
Bush ha scelto l'opzione diametralmente opposta di inviare
altri 21.500 effettivi a Baghdad e nella provincia di Anbar
e di reclutare altri 90 mila soldati e marines come preludio
a un inevitabile ritorno alla coscrizione obbligatoria. Se
21.500 militari in più sul teatro operativo rappresentano
una escalation, si tratta di una escalation singolare quando
ai tempi di Rumsfeld i critici dell'operazione shock and awe
sostenevano che altri 200 mila soldati in aggiunta ai 145
mila già impiegati non sarebbero stati sufficienti
a domare l'insurrezione e le pulizie etniche scatenate dalle
autorità degli Stati uniti e poi sfuggite al loro controllo.
Le caratteristiche e le specializzazioni delle sette o otto
nuove brigate che stanno affluendo in Iraq indicano invece
che gran parte di esse sarà adibita ai compiti di difendere
le linee di comunicazione e di istallare centinaia di batterie
antimissilistiche «Patriot-II» contro ritorsioni
esterne nella sottaciuta prospettiva di un conflitto allargato
a altri paesi. Poche centinaia di ufficiali e sottoufficiali
Usa verranno enbedded nei reparti iracheni a maggioranza sciita
per evitare che si dedichino esclusivamente a sgozzare i civili
sunniti invece di tentare di ristabilire l'ordine a Baghdad.
Strabiliante a questo proposito l'invio di milizie kurde nella
capitale, una decisione paragonabile a quella di mandare truppe
austriache in Sicilia per combattere la mafia.
Come peraltro asserito dal presidente Bush sono stati i limiti
imposti fino a ieri all'impiego di mezzi militari americani
quelli che hanno frustrato i tentativi di riassumere il controllo
della capitale: ecco perché da dieci giorni a questa
parte i quartieri ribelli vengono martellati dagli «Apache»,
dai «C-10» e dagli «F-16» dell'aviazione
statunitense con un traguardo da «la quiete regna a
Varsavia».
Ben più imponente e minacciosa nell'ambito della progettata
grande guerra mediorientale la mobilitazione della potenza
aeronavale Usa nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano: alla
Quinta flotta con base nel Bahrain con una portaerei e venti
grandi unità verrà aggiunto l'intero squadrone
navale del Pacifico forte di una e forse due portaerei e venticinque
tra incrociatori, sommergibili nucleari, unità lanciamissili
e navi appoggio. Complessivamente due delle portaerei potranno
mantenere operativi nei cieli, ventiquattro ore su ventiquattro,
185 caccia-bombardieri ai quali vanno aggiunti i «B-52»
della base di Diego Garcia e gli «Stealth» invisibili
ai radar di Aviano, Vicenza, Stanheim e East Anglia. E per
la prima volta dopo la seconda guerra mondiale il comando
operativo delle forze di terra, di mare e dell'aria, «CentCom»,
è stato affidato non a un generale dell'esercito ma
a un ammiraglio, William J. Fallon, trasferito dallo scacchiere
strategico del Pacifico.
Primario in questo scenario bellico il ruolo di Israele: il
fallimento del devastante attacco contro il Libano è
stato probabilmente dovuto non solo alla resistenza Hezbollah
ma anche al fatto che gli alti comandi militari di Israele
erano in altre faccende affaccendati. Le esercitazioni ad
esempio con la nuova flottiglia di sommergibili tedeschi Dolphin
equipaggiati con i missili Tomahawk-Cruise, già dislocati
nell'Oceano Indiano, con altri cacciabombardieri «F-16»
di nuova generazione forniti dagli Stati uniti e armati con
bombe a «alta penetrazione» o «bunker busting».
Molti di questi mezzi aerei sono stati impiegati lo scorso
anno in incursioni notturne su un bersaglio che simulava l'impianto
nucleare iraniano di Natanz e in voli a lungo raggio da due
basi israeliane su Gibilterra. Se un primo attacco all'Iran
dovesse partire da Israele provocando ritorsioni di sorta,
l'appoggio degli Stati uniti non sarebbe solo massiccio ma
spazzerebbe via qualsiasi opposizione del Congresso e di gran
parte dell'opinione pubblica statunitense.
Continua intanto a un ritmo sempre più febbrile la
campagna propagandistica dell'amministrazione Bush contro
l'Iran: alla vigilia dell'incursione di forze speciali Usa
nella sede consolare della città kurda di Abril, il
presidente aveva proclamato l'intento di «identificare
e distruggere le reti che forniscono armi a tecnologia avanzata
e addestramento ai nemici dell'Iraq». Il nuovo segretario
della difesa Robert M. Gates in missione a Kabul e al comando
della Nato a Bruxelles tornava il 16 del corrente mese sullo
stesso tema asserendo che l'Iran «si stava comportando
in maniera estremamente negativa in Medio Oriente» e
che gli Stati uniti con la mobilitazione del loro dispositivo
aeronavale in questo settore mondiale intendevano dimostrare
la loro determinazione di mantenere la loro presenza nel Golfo
Persico. Per quanto riguarda l'Afghanistan lo stesso Gates
si è trovato d'accordo con il superfalco e segretario
generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer sulla previsione
di un'insurrezione generale dei talebani nella prossima primavera
e sulla necessità che i paesi europei con una presenza
militare in questo paese la rafforzino per «sgominare
il nemico».
C'è stato infine il viaggio del segretario di stato
Condoleezza Rice in Medio Oriente, destinato ufficialmente
a far ripartire il negoziato della road map tra Israele e
Palestina. In realtà - ha scritto sul New York Times
l'ex-assistente segretario di stato James Dobbins - il vero
scopo della missione è stato quello di varare una coalizione
anti-iraniana tra i governi arabi più conservatori
e di contribuire al finanziamento all'armamento delle milizie
anti-hezbollah e anti-hamas in Libano e in Palestina.
A parte una verbosa opposizione che dovrebbe trovare espressione
in una risoluzione congressuale contro la escalation in corso
- qualcosa di simile a una raccomandazione che lascerà
il tempo che trova - il nuovo Congresso a maggioranza democratica
non intende affatto dissipare questo pauroso scenario di guerra
con i poteri legislativi di cui dispone: respingere a febbraio
la richiesta del presidente di aggiungere altri 65 miliardi
di dollari al finanziamento del conflitto iracheno, promuovere
inchieste per corruzione e peculato contro i maggiori esponenti
dell'amministrazione o addirittura varare la procedura dell'impeachment,
della destituzione, cioè, del capo dell'esecutivo per
avere costantemente mentito sulle ragioni della guerra e sulla
sua gestione da più di tre anni a questa parte.
da il Manifesto del 21.1.07