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I DOSSIER DI CONTROPIANO
Quanto manca all'attacco contro l'Iran ?
Un dossier di Contropiano documenta le reali motivazioni e il pericolo imminente di una nuova e devastante guerra in Medio Oriente: quella che USA, Israele e Gran Bretagna stanno per scatenare contro l'Iran. Di questo non sembrano accorgersi senatori e deputati che hanno discusso di missioni militari e politica estera nel vuoto pneumatico delle sale parlamentari. Ma anche dentro settori del movimento non sembra ancora esserci l'attenzione e l'analisi adeguata a questa nuova e terribile minaccia. Questo dossier, da leggere nel suo insieme, segnala questo allarme
Iran, i seri rischi di un attacco americano
Andrea Tani, 2 aprile 2007

da www.paginedidifesa.it

Mentre la vicenda dei marinai-marines britannici si sta svolgendo lungo le consuete modalità di questo genere di interazioni fra l’Iran e il mondo occidentale, da un trentennio a questa parte (arroganza, disprezzo delle convenzioni e brutalità da parte di Teheran, tutto sommato moderazione e “priorità-al-recupero-degli-ostaggi” dall’altra, con ribadita buona pace delle lezioni di muzioscevoliana fermezza che vengono impartite all’Italia quando a trattare è Roma) qualcuno sta cominciando a fare qualche serio conto sulle possibilità di mettere militarmente fine al pericolo rappresentato da un Iran siffatto, che domani avrà la bomba atomica e i missili per portarla a destinazione, con la consueta malagrazia, a distanze progressivamente crescenti. I conti li ha presumibilmente già fatti chi li doveva fare per mestiere e missione: in primis il Pentagono e la sua agenzia operativa dedicata allo scacchiere di interesse, ovvero il Central Command. Ma nulla era trapelato di preciso, a parte i movimenti delle portaerei che in genere precludono a fatti grossi, reali o credibilmente simulati. Ora comincia a filtrare qualcosa.
Il molto autorevole e informato Wall Street Journal ha pubblicato, nella sua edizione dello scorso week end, un editoriale a firma di un prestigioso ex tre stelle dell’Usaf, Thomas McInerny, un retired Assitant Vice Chief of Staff dell’Aeronautica statunitense, attualmente analista militare di Fox News. Secondo il generale, che è certamente persona informata sui fatti, i pretesti e le ragioni per passare con l’Iran dalle teoria alla concretezza ci sono già in abbondanza. Oltre la nota questione dell’arricchimento dell’uranio a fini probabilmente militari, il generale cita fra i motivi più immanenti la recente morte in Iraq di 200 soldati americani e il ferimento di altri 635 per effetto degli Esplosive Formed Penetrators (Efb), sofisticate mine telecomandate a carica cava che sono state fornite dagli iraniani alla guerriglia sciita. Il Central Command ne è certo. Per dare un segnale immediato e preciso, McIrney propone che ad ogni Efb che dovesse uccidere altri GI dovrebbe corrispondere un attacco aereo americano agli impianti nucleari iraniani, secondo una corrispondenza biunivoca definita ‘tit for tat’, ovvero colpo per colpo, con traduzione libera. O occhio per occhio, se si vuole. Se poi la manifestazione uscisse dai binari, gli alleati sicuramente capirebbero (così sostiene sbrigativamente il generale, forse con qualche wishful thinking di troppo).

Dopo questa sommaria disamina dei casus belli - che potrebbe essere un po’ più approfondita, a dir poco, anche se la cronaca recente delle guerre americane ci hanno abituato alle approssimazioni giustificative della Iperpotenza - il generale entra in qualche dettaglio tecnico, che risulta di maggior interesse per valutare la credibilità della pressione militare che gli Stati Uniti sono in grado di - e stanno cominciando a - esercitare sull’Iran. Il Central Command è oggi capace di assemblare con brevissimo preavviso una forza di attacco composta, secondo McIreney, di 75 arei stealth (B2, F117 e una new entry, l’ F22) più 250 velivoli d’attacco convenzionali basati a terra (B1, B52, F15 ed F16) e imbarcati sulle tre portaerei che fra poco saranno nell’area del Golfo Persico e vicinanze (120 F18). Più una quantità “notevole” (“galore”, come la definisce l’immaginifico generale) di missili cruise imbarcati sulle navi della 5a Flotta. Il tutto sostenuto da una imponente flotta di Uav, ben 750, presenti nel teatro iracheno e rapidamente impiegabili per contingenze adiacenti.

Si tratta di un dispositivo più che impressionante, soprattutto se si considera che il munizionamento che esso impiegherebbe è costituito per l’80-90% di armi molto precise a guida Gps e sensoriale combinata, cosa che consentirebbe a un singolo cacciabombardiere di distruggere in una sola missione le componenti essenziali di un intero sito di interesse: una fabbrica, uno stabilimento per l’arricchimento, una base aerea o missilistica, una piccola formazione navale, etc. Per non parlare di quello che potrebbe fare un bombardiere pesante armato interamente di armi precise (una settantina, per un B52, ad esempio). La conclusione di tutto ciò, secondo l’autore, è che in 48 ore, utilizzando circa 2500 ”aim points” ottenuti sommando le tre o quattro sortite giornaliere per aereo dei velivoli a disposizione e i missili da crociera imbarcati, potrebbero essere colpite e in gran parte rese inutilizzabili la difesa aerea iraniana, le basi dell’Aeronautica, le strutture di comando e controllo, le installazioni nucleari, i porti e le unità militari principali.

Nel tempo di due edizioni successive di giornali quotidiani il problema nucleare iraniano sarebbe risolto per i prossimi 10 o 15 anni. Se poi il colpo fosse abbastanza incruento sul piano delle perdite umane (cosa possibile attaccando essenzialmente di notte) e allo stesso tempo talmente devastante da colpire le fondamenta del potere teocratico iraniano, esso potrebbe generare un effetto disgregante sugli equilibri politici e ideologici esistenti,e indurre quel famoso ‘regime change’ eteroindotto che si è verificato per l’Argentina di Galtieri dopo la guerra delle Falkland-Malvinas giusto un quarto di secolo fa e per la Serbia di Milosevich una quindicina di anni più tardi.

Ma anche nel caso meno favorevole per le aspirazioni di Washington, la distruzione del sistema strategico iraniano potrebbe indurre una imponente destabilizzazione del precario melange di etnie che compongono un paese tutt’altro che monolitico, formato come si è dal 51% di persiani, 24% di Azeri, 10% di Curdi (particolarmente difficili da tenere a freno questi ultimi, dopo la semi indipendenza virtuale dei loro connazionali iracheni) e il resto principalmente turcomanni e arabi. La gran parte di queste etnie sono accomunate soprattutto dalla giovane età e dalla disoccupazione delle loro demografie e dall’insofferenza per le rigidità del sistema di potere teocratico in vigore, che ha esaurito da molto il suo slancio rivoluzionario e anche la purezza di realizzazione delle sue promesse palingenetiche. Per cui è tutt’altro che campata in aria la previsione che fa il generale McInermy, ovvero che un conflitto del genere potrebbe essere combattuto – e vinto - sulla falsariga di quello afgano (del 2001, è chiaro) mediante il “potere aereo preciso integrato con operazioni coperte e insurrezioni autoctone “aiutate” dai Servizi angloamericani.

Naturalmente questa prospettiva prescinde dalle più vaste considerazioni geopolitiche e strategiche che possono consigliare l’accentuazione della drammatizzazione del confronto o il viceversa. La questione del “che fare con l’Iran” è di una complessità enorme, e sarà bene che venga affrontata tenendo ben presenti tutte le variabili e non solo quelle strettamente militari. Resta il fatto che sul piano strettamente militare, se l’obbiettivo di un eventuale blitz aereo e missilistico fosse circoscritto nel tempo e nello spazio, le probabilità che esso possa essere condotto con successo in tempi brevi appaiono ragionevolmente elevate. I dati forniti dal Generale McInerny sono pubblici e del tutto attendibili; il livello di precisione delle armi americane in un contesto netcentrico oramai consolidato - come è quello degli assetti aerei e missilistici del Pentagono – è quello che sappiamo, ovvero decimetri al posto di metri. Non è quindi particolarmente inverosimile la grande resa operativa di uno strike che le impiegasse ai livelli dell’Afghanistan o di Iraqi Freedom (60-75% del totale) o anche superiori (nella fase di blitz considerata, il 90 o addirittura il 100%).

E’ da tenere presente che le difese iraniane sono del tutto obsolete, a meno di qualche recente fornitura russa di scarso significato, e molto carenti sotto il profilo della copertura e della ridondanza. L’Iraq del 1991, la Serbia del 1999 e forse anche l’Iraq del 2003 erano molto più equipaggiati, in termini di difesa aerea dell’Iran di oggi (le prime due nazioni, di gran lunga). Il pericolo di una risposta missilistica iraniana diretta contro Israele (il consueto spauracchio dittorial-islamico di questi casi) è reale, ma i missili che dovrebbero costituire il fulcro di tale risposta (gli Shahab 3) sono in gran parte a combustibile liquido - quindi rilevabili dai sistemi di sorveglianza americani prima del lancio - e dislocati in numeri non clamorosi (da 25 a 100 armi, secondo Global Security). Inoltre la difesa antimissilistica di Tsahal ha fatto dei passi da gigante, con i Patriot Pac 3 e i nuovissimi Arrow schierati in modo permanente a difesa delle città israeliane.

La situazione ai tempi di Desert Storm era molto peggiore, anche in termini di rischi per Israele - e non solo, anche l’Arabia Saudita era minacciata - eppure l’invasione fu lanciata ed ebbe quel successo che si ricorderà. E non è che l’armamento nucleare in divenire di Teheran sia un argomento di minore spessore rispetto a un Kuwait invaso. Come potenziale di destabilizzazione è di gran lunga superiore. Bush padre e l’Occidente potevano anche accettare il ‘fait accompli’ di Saddam senza che il mondo crollasse (il petrolio sarebbe continuato a fluire verso le destinazioni di sempre più o meno agli stessi prezzi), e infatti un pensierino fu fatto, all’epoca, dal presidente americano, che fu richiamato all’ordine e alla sua fierezza di Wasp dalla signora Tatcher, e costretto a traversare il suo Rubicone.

Un Iran nucleare e missilistico e nel contempo arrogante e aggressivo, come risulta sempre più incredibilmente dalla recente vicenda degli ostaggi britannici, sarebbe veramente un dirompente fatto nuovo, non solo sulla scena regionale. Un fatto nuovo capace di modificare svariati dossier internazionali in profondità e in modo intollerabile per gli equilibri di potere esistenti. I quali non appartengono solo agli occidentali. Anche gli arabi sunniti e i russi non gradirebbero affatto l’atomica in mano rispettivamente alla teocrazia sciita e alla più grande potenza musulmana dell’area, in grado di attrarre come un potente magnete le aspirazioni degli inquieti e meridionali islamici della Federazione moscovita. Il Pakistan non si rallegrerebbe particolarmente di dover spartire la bomba islamica con qualcun altro, per non parlare degli Stati che subirebbero una diminuzione di status, come Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Emirati del Golfo, eccetera.

Una campagna aerea del tipo di quella che piegò la Serbia di Milosevich nei famosi 78 giorni della primavera del ’99 piegherebbe anche l’Iran, con meno aerei e meno restrizioni, dato che gli armamenti sono molto più precisi di allora e chi dirige le operazioni è solo uno, il Centom e non i quindici di Shape e del Comitato militare atlantico di Evere. Naturalmente le riverberazioni di un’iniziativa del genere tracimerebbero oltre i confini iraniani e oltre il Golfo. In Iraq meridionale, innanzitutto, e poi in Libano e in Terrasanta (perché si può essere certi che gli Hezbollah riprenderebbero i loro lanci massicci di Katiuscia sull’Alta Galilea) e nel Golfo Persico, che verrebbe probabilmente bloccato per un certo tempo al transito delle superpetroliere, dalle operazioni militari e dalle probabili mine iraniane. Anche se bisogna considerare che durante la guerra fra Iraq e Iran degli anni Ottanta non vi fu mai un arresto completo del traffico, nonostante le mine di ambo i contendenti e gli attacchi alle petroliere di barchini di pasdaran iraniani ed Exocet iracheni. La supremazia aerea e navale americana (e britannica) nell’area è oggi tale da far ipotizzare la completa distruzione di tutti gli assetti iraniani significativi nel giro di pochi giorni, compresi posamine e stock di armi.

Insomma, per riassumere, l’ipotesi di un’offensiva decisiva contro l’Iran da parte anglo-americana non è poi così inverosimile come si legge e si crede comunemente. E vero che l’US Army viaggia con la spia della riserva accesa, per gli impegni iracheni e afgani, e anche l’US Marine Corps, nonostante la sua maggiore grinta, ma l’Usaf e la US Navy sono ancora in panchina e tutt’altro che spossate. Probabilmente smaniano dalla voglia di battersi, se non altro per dimostrare che i dollari impiegati in tutti quei loro fantasiosi neologismi high tech che vengono criticati tanto, in Congresso e altrove, perchè tolgono risorse ai ‘boots on the ground’, sono giustificati e quando viene il momento fanno la differenza. Si può essere certi che il blitz che gli americani stanno preparando avrebbe una valenza esclusivamente aerea, come la campagna contro la Serbia del ‘99. Le conseguenze terrestri riguarderebbero il solo Iraq, ma a quel punto, con l’attenzione dei media internazionali focalizzata sull’Iran, anche il generale Patraeus avrebbe mano più libera.

Se continua così e la dirigenza iraniana persevera nel non perdere una sola occasione per dimostrare quello che neanche i suoi più scatenati antipatizzanti osano ipotizzare (ovvero che nella crisi con l’Iran il mondo si trova al cospetto soprattutto di una aspirazione martirologica che potrà corrispondere ai dettami dello sciismo più militante ma non ha niente a che fare con la strategia e la politica) se tutto questo continua a verificarsi a ogni sfavorevole occasione, sarà difficile che tutta la vicenda non finisca come preconizzato dall’articolo del Wall Street Journal. Teheran è in rotta di collisione con tutto e tutti. Se non sarà la nave iraniana ad accostare, magari all’ultimo momento, con uno di quei colpi di timone che sono tanto congeniali alla seamanship degli ayatollah, sarà molto difficile che lo faccia chiunque altro. Il momento del redde rationem nel Golfo Persico si sta probabilmente avvicinando.