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Mentre la vicenda dei
marinai-marines britannici si sta svolgendo lungo le consuete
modalità di questo genere di interazioni fra l’Iran
e il mondo occidentale, da un trentennio a questa parte (arroganza,
disprezzo delle convenzioni e brutalità da parte di
Teheran, tutto sommato moderazione e “priorità-al-recupero-degli-ostaggi”
dall’altra, con ribadita buona pace delle lezioni di
muzioscevoliana fermezza che vengono impartite all’Italia
quando a trattare è Roma) qualcuno sta cominciando
a fare qualche serio conto sulle possibilità di mettere
militarmente fine al pericolo rappresentato da un Iran siffatto,
che domani avrà la bomba atomica e i missili per portarla
a destinazione, con la consueta malagrazia, a distanze progressivamente
crescenti. I conti li ha presumibilmente già fatti
chi li doveva fare per mestiere e missione: in primis il Pentagono
e la sua agenzia operativa dedicata allo scacchiere di interesse,
ovvero il Central Command. Ma nulla era trapelato di preciso,
a parte i movimenti delle portaerei che in genere precludono
a fatti grossi, reali o credibilmente simulati. Ora comincia
a filtrare qualcosa.
Il molto autorevole e informato Wall Street Journal ha pubblicato,
nella sua edizione dello scorso week end, un editoriale a
firma di un prestigioso ex tre stelle dell’Usaf, Thomas
McInerny, un retired Assitant Vice Chief of Staff dell’Aeronautica
statunitense, attualmente analista militare di Fox News. Secondo
il generale, che è certamente persona informata sui
fatti, i pretesti e le ragioni per passare con l’Iran
dalle teoria alla concretezza ci sono già in abbondanza.
Oltre la nota questione dell’arricchimento dell’uranio
a fini probabilmente militari, il generale cita fra i motivi
più immanenti la recente morte in Iraq di 200 soldati
americani e il ferimento di altri 635 per effetto degli Esplosive
Formed Penetrators (Efb), sofisticate mine telecomandate a
carica cava che sono state fornite dagli iraniani alla guerriglia
sciita. Il Central Command ne è certo. Per dare un
segnale immediato e preciso, McIrney propone che ad ogni Efb
che dovesse uccidere altri GI dovrebbe corrispondere un attacco
aereo americano agli impianti nucleari iraniani, secondo una
corrispondenza biunivoca definita ‘tit for tat’,
ovvero colpo per colpo, con traduzione libera. O occhio per
occhio, se si vuole. Se poi la manifestazione uscisse dai
binari, gli alleati sicuramente capirebbero (così sostiene
sbrigativamente il generale, forse con qualche wishful thinking
di troppo).
Dopo questa sommaria disamina dei casus belli
- che potrebbe essere un po’ più approfondita,
a dir poco, anche se la cronaca recente delle guerre americane
ci hanno abituato alle approssimazioni giustificative della
Iperpotenza - il generale entra in qualche dettaglio tecnico,
che risulta di maggior interesse per valutare la credibilità
della pressione militare che gli Stati Uniti sono in grado
di - e stanno cominciando a - esercitare sull’Iran.
Il Central Command è oggi capace di assemblare con
brevissimo preavviso una forza di attacco composta, secondo
McIreney, di 75 arei stealth (B2, F117 e una new entry, l’
F22) più 250 velivoli d’attacco convenzionali
basati a terra (B1, B52, F15 ed F16) e imbarcati sulle tre
portaerei che fra poco saranno nell’area del Golfo Persico
e vicinanze (120 F18). Più una quantità “notevole”
(“galore”, come la definisce l’immaginifico
generale) di missili cruise imbarcati sulle navi della 5a
Flotta. Il tutto sostenuto da una imponente flotta di Uav,
ben 750, presenti nel teatro iracheno e rapidamente impiegabili
per contingenze adiacenti.
Si tratta di un dispositivo più che
impressionante, soprattutto se si considera che il munizionamento
che esso impiegherebbe è costituito per l’80-90%
di armi molto precise a guida Gps e sensoriale combinata,
cosa che consentirebbe a un singolo cacciabombardiere di distruggere
in una sola missione le componenti essenziali di un intero
sito di interesse: una fabbrica, uno stabilimento per l’arricchimento,
una base aerea o missilistica, una piccola formazione navale,
etc. Per non parlare di quello che potrebbe fare un bombardiere
pesante armato interamente di armi precise (una settantina,
per un B52, ad esempio). La conclusione di tutto ciò,
secondo l’autore, è che in 48 ore, utilizzando
circa 2500 ”aim points” ottenuti sommando le tre
o quattro sortite giornaliere per aereo dei velivoli a disposizione
e i missili da crociera imbarcati, potrebbero essere colpite
e in gran parte rese inutilizzabili la difesa aerea iraniana,
le basi dell’Aeronautica, le strutture di comando e
controllo, le installazioni nucleari, i porti e le unità
militari principali.
Nel tempo di due edizioni successive di giornali
quotidiani il problema nucleare iraniano sarebbe risolto per
i prossimi 10 o 15 anni. Se poi il colpo fosse abbastanza
incruento sul piano delle perdite umane (cosa possibile attaccando
essenzialmente di notte) e allo stesso tempo talmente devastante
da colpire le fondamenta del potere teocratico iraniano, esso
potrebbe generare un effetto disgregante sugli equilibri politici
e ideologici esistenti,e indurre quel famoso ‘regime
change’ eteroindotto che si è verificato per
l’Argentina di Galtieri dopo la guerra delle Falkland-Malvinas
giusto un quarto di secolo fa e per la Serbia di Milosevich
una quindicina di anni più tardi.
Ma anche nel caso meno favorevole per le
aspirazioni di Washington, la distruzione del sistema strategico
iraniano potrebbe indurre una imponente destabilizzazione
del precario melange di etnie che compongono un paese tutt’altro
che monolitico, formato come si è dal 51% di persiani,
24% di Azeri, 10% di Curdi (particolarmente difficili da tenere
a freno questi ultimi, dopo la semi indipendenza virtuale
dei loro connazionali iracheni) e il resto principalmente
turcomanni e arabi. La gran parte di queste etnie sono accomunate
soprattutto dalla giovane età e dalla disoccupazione
delle loro demografie e dall’insofferenza per le rigidità
del sistema di potere teocratico in vigore, che ha esaurito
da molto il suo slancio rivoluzionario e anche la purezza
di realizzazione delle sue promesse palingenetiche. Per cui
è tutt’altro che campata in aria la previsione
che fa il generale McInermy, ovvero che un conflitto del genere
potrebbe essere combattuto – e vinto - sulla falsariga
di quello afgano (del 2001, è chiaro) mediante il “potere
aereo preciso integrato con operazioni coperte e insurrezioni
autoctone “aiutate” dai Servizi angloamericani.
Naturalmente questa prospettiva prescinde
dalle più vaste considerazioni geopolitiche e strategiche
che possono consigliare l’accentuazione della drammatizzazione
del confronto o il viceversa. La questione del “che
fare con l’Iran” è di una complessità
enorme, e sarà bene che venga affrontata tenendo ben
presenti tutte le variabili e non solo quelle strettamente
militari. Resta il fatto che sul piano strettamente militare,
se l’obbiettivo di un eventuale blitz aereo e missilistico
fosse circoscritto nel tempo e nello spazio, le probabilità
che esso possa essere condotto con successo in tempi brevi
appaiono ragionevolmente elevate. I dati forniti dal Generale
McInerny sono pubblici e del tutto attendibili; il livello
di precisione delle armi americane in un contesto netcentrico
oramai consolidato - come è quello degli assetti aerei
e missilistici del Pentagono – è quello che sappiamo,
ovvero decimetri al posto di metri. Non è quindi particolarmente
inverosimile la grande resa operativa di uno strike che le
impiegasse ai livelli dell’Afghanistan o di Iraqi Freedom
(60-75% del totale) o anche superiori (nella fase di blitz
considerata, il 90 o addirittura il 100%).
E’ da tenere presente che le difese
iraniane sono del tutto obsolete, a meno di qualche recente
fornitura russa di scarso significato, e molto carenti sotto
il profilo della copertura e della ridondanza. L’Iraq
del 1991, la Serbia del 1999 e forse anche l’Iraq del
2003 erano molto più equipaggiati, in termini di difesa
aerea dell’Iran di oggi (le prime due nazioni, di gran
lunga). Il pericolo di una risposta missilistica iraniana
diretta contro Israele (il consueto spauracchio dittorial-islamico
di questi casi) è reale, ma i missili che dovrebbero
costituire il fulcro di tale risposta (gli Shahab 3) sono
in gran parte a combustibile liquido - quindi rilevabili dai
sistemi di sorveglianza americani prima del lancio - e dislocati
in numeri non clamorosi (da 25 a 100 armi, secondo Global
Security). Inoltre la difesa antimissilistica di Tsahal ha
fatto dei passi da gigante, con i Patriot Pac 3 e i nuovissimi
Arrow schierati in modo permanente a difesa delle città
israeliane.
La situazione ai tempi di Desert Storm era
molto peggiore, anche in termini di rischi per Israele - e
non solo, anche l’Arabia Saudita era minacciata - eppure
l’invasione fu lanciata ed ebbe quel successo che si
ricorderà. E non è che l’armamento nucleare
in divenire di Teheran sia un argomento di minore spessore
rispetto a un Kuwait invaso. Come potenziale di destabilizzazione
è di gran lunga superiore. Bush padre e l’Occidente
potevano anche accettare il ‘fait accompli’ di
Saddam senza che il mondo crollasse (il petrolio sarebbe continuato
a fluire verso le destinazioni di sempre più o meno
agli stessi prezzi), e infatti un pensierino fu fatto, all’epoca,
dal presidente americano, che fu richiamato all’ordine
e alla sua fierezza di Wasp dalla signora Tatcher, e costretto
a traversare il suo Rubicone.
Un Iran nucleare e missilistico e nel contempo
arrogante e aggressivo, come risulta sempre più incredibilmente
dalla recente vicenda degli ostaggi britannici, sarebbe veramente
un dirompente fatto nuovo, non solo sulla scena regionale.
Un fatto nuovo capace di modificare svariati dossier internazionali
in profondità e in modo intollerabile per gli equilibri
di potere esistenti. I quali non appartengono solo agli occidentali.
Anche gli arabi sunniti e i russi non gradirebbero affatto
l’atomica in mano rispettivamente alla teocrazia sciita
e alla più grande potenza musulmana dell’area,
in grado di attrarre come un potente magnete le aspirazioni
degli inquieti e meridionali islamici della Federazione moscovita.
Il Pakistan non si rallegrerebbe particolarmente di dover
spartire la bomba islamica con qualcun altro, per non parlare
degli Stati che subirebbero una diminuzione di status, come
Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Emirati del Golfo,
eccetera.
Una campagna aerea del tipo di quella che
piegò la Serbia di Milosevich nei famosi 78 giorni
della primavera del ’99 piegherebbe anche l’Iran,
con meno aerei e meno restrizioni, dato che gli armamenti
sono molto più precisi di allora e chi dirige le operazioni
è solo uno, il Centom e non i quindici di Shape e del
Comitato militare atlantico di Evere. Naturalmente le riverberazioni
di un’iniziativa del genere tracimerebbero oltre i confini
iraniani e oltre il Golfo. In Iraq meridionale, innanzitutto,
e poi in Libano e in Terrasanta (perché si può
essere certi che gli Hezbollah riprenderebbero i loro lanci
massicci di Katiuscia sull’Alta Galilea) e nel Golfo
Persico, che verrebbe probabilmente bloccato per un certo
tempo al transito delle superpetroliere, dalle operazioni
militari e dalle probabili mine iraniane. Anche se bisogna
considerare che durante la guerra fra Iraq e Iran degli anni
Ottanta non vi fu mai un arresto completo del traffico, nonostante
le mine di ambo i contendenti e gli attacchi alle petroliere
di barchini di pasdaran iraniani ed Exocet iracheni. La supremazia
aerea e navale americana (e britannica) nell’area è
oggi tale da far ipotizzare la completa distruzione di tutti
gli assetti iraniani significativi nel giro di pochi giorni,
compresi posamine e stock di armi.
Insomma, per riassumere, l’ipotesi
di un’offensiva decisiva contro l’Iran da parte
anglo-americana non è poi così inverosimile
come si legge e si crede comunemente. E vero che l’US
Army viaggia con la spia della riserva accesa, per gli impegni
iracheni e afgani, e anche l’US Marine Corps, nonostante
la sua maggiore grinta, ma l’Usaf e la US Navy sono
ancora in panchina e tutt’altro che spossate. Probabilmente
smaniano dalla voglia di battersi, se non altro per dimostrare
che i dollari impiegati in tutti quei loro fantasiosi neologismi
high tech che vengono criticati tanto, in Congresso e altrove,
perchè tolgono risorse ai ‘boots on the ground’,
sono giustificati e quando viene il momento fanno la differenza.
Si può essere certi che il blitz che gli americani
stanno preparando avrebbe una valenza esclusivamente aerea,
come la campagna contro la Serbia del ‘99. Le conseguenze
terrestri riguarderebbero il solo Iraq, ma a quel punto, con
l’attenzione dei media internazionali focalizzata sull’Iran,
anche il generale Patraeus avrebbe mano più libera.
Se continua così e la dirigenza iraniana
persevera nel non perdere una sola occasione per dimostrare
quello che neanche i suoi più scatenati antipatizzanti
osano ipotizzare (ovvero che nella crisi con l’Iran
il mondo si trova al cospetto soprattutto di una aspirazione
martirologica che potrà corrispondere ai dettami dello
sciismo più militante ma non ha niente a che fare con
la strategia e la politica) se tutto questo continua a verificarsi
a ogni sfavorevole occasione, sarà difficile che tutta
la vicenda non finisca come preconizzato dall’articolo
del Wall Street Journal. Teheran è in rotta di collisione
con tutto e tutti. Se non sarà la nave iraniana ad
accostare, magari all’ultimo momento, con uno di quei
colpi di timone che sono tanto congeniali alla seamanship
degli ayatollah, sarà molto difficile che lo faccia
chiunque altro. Il momento del redde rationem nel Golfo Persico
si sta probabilmente avvicinando. |