Curioso: un servizio del TG 2 dei giorni scorsi
(per l’esattezza, 7 ottobre ore 20,30) ha
rivelato che nel campo di Geneina-Darfur, il locale
rappresentante delle Nazioni Unite aveva chiesto
alla inviata della RAI di non intervistare i profughi
per evitare rappresaglie nei loro confronti. Curiosa
la richiesta del funzionario ONU, perché
fin dallo scoppio della nuova crisi sudanese nel
gennaio 2004, la “voce dei profughi”
(o presunta tale) non è quasi mai mancata
nei numerosi reportages dalla regione del Sudan
dilaniata dalla guerra civile. Una “voce”
– è bene ricordare - quasi sempre monocorde,
che denunciava e denuncia a senso unico –
vedi i servizi falsamente imparziali di Jonah Fisher
sulla BBC - solo i crimini del governo sudanese
e dei janjawid arabi, mai spendendo una parola contro
quelli della guerriglia dissidente che sta boicottando
armi in pugno l’accordo di pace del 5 maggio
2006 fra Khartum e il Sudan Liberation Army di Minni
Arkou Minawi.
Come mai la giornalista italiana è stata
indotta a privarsi di una fonte essenziale –
sia pure di difficile uso per le ovvie difficoltà
linguistiche - per la sua inchiesta? Come mai tanto
improvviso “rispetto” dei profughi,
pluriintervistati invece da tanta stampa internazionale,
da tanti inviati più o meno faziosi, e da
gruppi di inchiesta che hanno quasi sempre finito
per esaltare cifre e dati della crisi, probabilmente
ben oltre i limiti della realtà? Che cosa
avrebbero potuto dire i profughi di Geneina al TG
2? E dunque quali rappresaglie, e di chi, avrebbero
potuto temere?
La campagna sul Darfur, che oggi punta all’intervento
“umanitario” dell’ONU nella regione
nonostante il legittimo veto di Karthum –
tanto legittimo, si badi bene, quanto legittimo
è a sua volta, in linea di principio, l’intervento
delle Nazioni Unite in Libano, guerra fra Stati
e non conflitto interno - continua. Una campagna
che ogni tanto si smorza per lasciare il campo alle
cronache da altri teatri drammatici di crisi del
pianeta, ma che è rialimentata costantemente
dai settori oltranzisti massmediatici forti –
si fa per dire - dell’assoluta mancanza di
dati certi.
Questo è il punto fondamentale di cui occorre
prender coscienza per ogni corretta informazione
sul Darfur. Ragioniamo su tre fonti e unità
di notizia: le foto, le accuse di bombardamenti
del governo sudanese contro la popolazione civile,
e le cifre del presunto genocidio denunciato fin
dal gennaio 2004 da molti organi di informazione
e singole personalità: come il sito del museo
dell’Olocausto di New York, gli altri siti
e organi di stampa americani controllati dai neocons,
o il premio “Nobel della pace” Elie
Wiesel nel suo discorso del 25 gennaio 2005 al Palazzo
di vetro dell’ONU.
Le foto. Aprite sul sito della BBC le foto del Darfur,
o cercate su google “Darfur-immagini”.
Trovate delle immagini che non corrispondono alle
urla di allarme della solita “comunità
internazionale”, quella che con il pretesto
dell’illegale “ingerenza umanitaria”
ha assassinato la Jugoslavia, invaso l’Iraq
e oggi vorrebbe trovare qualche altro bel paese
indipendente da ridurre – a suon di bombe
- alla ragione del “nuovo” ordine mondiale
postbipolare. Sulla BBC le foto sono di quasi normale
miseria o arretratezza africana, tranne quelle che
ritraggono i guerriglieri armati di razzi o di mitra.
Di segni di violenza devastante, o di battaglie,
o di vere e proprie stragi, praticamente nessuno.
C’è, assolutamente vera, una drammatica
emergenza umanitaria causata proprio dalla guerra
in atto.
Su google la scelta è ovviamente più
ampia, ma anche qui le immagini di violenza e di
morte riguardano quasi sempre singoli ammazzati,
o le carcasse di animali che vengono date alle fiamme,
o un villaggio bruciato (da chi, e perché?),
o un bambino, dice la didascalia, vittima di un
bombardamento del governo sudanese. Fatti orribili,
che però non sono la conferma di un genocidio,
ma solo di una delle tante infami guerre dei nostri
tempi: siamo cinici o professionali nel sottolineare
questa limitatezza di una pur odiosa violenza? Si
è cinici o professionali quando si pretende
il conto dei morti e delle fosse comuni, o la verifica
puntuale dei mandanti e degli esecutori dei massacri
nelle tante guerre postbipolari sorte e talvolta
“inventate” proprio grazie alla distorsione
massmediatica delle cifre e della dimensione reale
degli eventi bellici? E poi, quel bambino “del
Darfur” ad esempio, è stato ustionato
effettivamente dalle bombe del governo sudanese,
o dai razzi sparati dagli irriducibili ribelli islamici
del JEM e dello SLA dissidente?
I bombardamenti. Veniamo così alla seconda
notizia chiave da vagliare, quella dei presunti
bombardamenti aerei del governo di Karthum sulle
popolazioni islamiche del Darfur. Possibile, se
la notizia è vera, che non ci sia da nessuna
parte nemmeno una foto di aerei sudanesi in azione
di bombardamento? Che cosa ci voleva – per
gli inviati nella regione che si infiltrano dal
Ciad, o per la stessa ben equipaggiata guerriglia
del Darfur - a fotografare anche una sola incursione
aerea, e a “sparare” quell’immagine-chiave
sui siti internet di tutto il mondo? Forse domani
saremo smentiti, le foto magicamente appariranno
da qualche parte, ma fino ad oggi non ce n’è
traccia. Dunque sembra proprio aver ragione il governo
sudanese, quella notizia è una balla, serve
solo a creare una drammatizzazione estrema della
crisi a fini di “intervento umanitario”
delle Nazioni Unite. Perché è questo
che pretende Bush, dopo aver realizzato che l’obbiettivo
di un intervento NATO è assolutamente impraticabile
a causa dell’opposizione pro-Karthum sia della
Lega Araba che dell’Unione Africana: Bush
vuole comunque imporre allo stato sovrano sudanese
– alle prese con una guerriglia interna foraggiata
da potenze straniere, fra cui Israele – un’occupazione
del suo territorio, e questo dopo che si è
trovata la via di una possibile soluzione –
e comunque di una tregua ormai consolidata –
non solo della lunga guerra civile con il sud animista
e cristiano, ma anche dello stesso conflitto del
Darfur, grazie all’accordo di pace di Abuja
del 5 maggio scorso.
Le cifre. La campagna mediatica ha poi un terzo
punto di forza nelle presunte cifre del presunto
genocidio: anche qui non c’è alcuna
certezza di calcolo esatto. Le cifre iniziano “magicamente”
a circolare un anno e mezzo fa – secondo lo
stereotipo per cui la violenza viene tutta e solo
da parte governativa o araba-janjaweed: eppure gli
stessi guerriglieri hanno più volte esaltato
i loro massacri (vedi su questo sito l’articolo
“Darfur: pace rinviata o nuova guerra?”,
nella pagina Africa) – e rimbalzano di testata
in testata, da giornalista a giornalista, secondo
il meccanismo già sperimentato nella leggenda
nera delle “armi di distruzione di massa”
di Saddam. Mai viene fornita la chiave di lettura
dei numeri del dramma, il metodo utilizzato. E’
come se i dati venissero aggiornati in base ad un
presunto trend statistico-cronologico (se a gennaio
i morti erano x, a febbraio saranno x1, e poi x2
..), a sua volta fondato su un presunto numero iniziale
al momento dello scoppio vero e proprio della crisi
nel gennaio del 2004.
I dubbi perciò sono forti, almeno per chi
si vuole muovere professionalmente su questo viscido
terreno a metà – come sempre in casi
simili - fra inchiesta giornalistica “pura”
e pressioni dei poteri forti internazionali che
puntano con ogni evidenza – vedi ancora la
pagina “Africa” in questo sito –
alla internazionalizzazione della crisi. Certo,
si potrebbe lasciar perdere a questo punto il Jonah
della BBC, e fondarsi sulle fonti ONU, peraltro
soggette anch’esse a discrezionalità
soggettiva, visto che all’ONU c’è
tutto e il contrario di tutto. Ma ecco allora la
sorpresa: guardate sul sito UNICEF Italia la voce
Darfur: trovate tantissime cifre relative al numero
dei profughi, degli assistiti, dei malati, dei bambini
profughi, ma nemmeno un dato sulle vittime dirette
della guerra. E’ un caso? O non piuttosto
un segnale di professionalità da parte di
chi ha compreso che alla infame guerra sul terreno,
si accompagna un’altrettanto infame (perché
tesa ad allargare il conflitto) guerra sul piano
massmediatico?
Non sappiamo proprio, ma una cosa è certa:
la partita che si sta giocando in Sudan non riguarda
solo la pur evidente emergenza umanitaria, provocata
quanto meno da entrambe le parti, governo e ribelli.
Il Sudan è in realtà una pedina geopolitica
fondamentale dello “scontro di civiltà”
perseguito dall’oltranzismo occidentale prima
e dopo l’11 settembre, nonché un anello
chiave del contenzioso emergente dal nuovo bipolarismo
postbipolare, con la Cina e la Russia a far da sponda
alle nuove istanze “non allineate” e
oseremmo dire (se il termine non fosse abusato)
“terzomondiste”, delle aree di crisi
del pianeta.
I motivi che rendono importante il Sudan sono essenzialmente
tre: primo, è un paese ricco di petrolio
e risorse minerarie, peraltro in una fase di grande
sviluppo economico, e dunque, per questo, ben dentro
la grande “corsa” all’accaparramento
delle risorse africane fra Cina, Europa e Stati
Uniti; secondo, il Sudan è un paese islamico,
e come tale ennesimo “nemico” del sionismo
israeliano e del cristiano-sionismo statunitense
(Bush): un paese che peraltro, potrebbe essere diventato
dopo il Libano - un conflitto che ha sicuramente
messo un freno all’arroganza di Israele -
una sorta di pendant-contrappeso per quelle personalità
e funzionari dell’ONU, come Louise Arbour
e lo stesso Kofi Annan che fino all’agosto
scorso si sono nei fatti dimostrati troppo spesso
proni al volere dell’asse Bush-Israele in
tante crisi internazionali: la presa di distanza
da Israele n LIbano, deve essere insomma “ripagata”
con un indurimento delle posizioni antisudanesi
del segretario ONU e del magistrato internazionale
Louise Arbour? Il sospetto è legittimo.
Terzo motivo, il Sudan è un paese di frontiera
fra mondo arabo e mondo africano, e la guerra del
Darfur – che vede scontrarsi musulmani arabi
e musulmani neri – è un’ottima
leva per contrastare e boicottare quella convergenza
afro-araba emersa nettamente pochi giorni prima
dell’11 settembre nella conferenza sul razzismo
di Durban, e rivitalizzatasi in tempi recenti grazie
alla rinascita del movimento dei non allineati,
soprattutto dopo l’avvio del contenzioso nucleare
con l’Iran e, di nuovo, dopo la guerra del
Libano.
Tutto questo dovrebbe essere presente nel momento
di metter mano alla penna per raccontare il Darfur:
un conflitto in cui le responsabilità di
conduzione pratica della crisi da parte del governo
sudanese non eliminano certo quelle, pesantissime,
dei guerriglieri irriducibili (sostenuti non a caso
anche da Bin Laden: vedi uno degli ultimi video
attribuiti al fondatore di Al Qaeda), né
inficiano la correttezza giuridico-formale della
posizione di Khartum, comprensibilmente contrario
– ai sensi della Carta dell’ONU, e in
particolare dell’art. 2 - ad ogni ingerenza
esterna. Con l’eccezione forzosa dell’Unione
Africana, una mediazione-compromesso fra il pieno
rispetto della sovranità sudanese, e la pretesa
di un intervento ONU in cui alcuni paesi occidentali
molto legati a Israele - in primis gli Stati Uniti
- aspirerebbero sicuramente ad avere un ruolo predominante.
LA GUERRA DI JONAH
Tutta l’informazione sul Darfur va letta sotto
un duplice profilo: non solo quello dei fatti in
sé, ma anche - visto il fortissimo interesse
di Israele e dei “suoi” giornalisti
e politici a trasformare quella che è una
crisi interna in un conflitto internazionale - quello
della propaganda.
Non sfugge a questa regola Jonah Fisher, autore
dei servizi sul Sudan sulla BBC on line. Ad una
analisi attenta i suoi articoli appaiono contraddittori
non solo con altre informazioni e cronache reperibili
sul sito della radiotelevisione inglese, ma anche
per la loro costruzione interna, minata da affermazioni
non comprovate e omissioni.
1) Secondo Jonah “la crisi umanitaria del
Darfur è diventata la più grave del
mondo da quando le ostilità scoppiarono nel
febbraio 2003”. La più grave? Che ne
è allora dei massacri e dell’inazione
della comunità internazionale, a tutto vantaggio
del Ruanda, nel Congo orientale? Ed è mai
possibile che l’accordo del 4 maggio 2006
non ha prodotto alcun miglioramento in nessuna parte
del vastissimo Darfur? Non sarebbe necessaria, per
un professionista serio, una inchiesta articolata
secondo le zone, intervistando ad esempio anche
gli esponenti del Sudan Liberation Army che hanno
firmato il trattato di pace e che oggi collaborano
con il governo?
Invece Jonah Fisher relega quell’accordo –
sottoscritto da ben 9 paesi a cominciare dagli Stati
Uniti, e poi dall’Unione Europea, dall’Unione
africana, e dalle Nazioni Unite - fra i “fallimenti”
già certi della politica del governo sudanese
e della “comunità internazionale”,
che in questo caso evidentemente non conta, perché
parla un linguaggio distensivo e di pace: “Mentre
i combattimenti crescono di intensità (per
iniziativa di chi, se non dei ribelli fuorilegge?
ndr) il May’s Darfur Peace Agreement, or DPA
– sostiene il Jonah – appare ormai più
un’alleanza militare che un accordo di pace
compiuto” (“No end in sight to Darfur
troubles”, by Jonah Fisher, BBC Web, 18 settembre
2006)
Verità professionalmente fondata, questa,
o propaganda di un giornalista schierato comunque
per l’intervento straniero (come da titolo
del suo articolo: “Dying as Darfur awaits
peacekeepers”: BBC, 21 settembre 2006), un
giornalista con l’elmetto il cui cuore batte
per i guerriglieri dello SLA minoritario e del Jem?
Perché gli abitanti del Darfur dovrebbero
per forza di cose volere i peacekeepers stranieri,
e non semplicemente la pace, magari imposta ai ribelli
dall’autorità governativa, nel rispetto
delle linee guida dell’accordo del 5 maggio?
2) Gli articoli di Jonah insistono nell’affibbiare
generalgenericamente il ruolo di aggressori e responsabili
del conflitto ai Janjawid arabi o alle truppe sudanesi,
tranne poi fornire unità di notizia nel corso
dei servizi che mettono in evidenza, al contrario,
specifiche e provocatorie azioni terroristiche delle
forze ribelli. E’ il caso ad esempio della
fuga dei civili dalla città di Tawilla, imputata
sic et simpliciter ad inizio articolo ai miliziani
arabi, ma le cui cause vere emergono più
avanti, quando il cronista riferisce che “Relief
International, l’ultima agenzia di aiuti a
Tawilla, ha chiuso la sua clinica un mese fa dopo
che i ribelli avevano colpito un suo automezzo.
Ora ventimila persone vivono senza assistenza ospedaliera
e facilitazioni sanitarie” (“Dying as
Darfur awaits peacekeepers”: BBC, 21 settembre
2006). L’unità di notizia c’è,
ma non la sua sistematizzazione e “proiezione”
sul piano dell’interpretazione complessiva
del conflitto e dei suoi veri responsabili, che
resta quella di sempre: il “cattivo”
è comunque il legittimo governo sudanese,
i “buoni” sono i ribelli. Eppure, non
è un crimine contro l’umanità
lasciare 20mila persone senza cure mediche? Perchè
dunque Jonah rivolge la sua critica – sia
pure con stile apparentemente neutrale – solo
verso il regime islamico di Khartum? Jonah è
per caso filoisraeliano, e spera in una nuova guerra
internazionale che punisca il regime arabo sudanese?
4) Certo Fisher non è grossolano come certi
nostrani “esperti” di Islam e di terrorismo:
ad esempio scrive, Jonah, che “Khartum ha
negato qualsiasi bombardamento, definendo questa
accusa ‘una menzogna topica dell’agenda
di coloro che vogliono imporci i peacekeepers dell’ONU’
”, e che “senza osservatori imparziali,
nessuno è in grado di riferire cosa esattamente
stia accadendo” (“No end in sight to
Darfur troubles”, BBC web, 18 settembre 2006)
nel Darfur. Ma poi, non si sa come e perché,
conclude che i bombardamenti esistono, effettuati
da “Antonov di fabbricazione russa”:
“Il governo ha effettuato per rappresaglia
bombardamenti aerei in quattro aree del nord Darfur.
Gli obbiettivi militari dell’Aviazione sudanese
non sono precisi. Le bombe e altri improvvisati
congegni (?? ndr) vengono fatte rotolare fuori dalla
porta posteriore del cargo, e fatte cadere a terra”.
Nessuna foto accompagna questa affermazione. Su
cosa si basa dunque?
5) Ecco allora la “testimone” (una sola,
due potrebbe essere già pericoloso), una
donna contadina che ricorda quella strana signora
che aveva gridato “vogliamo le truppe straniere”
durante l’incauta visita del rappresentante
ONU Egeland nel maggio scorso a un villaggio controllato
dai ribelli (vedi Dopo gli incidenti nel Darfur.
Sudan, l’alternativa neocons all’Iran?
nella pagina Africa di questo sito): “Hassania
Abubakar è stata a Tawilla una settimana.
Era fuggita dal suo villaggio, Tina, l’11
settembre: ‘stavamo coltivando vicino alle
nostre case quando abbiamo visto arrivare gli aerei:
sono corsa a prendere i miei figli dalla pozzanghera
d’acqua in cui stavano giocando e siamo fuggiti”
(“Dying as Darfur awaits peacekeepers”
(BBC, 21 settembre 2006)
6) Infine la perla: Jonah afferma che la “pubblica
opinione nel Darfur (sic: “Public opinion
in Darfur”) è contraria all’accordo
di pace, e i suoi comandanti sembrano intenzionati
piuttosto ad abbandonare le trattative che aderirvi”.
Questo sembra proprio troppo: un lapsus, la fantasia
di una presunta opinione pubblica darfuriana, che
rivela la parzialità eccessiva del giornalista
della BBC.
* docente all’Università di Teramo
Fonte: www.claudiomoffa.it
- 9 ottobre 2006