I
laboratori della guerra umanitaria
all’opera nel Darfur
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Darfur,
300mila morti non bastano ancora per intervenire
di Franco Londei, 27 settembre
2006
|
29 luglio 2004 “I mezzi di
informazione stanno preparando la strada per un intervento
militare in Sudan. Un'altra guerra per il petrolio?” Così
scriveva John Laughland
su Sanders Research
Associates; 15 aprile 2005 “Darfur.
L'industria della guerra umanitaria torna
al lavoro” e poi “Emergenza umanitaria?” Stesse fonti,
stessi protagonisti, stessi obiettivi di sempre: intervento
militare con lo scopo di disgregare un paese – il Sudan -
e mettere le mani sulle sue risorse ( acque del Nilo e petrolio).
Una guida ed una lettura ragionata ai documenti che stanno
preparando la nuova guerra umanitaria” cosi, invece scriveva
“Contropiano”.
Solo due semplici esempi
(ma ce ne sono tanti altri) di quanto può essere illogica
e di parte alcuna stampa schierata, infischiandosene di quanto
realmente succede in determinate parti del mondo, preferendo
la disinformazione all’informazione, spesso a discapito di
gente che poi muore veramente. Le stesse fonti, oggi
nel 2006, invocano un intervento in Darfur per fermare il genocidio. Come del resto magnificano
l’intervento dell’Onu in Libano,
intervento che, allo stato attuale dei fatti, è del tutto
inutile per quanto riguarda il mandato ricevuto viste le
ultime dichiarazione del capo di Hezbollah.
Ma come, due anni fa si cercava di fare l’ennesima
guerra per il petrolio in Darfur
e oggi che nessuno è intervenuto si chiede di fare quella
che testualmente viene definita “una
guerra a favore dell’industria umanitaria”? Forse che l’intervento
in Libano non è più attinente alla cosiddetta industria umanitaria?
A quella di Hezbollah di sicuro.
Nel frattempo in Darfur sono morte
ufficialmente 300mila persone e ci sono quattro milioni di
sfollati. Alla faccia della guerra per l’industria
umanitaria.
In Darfur si è
tornato a sparare come e più di prima e gli accordi di
Abuja sono serviti solo alle
parti per prendere tempo per riarmarsi. Le milizie Janjaweed (i diavoli a cavallo), che dovevano essere disarmate
dal governo sudanese, non solo non sono state disarmate
ma ormai non usano nemmeno più
i destrieri arabi che li hanno resi famosi. Negli ultimi tempi
si muovono a bordo di fiammanti Toyota
dotate di moderni cannoncini e mitragliatrici pesanti, hanno
le ultime versioni degli Rpg
e quando serve hanno anche a disposizione una decina di Tupolev
venduti dalla Russia al governo sudanese. Non da meno sono
i ribelli che, abbondantemente riforniti dai nemici di Omar al-Bashir (presidente padrone
del Sudan) con il Chad in testa,
hanno ben pensato di passare sul mercato delle armi a fare
acquisti (questo si che è un mercato che tira, altro che il
petrolio).
In mezzo a questa “guerra umanitaria” ci
sono milioni di poveri disgraziati che non sanno dove andare,
non sanno cosa mangiare o bere. Non
possono allevare nemmeno un capo di bestiame
(fonte principale di sostentamento) tanto meno possono
piantare le solite culture di sussistenza. Si devono affidare
agli aiuti umanitari che però non possono arrivare in quanto via terra sarebbero
attaccati, via aerea neanche a parlarne (finirebbero tutti
nelle mani delle parti combattenti). Ci sono alcuni Idp
camp protetti dalle truppe dell’Unione Africana ma anche lì
la situazione non migliora.
Omar al-Bashir
ha categoricamente escluso un intervento delle truppe Onu,
non le vuole, mentre ha rinnovato il permesso alle truppe
dell’Unione Africana che però non
hanno fondi per mantenere la missione e anche a mezzi non
sono messi molto bene. In ogni caso, allo stato attuale sono
praticamente inutili. Nel frattempo
cosa si fa, a parte le solite dichiarazioni d’intenti? Si
continua a vendere armi al Sudan e al Chad.
Anzi, la spesa militare sudanese è aumentata nonostante non
comprenda più la parte meridionale (gli ex ribelli le armi
se le comprano da soli).
Allora non si tratta più di fare una
ennesima guerra per il petrolio (che poi è quasi totalmente
in mano cinese), si tratta di iniziare a provare a salvare
un popolo da un vero genocidio, si tratta di prendere decisioni
anche drammatiche, si tratta di applicare la stessa “ingerenza
umanitaria” applicata a suo tempo nei Balcani,
di imporre una “no fly zone” sul
Darfur, di imporre l’ingresso di
aiuti umanitari urgenti scortati militarmente.
Se l’Onu
e l’Unione Europea si sono mossi così velocemente per il Libano,
perché non fare altrettanto per il Darfur
che in termini prettamente umanitari e mille volte più importante?
Forse che non ci sono le stesse priorità strategiche? Forse
che i missili Hezbollah o israeliani
sono diversi dalle bombe sudanesi? Forse si, provocano più
morte e quando non uccidono subito lo fanno indirettamente
portando fame e carestia. Trecentomila morti non sono sufficienti
per passare finalmente dalle parole ai fatti?
( da www.paginedidifesa.it )
Darfur. L’industria della guerra umanitaria torna
al lavoro
Emergenza
umanitaria? E’ lo stesso modello operativo e informativo
sperimentato per il Kosovo. Stesse le fonti, stessi i
protagonisti, stessi gli obiettivi di sempre: intervento
militare con l’obiettivo di disgregare un paese –in
questo caso il Sudan - e mettere le mani sulle sue
risorse ( acque del Nilo e petrolio). Una
guida ed una lettura ragionata ai documenti che stanno
preparando la nuova guerra umanitaria”.
|
| Gli uomini di Soros
entrano in azione. L’International
Crisis Group |
Un rapporto dell'International Crisis Group del 2005 accusa la
Comunità internazionale di fare troppo poco per proteggere
le popolazioni civili colpite
dal conflitto. Le proposte sono quelle già sperimentate
in Jugoslavia (embargo al governo del Sudan ) e in
Iraq (no fly zone sul Darfur).
"Darfur:
the Failure to Protect". Questo
il titolo dell'ultimo rapporto pubblicato oggi dall'organismo
internazionale per la difesa dei diritti umani International
Crisis Group
(ICG). In apertura, ICG
invita "il Consiglio di sicurezza
a porre un termine alle sue divisioni e agire immediatamente
per fermare le atrocità" perpetrate in Darfur.
Nel
rapporto, ICG
denuncia "un peggioramento delle
situazioni umanitaria e politica, e della sicurezza
in una regione dove i massacri proseguono in un clima
di totale impunità, la gente continua a morire in
massa per malattie e malnutrizione, temendo la carestia".
"Le tre risoluzioni del Consiglio di sicurezza
Onu hanno fallito nel loro
intento di fermare le violenze " commenta ICG,
a detta del quale la quarta "in corso di dibattito
deve essere sufficientemente incisiva per fare la
differenza" in un conflitto che dal febbraio
2003 vede contrapporsi due movimenti ribelli (Sla
e Jem) e le milizie armate
Janjaweed, a loro volta
supportate via aerea dal
regime di Khartum. In due anni, le violenze perpetrate dal governo
sudanese e dai janjaweed
ha fatto 100mila vittime e colpito 2,65 milioni di
persone.
Ricordando implicitamente che la soluzione del conflitto
va trovata in vie politiche, il direttore del Programma
Africa di ICG, Suliman Baldo sostiene che "la risposta internazionale
è stata retoricamente forte,
ma ci vuole di più che semplici parole per fermare
i massacri". Tra le soluzioni ipotizzate da Icg, "vi è la necessità di convincere il governo a mantenere
la sua promessa nel disarmare e neutralizzare le milizie
Janjaweed". Per raggiungere questo
obiettivo, è necessario:
- una risoluzione Onu che
imponga misure punitive mirate, come il congelamento dei beni delle
principali compagnie legate al regime, impedire alle
figure militare chiave di recarsi all'estero, imporre
un embargo sulle armi, autorizzare investigazioni
e processi della Corte penale internazionale (Cpi)
sui crimini atroci documentati dalla Commissione d'inchiesta;
- un Consiglio di sicurezza che autorizza
una no-fly zone sul Darfur
riogorosamente monitorato
dalle forze dell'Unione africana, con un Consiglio
pronto a lanciare una forte azione in caso di violazione
e
- una decisione tesa a moltiplicare le forze dell'UA
inadeguate (attualmente meno di 2mila) portandole
a almeno 10mila soldati e rafforzare il suo mandato
per proteggere i civili."
Rapporto marzo
2005 |
| Anche
la solita Human Rights
Watch comincia a martellare con i suoi rapporti. Le parole
strategiche “mobilitanti” sono le stesse di sempre e
ci sono tutte: pulizia etnica, stupri, conflitti
etnici tra arabi e non arabi, indimostrabili fosse comuni
(come in Kosovo), “inaffidabilità” delle notizie fornite dal governo
del Sudan |
“Darfur: pulizia etnica nel Sudan Occidentale
Human Rights Watch
ha di recente pubblicato un rapporto esteso sulla
sistematica pulizia etnica condotta dal governo e
da milizie arabe da lui sostenute contro le popolazioni
africane Fur, Masalit
e Zaghawa nel Darfur sudanese. Pubblichiamo
il sommario del rapporto.
Il governo sudanese è responsabile di atti
di pulizia etnica e crimini contro l'umanità nel Darfur, una delle regioni
più povere e inaccessibli
del mondo, ai confini occidentali del Sudan, verso
il Ciad. Il governo del Sudan e le milizie arabe "Janjaweed"
che il governo arma e sostiene hanno perpetrato numerosi
attacchi contro le popolazioni civili dei gruppi etnici
Fur, Masalit
e Zaghawa.
Darfur, villaggio di Jijira
Adi Abbe
Le
forze governative hanno supervisionato e direttamente
partecipato ai massacri, con esecuzioni sommarie di
civili - comprese donne e bambini - incendio di villaggi
e spopolamento violento di larghe fasce di terra a
lungo abitate da Fur, Masalit e Zaghawa.
Le milizie Janjaweed, musulmane
come i gruppi Africani che colpiscono, hanno distrutto
moschee, ucciso leader musulmani
e sconsacrato i Corani appartenuti ai loro nemici.
Il
governo e i suoi alleati Janjaweed
hanno ucciso migliaia di
Fur, Masalit e Zaghawa
- spesso a sangue freddo - violentato donne e distrutto
villaggi, scorte di cibo e altri beni essenziali per
le popolazioni civili. Hanno spinto più di un milione
di persone, per lo più contadini,
in accampamenti e insediamenti nel Darfur,
dove vivono in condizioni prossime alla mera sopravvivenza,
esposte agli abusi dei Janjaweed.
Circa 110.000 persone sono fuggite nel vicino
Ciad, ma la grande maggioranza delle vittime di guerra
è rimasta intrappolata nel Darfur.
È un conflitto con profonde radici storiche, aggravatosi
a partire dal febbraio 2003,
quando due gruppi ribelli, l'Esercito di Liberazione
del Sudan/Movimento (SLA/M) e il Movimento per la
Giustizia e l'Eguaglianza (JEM),
guidati da membri dei gruppi etnici Fur, Masalit
e Zaghawa hanno chiesto la fine della cronica marginalizzazione economica e cercato di ottenere una redistribuzione del potere all'interno dello stato sudanese,
governato dai gruppi arabi.
Le richieste miravano ad ottenere anche una
azione governativa che mettesse fine agli abusi
dei loro rivali, pastori arabi spinti dentro i campi
degli africani dalla siccità e dalla desertificazione,
con alle spalle una lunga tradizione di milizie armate
nomadi. Il governo ha risposto a questa minaccia politica
e militare colpendo le popolazioni civili da cui provenivano
i ribelli.
Si è impegnato
scopertamente in operazioni di pulizia etnica
organizzando una alleanza
militare e politica con gruppi di nomadi arabi, compresi
i Janjaweed; li ha armati,
addestrati e organizzati; li ha provvisti dell'impunità
per tutti i crimini commessi.
L'alleanza
tra governo e Janjaweed
è caratterizzata da attacchi congiunti, rivolti più
spesso contro le popolazioni civili che contro le
forze ribelli: spedizioni composte da
membri dell'esercito sudanese e da Janjaweed
che indossano uniformi praticamente indistinguibili
da quelle dell'esercito regolare.
Sebbene
i Janjaweed siano sempre in numero
superiore a quello dei soldati regolari, durante gli
attacchi le forze governative arrivano per prime e
si ritirano per ultime. Come ha raccontato uno sfollato,
"I soldati vedono tutto" quello che fanno
i Janjaweed. "Arrivano
con loro, combattono con loro e se ne vanno con loro".
Gli
attacchi congiunti esercito-Janjaweed
sono spesso sostenuti dalle forze aeree sudanesi.
Molti assalti hanno decimato le piccole comunità contadine,
uccidendo in qualche caso anche un centinaio di persone
per attacco. Ma la maggior
parte delle vittime non compare in alcun tipo di registro.
Human Rights Watch
è rimasta 25 giorni all'interno e sui confini del
Darfur Occidentale, documentando
gli abusi nelle aree rurali precedentemente
popolate dai contadini Fur e Masalit.
A partire dall'agosto 2003, larghe fasce di terra,
tra le più fertili della regione, sono state incendiate
e spopolate.
Con rare eccezioni, la regione è stata svuotata dei
suoi originari abitanti Fur e Masalit.
Tutto quello che può servire a sopravvivere - bestiame
e riserve di cibo, pozzi e pompe per l'acqua, coperte
ed abiti - è stato saccheggiato o distrutto.
I villaggi sono stati dati alle fiamme, non casualmente
ma sistematicamente, spesso non una volta ma due,
a distanza di poco tempo.
La
presenza incontrollata di Janjaweed
nella regione incendiata e nei villaggi bruciati e
abbandonati, ha spinto i civili in accampamenti e
insediamenti ai margini delle città più grandi, dove
i Janjaweed
uccidono, stuprano e saccheggiano, rubando anche i
beni di soccorso ed emergenza, impunemente.
Di
fronte agli appelli internazionali che chiedevano
la verifica dei rapporti sulle violazioni di massa
dei diritti umani, il governo ha risposto negando ogni addebito
e tentando contemporaneamente di manipolare e contenere
le fughe di notizie. Ha impedito la pubblicazione
di rapporti sul Darfur sulla stampa nazionale, ristretto l'accesso dei media internazionali e tentato di ostacolare il flusso
di coloro che intendevano rifugiarsi nel Ciad.
Solo con molti rinvii e dopo significative pressioni
internazionali è stato permesso l'ingresso nel Darfur
di due delegazioni di alto livello delle Nazioni Unite.
Il governo ha promesso il libero accesso per gli aiuti
umanitari, ma non lo ha poi deliberato.
Al
contrario, recenti rapporti,
che riferiscono della manomissione di fosse comuni
e di altre prove da parte del governo, fanno
pensare che il governo sia pefettamente
consapevole della gravità dei suoi crimini e che stia
tentando ora di coprirne le prove.
Con
l'avvio della stagione delle piogge, dalla fine di
maggio, e le conseguenti diffcoltà logistiche, accresciute dalla scarsità di strade
ed infrastrutture nel Darfur,
il monitoraggio dell'incerto cessate
il fuoco di aprile e delle violazioni dei diritti
umani, nonché l'accesso dell'assistenza umanitaria,
diventa ancora più difficile.
L'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale
ha avvertito che se il governo sudanese non cambia
rotta e non garantisce il pieno e immediato accesso
per gli aiuti internazionali, centomila civili sfollati
rischiano di morire per mancanza di cibo e malattie
entro i prossimi dodici mesi. La comunità internazionale, che è già stata
troppo lenta nell'esercitare tutte le pressioni necessarie
sul governo sudanese perchè metta fine alla pulizia etnica e ai crimini
contro l'umanità ad essa associati, deve agire ora.
Il Consiglio
di Sicurezza dell'ONU, in particolare, dovrebbe prendere
misure urgenti per assicurare la protezione dei civili,
provvedere alla distribuzione degli aiuti internazionali
e fermare la pulizia etnica nel Darfur.
Presto sarà troppo
tardi.
28 giugno 2004.
|
| Ancora un documento di Human Rights Watch.
Si passa dalla denuncia alle “conferme” (di chi non
lo sapremo mai) . Lo schema è quello consueto, quello già visto in Kosovo, a Cuba, in Iraq. Obiettivo? Dimostrare
strumentalmente il legame tra il banditismo dei gruppi
nomadi Janwawid e il governo del Sudan…per colpire il governo del
Sudan (ovviamente). Le fonti e le conferme vengono
sempre da HRW che in pratica…conferma se stessa come
fonte. |
Confermati
i legami tra governo sudanese e milizie nel Darfur
Human Rights Watch
ha comunicato oggi - 20 luglio 2004 - che
documenti del governo Sudanese dimostrano chiaramente
che funzionari governativi hanno diretto il reclutamento,
l'armamento ed altre modalità di supporto delle milizie
etniche conosciute come Janjaweed.
Il
governo sudanese ha sempre negato di essere coinvolto
nell'arruolamento e nell'armamento delle milizie Janjaweed,
anche durante le recenti visite del Segretario di
Stato americano Colin Powell
e del Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan.
Human Rights Watch
ha affermato di avere ottenuto dall'amministrazione
civile nel Darfur documenti confidenziali che implicano
funzionari di alto grado del governo sudanese in una
politica di sostegno della milizia.
"È assurdo distinguere tra le forze del governo Sudanese
e le milizie, sono un'unica cosa,"
ha detto Peter Takirambudde,
direttore della sezione Africana di Human
Rights Watch. "Questi documenti
mostrano che le attività delle milizie non sono state
solo tollerate, ma specificamente sostenute da funzionari
del governo sudanese."
Human Rights Watch
ha ricordato che le forze governative sudanesi e le
milizie sostenute dal governo sono responsabili di
crimini contro l'umanità, crimini di guerra e 'pulizia
etnica' attraverso attacchi
aerei e terrestri contro civili appartenenti alle
stesse etnie dei due gruppi ribelli del Darfur.
Migliaia di civili sono stati uccisi, centinaia
di donne e ragazze sono state violentate e
più di un milione di persone sono state trasferite
forzatamente dalle loro case e campi nel Darfur.
In
una serie di documenti ufficiali in arabo emessi dalle
autorità governative nel nord e nel sud del Darfur,
datati da febbraio a marzo 2004,
i funzionari parlano di reclutamento e sostegno militare,
compreso di "provviste e munizioni" da consegnare
a noti capi delle milizie Janjaweed,
campi e "tribù lealiste".
Una
particolare direttiva censurata di febbraio ordina
a "tutte le unità di sicurezza" nell'area
di tollerare le attività del famoso capo Janjaweed Musa Hilal nel Nord Darfur. Il documento sottolinea l'importanza
rivestita dalla non interferenza per "non mettere
in forse la sua autorità" e autorizza le unità
di sicurezza della provincia del Nord Darfur a "sorvolare su reati minori condotti dai combattenti
sui civili sospetti membri della ribellione".
Un
altro documento fa riferimento a
un piano di "operazioni di ricollocazione
dei nomadi nei luoghi da cui i fuorilegge [i ribelli]
si sono ritirati". Questo, come la recente
dichiarazione del governo secondo la
quale gli
sfollati verranno mandati in 18 accampamenti invece
che nei loro villaggi, aumenta il sospetto che si
voglia consolidare la pulizia etnica iniziata
impedendo a questa gente il ritorno alle proprie terre
e villaggi.
Human Rights Watch
ha fatto un appello perché i funzionari governativi
coinvolti nella politica di sostegno alla milizia
vengano aggiunti nella lista
delle sanzioni inclusa nella risoluzione pendente
presso l'ONU. Inoltre, ha chiesto che venga
avviata una attività di monitoraggio internazionale
del disarmo delle milizie e l'insediamento di una
commissione internazionale di inchiesta sugli abusi
commessi nel Darfur da tutte
le parti in conflitto.
"Il
Sudan ha lanciato una grande
campagna di pubbliche relazioni, apparentemente diretta
a guadagnare tempo per le iniziative diplomatiche
in corso," ha detto Takirambudde,
"ma a questo punto e con queste ulteriori prove,
Khartoum non ha più nessuna
credibilità.
Il governo sudanese ha sfruttato il tempo guadagnato
solo per consolidare la pulizia etnica nel Darfur".
Mentre il governo si è dato il compito di disarmare i gruppi "fuorilegge",
compresi gli insorti, non è chiaro se le milizie Janjaweed che ha sostenuto siano considerate dal governo come
uno dei gruppi da disarmare. Rapporti sempre più numerosi
riferiscono che i membri delle milizie Janjaweed
vengono assorbiti nelle nuove
forze di polizia schierate dal governo a "difesa"
dei civili nel Darfur. Human Rights Watch
ha affermato che in nessuna circostanza membri dei
Janjaweed che abbiano partecipato ad attacchi, omicidi e stupri
dei civili possono essere inclusi tra le forze militari
e di polizia che il governo sta usando per proteggere
la popolazione.
Inoltre,
Human Rights Watch
ha fatto appello per una immediata
e netta risoluzione delle Nazioni Unite che sanzioni
Khartoum e i funzionari
del governo responsabili di crimini contro l'umanità.
"L'ambiguità delle dichiarazioni del governo dimostra
che il monitoraggio indipendente del processo di disarmo
è cruciale", ha detto Takirambudde. "L'Unione
Africana e gli altri organismi di controllo internazionale
devono osservare con estrema attenzione i piani di
ricollocazione degli sfollati
ed assicurarsi che le milizie non siano solo disarmate,
ma allontanate definitivamente dalle aree civili che
hanno lasciato."
21
luglio 2004.
|
| Infine arriva anche l'ONU che si conferma come organismo ben adeguato
a giocare un ruolo estremamente
ambiguo. Il rapporto dell'ONU sul Darfur
denuncia che ci sono vittime ma deve ammettere di non essere presente (e dunque
di poter verificare) lì dove avverrebbero i massacri.
Resta "l'ufficialità" della denuncia sulla
quale nessuno però si perita
di indagarne la veridicità. Tanto basta a preparare
la spedizione militare internazionale in Sudan. |
Darfur: Onu, bilancio vittime superiore
alle stime
A dirlo è il coordinatore
per gli Aiuti umanitari dell'Onu,
Jan Egeland, di ritorno da una visita in Sudan
Paul Ricard - 10/03/2005
Il
bilancio delle vittime nel Darfur
è decisamente superiore a
quanto finora stimato, circa 70mila morti, e risulta
impossibile averne uno più completo perchè
''è dove non ci siamo che avvengono gli attacchi''.
A dirlo è il coordinatore per gli Aiuti umanitari
dell'Onu, Jan
Egeland, di ritorno da una
visita in Sudan, sottolineando
come quella stima, che si riferisce al periodo compreso
tra marzo e l'estate dello scorso anno, non è di nessun
aiuto. ''E' tre volte tanto?, cinque volte? Non
lo so, ma è svariate volte
il bilancio di 70mila morti''. ''Se ci si
sposta oltre i campi, le donne vengono regolarmente
stuprate - ha aggiunto Egeland nel corso di una conferenza stampa al Palazzo di Vetro
- Ho detto agli alti esponenti del governo che la
situazione è assolutamente fuori controllo e che non
viene in nessun mdo arginata''.
L'unica forza che si oppone a queste atrocità è il
contingente di peacekeeping
dell'Unione africana, definito ''coraggioso'' da Egeland,
che si è però chiesto come abbiano
fatto ad impiegarci dieci mesi per inviare
una forza di appena 2mila soldati in un'area dove
sono operativi 10mila operatori umanitari. ''Ci
sono molti paesi in Africa che potrebbero inviare
più forze e più rapidamente - ha spiegato - Ciò
di cui abbiamo bisogno sono altre forze sul campo''.
Egeland si è infine detto
a favore dell'imposizione di sanzioni contro il governo
sudanese, come previsto dalla bozza di risoluzione
presentata da Washington e al vaglio del Consiglio
di sicurezza. Il testo autorizza l'invio nel sud del paese di una missione di peacekeeping dell'Onu, composta
da 10mila soldati, l'embargo delle armi e misure restrittive
contro chi è sospettato di atrocità e di violazioni
dei diritti umani.
|
| Infine non potevano mancare i registi di sempre. L’USAID
statunitense, agenzia “umanitaria” creata e finanziata
dalla CIA e spacciata come “organizzazione non governativa”
(sic!). USAID è attiva in tutti i teatri in cui
c’è stato l’intervento militare americano: dall’America
Latina al Vietnam. Sono anni che intervengono in Sudan
e partecipano alle triangolazioni politiche e militari
tra i gruppi “ribelli”, i paesi africani confinanti
filo USA (Uganda, Eritrea,Ciad)
il Dipartimento di Stato USA e Israele.
|
Darfur: attacco a convoglio umanitario (USAID)
Un'ong
americana cade in un'imboscata nel Darfur
meridionale. Un'operatrice umanitaria ferita.
Un
convoglio umanitario di
una organizzazione non governativa
statunitense è caduto in un'imboscata tesa
da uomini armati non ancora identificati nel Darfur
meridionale, uno dei tre Stati che compongono l'omonima
regione occidentale sudanese teatro da oltre due anni
di scontri e violenze che hanno causato una grave
crisi umanitaria. Lo riferiscono alla
MISNA fonti umanitarie in Darfur,
precisando che nell'agguato - avvenuto tra le città
di Kass e Nyala - è rimasta ferita una cooperante americana dell'organizzazione non governativa 'Usaid' raggiunta al volto da una pallottola.
La
notizia, confermata sia dalle Nazioni Unite che
dal dipartimento di Stato Usa, riporta l'attenzione
sul problema della grave insicurezza in cui versano
alcune zone del Darfur.
Un aspetto che crea problemi soprattutto alle molte organizzazioni
umanitarie che operano nella regione per cercare di
portare aiuti alla popolazione, provata da più di
due anni di conflitto e di tensioni. Dopo aver
condannato l'episodio,
l'inviato delle Nazioni Unite, Jan
Pronk, ha detto
che attacchi come questo continueranno finchè la comunità internazionale non sarà in grado di dispiegare
una forza di pace di almeno 8.000 uomini col
compito di proteggere la popolazione civile e gli
operatori umanitari.
In
un comunicato diffuso oggi, anche il ministero degli
Esteri sudanese ha «condannato l'attacco», promettendo
un'indagine sull'incidente. Dal dicembre scorso, almeno
sei operatori umanitari stranieri
e sudanesi sono stati uccisi durante attacchi o agguati
ai convogli umanitari. Soltanto la scorsa settimana,
l'avanguardia della Missione delle Nazioni Unite in
Sudan (Unamis) aveva diffuso
un rapporto in cui esprimeva le
proprie preoccupazione per l'aumento degli
attacchi (spesso a scopo di rapina o per sottrarre
il contenuto del carico) contro i mezzi delle organizzazioni
umanitarie.
23/03/2005
NOTA
. L’USAID è da tempo che è presente in Sudan..
Nel 1992 alcuni “operatori” della USAID furono uccisi
nella regione meridionale dello Juba
dove imperversava il conflitto tra il governo e il
SPLA di John Garang.
Dall’autunno del 1992 gli USA hanno
cominciato ad attaccare il governo sudanese allora
in mano a militari ed islamici (al Bashir).
Il SPLA riceveva aiuti militari
dall’Uganda che era entrato nella sfera statunitense.
L’Uganda fungeva da retrovia.
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