PRINT

Guerra-lampo contro l’Iran
La logica distorta di Bush-Cheney

di Alejandro Nadal

L’obiettivo di Washington non è di invadere ed occupare l’Iran. Lo scopo fondamentale è di eliminarlo perché costituisce un ostacolo al controllo delle risorse dell’Asia Centrale e del Golfo Persico. E per raggiungere questo scopo, non è necessario invadere il paese. E’ sufficiente distruggere il suo potenziale militare, aereo e navale, qualcosa che le forze armate degli Stati Uniti e dei suoi pochi alleati è in grado di fare in qualche settimana di bombardamento selettivo.

La crisi dei 15 marinai inglesi catturati dall’Iran ha reso più prossima l’eventualità di un attacco americano contro quel paese. Sono pochi a pensare che questa sia una scelta logica per Washington. Ma le guerre non cominciano quasi mai sulla base di analisi razionali. Errori di calcolo e cattiveria sono gli ingredienti più comuni nelle motivazioni dei conflitti.

Per la Casa Bianca, la necessità di attaccare l’Iran diventa ogni giorno più pressante. La percezione è che con l’approssimarsi della fine dell’amministrazione Bush, la finestra di opportunità per un’offensiva si stia avvicinando. Così, per quanto non sia molto logico pensare che un Presidente degli Stati Uniti possa passare a un suo successore la gestione di una guerra appena intrapresa, questo è proprio quello che ci si attende che succeda nell’attuale situazione di delirio che domina nella Stanza Ovale. Non ci sono dubbi che tutte le regole siano cambiate dopo l’11 Settembre. Il Consiglio di Sicurezza non farà da freno a Washington. Questo organismo è stato trasformato in modo radicale dalla fine della Guerra Fredda. L’11 Settembre ha dato il colpo di grazie a quello che rimaneva del Consiglio di Sicurezza. Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono quasi ammesse come normali anche se non hanno il sostegno di quest’organo. Il pretesto per iniziare un’offensiva contro l’Iran, il suo presunto progetto nucleare, è assurdo per varie ragioni. Tanto per cominciare, non c’è una prova incontrovertibile che l’Iran abbia un programma per dotarsi di armi nucleari. La discussione su questo punto non è conclusa. Gli impianti di Naranz (uranio arricchito) e Arak (acqua pesante) potrebbero far parte dello sforzo di acquisizione di una capacità tecnologica locale nell’industria nucleare civile, oppure potrebbero costituire l’inizio di un’avventura militare. Anche se esistesse in Iran un progetto nucleare militare, questo non potrebbe dar frutti il prossimo mese. In condizioni ideali, occorrerebbero almeno quattro anni per finire di costruire ed installare 3.000 centrifughe necessarie per arricchire l’uranio a livello militare, attivare l’impianto ed effettuare i test.

E’ evidente che ci siano falchi a Teheran alquanto interessati ad ottenere questo tipo di armamenti. Non mancano certo le sollecitazioni e dando un’occhiata alla mappa si capiscono le loro motivazioni. Ad est c’è l’Afghanistan in pieno conflitto, un po’ più in là il Pakistan con le sue armi nucleari (ora de facto legalizzate dall’accordo fra Washington e Islamabad). Ad ovest l’Iraq in piena guerra civile e, poco più in là, Israele con il suo arsenale nucleare. Verso nord, sulla costa del Mar Caspio, la Russia, l’altra superpotenza nucleare. Più lontano a nord-est la Cina. E più di ogni altra cosa, le motivazioni della recente realpolitik: se si possiedono armi nucleari ci saranno i negoziati (Nord Corea) altrimenti ci sarà la guerra (Iraq). Molti pensano che un’offensiva da parte di Washington sarebbe una sciocchezza perché gli americani riescono a malapena a far fronte all’Iraq. Come faranno ad attaccare un paese che è due volte più grande ed ha un numero doppio di abitanti?

Ma questo è il punto che non è messo a fuoco da buona parte del dibattito internazionale. L’obiettivo di Washington non è di invadere ed occupare l’Iran. Lo scopo fondamentale è di eliminarlo perché costituisce un ostacolo al controllo delle risorse dell’Asia Centrale e del Golfo Persico. E per raggiungere questo scopo, non è necessario invadere il paese. E’ sufficiente distruggere il suo potenziale militare, aereo e navale, qualcosa che le forze armate degli Stati Uniti e dei suoi pochi alleati è in grado di fare in qualche settimana di bombardamento selettivo. Non dobbiamo dimenticare che il Pentagono si prepara da decenni per tenere lo Stretto di Hormuz aperto ai movimenti navali (e gli europei, in caso di emergenza, gli saranno grati). In risposta, l’Iran può dar vita ad un incubo per gli americani in Iraq. Ma il sacrificio di qualche decina di soldati in più a Baghdad è qualcosa che non fermerà il sogno del duo Bush-Cheney. Entro un mese il numero delle vittime fra i soldati americani in Iraq conterà oltre 3.300 morti. La media giornaliera fino ad oggi di vittime americane di questa guerra è di 2,3. La Casa Bianca non si sentirà obbligata a ritirare le sue truppe dall’Iraq se il numero andrà oltre i 4 o 5 soldati al giorno. Gli americani possono reagire in altri modi ma allora si troveranno di fronte ad un fatto compiuto.

Nella logica distorta di Cheney e di Bush, saranno il caos e il numero maggiore di vittime ad obbligare gli Stati Uniti a restare in Iraq. Per questi due personaggi, gli europei, riluttanti o meno, dovranno accettare il fatto che è meglio controllare i proventi del petrolio dell’Asia Centrale e del Caspio piuttosto che abbandonare la regione in mezzo al caos. Le regole sono cambiate e Bush-Cheney non sono disposti a lasciarsi sfuggire questa opportunità.


Documento originale Blitzkrieg Against Iran: Bush-Cheney’s Twisted Logic
Traduzione di CV
Tradotto dallo spagnolo da Supriyo Chatterjee Questo articolo è stato pubblicato su La Jornada, Mexico, il 4 Aprile 2007
(da www.zmag.org/Italy )

 
PRINT