Il Darfour, provincia all'ovest del Sudan,
vive una situazione sempre più drammatica.
Da un anno ci sono combattimenti , da una parte
i ribelli, e dall'altra l'esercito sudanese e delle
milizie. Gli Stati Uniti esigono delle sanzioni
commerciali internazionali contro il paese e parlano
anche di un intervento militare, per "ragioni
umanitarie". Il punto di vista del Partito
comunista del Sudan . Il Sudan in cifre
di Tony Busselen
Il ministro americano degli esteri,, parla
di epurazioni etniche nel Darfour, provincia all'ovest
del Sudan che sarebbero commesse dalle milizie arabe,
in collaborazione con l'esercito sudanese. Certi
ambienti vicini alla Casa Bianca parlano anche di
genocidio. Mohammed Hassan, lei è un marxista
ed ex diplomatico dell'Etiopia, paese vicino al
Sudan. Che cosa pensa di questo interesse americano?
Mohammed Hassan. Nel 1998, gli
americani hanno organizzato una guerra contro il
Congo, paese vicino al Sudan. Hanno fatto pressione
sul Ruanda affinché invadesse il Congo. Hanno
armato il Ruanda e hanno mandato dei consiglieri
militari per aiutare l'esercito ruandese. Gli Stati
Uniti stimavano che la guerra fosse necessaria per
mantenere il Congo sotto il loro controllo. La guerra
è direttamente e indirettamente costata la
vita a 3,5 milioni di congolesi. Ed adesso, gli
stessi Stati Uniti vengono a dirci che sono molto
preoccupati dalla situazione umanitaria in Sudan
e che sono molto inquieti perché il conflitto
ha fatto già almeno 10.000 morti.
L'imperialismo americano non ha avuto mai preoccupazione
umanitarie e non si è neppure mai preoccupato
delle epurazioni. Gli americani si servono del dramma
della provincia del Darfour per soddisfare i loro
interessi economici e politici.
Il Sudan ha cominciato ad esportare petrolio nel
1999. L'anno scorso, questa esportazione ha fruttato
1,2 miliardi di dollari. Nel 2005, saranno 2 miliardi
di dollari. Il più grande acquirente del
petrolio sudanese è la Repubblica popolare
cinese. Ecco la vera ragione della preoccupazione
americana.
Ma è questione di epurazioni etniche.
La comunità internazionale non deve intervenire?
Mohammed Hassan. Per rispondere
a questa domanda, occorre prima farsi un'idea chiara
di quello che c'è dietro a ciò che
accade oggi.
I britannici hanno conquistato il Sudan alla fine
del 19o secolo. Hanno unito il paese all'Egitto.
Fin dall'inizio della colonizzazione, hanno fatto
del Sudan un laboratorio della tecnica "dividere
per regnare." La propaganda razzista è
stata inculcata fortemente nella popolazione. Un
metodo seguito da tutti i colonialisti, del resto.
Basta vedere il Ruanda ed il Burundi, dove i belgi
sono responsabili della rivalità tra hutu
e tutzi. In Ruanda, ciò ha condotto a parecchi
genocidi.
In Sudan, i colonizzatori britannici hanno insediato
un'amministrazione impregnata di spirito razzista
ed etnico. Secondo queste idee, i sudanesi del Nord,
bianchi ed arabi, erano superiori alla popolazione
nera del Sud, perché erano più vicini
alla "razza" europea.
Hanno portato queste concezioni razziste nella
struttura amministrativa: il Nord del Sudan è
stato dal punto di vista amministrativo completamente
separato dal Sud, una forma di apartheid, in qualche
modo. Il Nord era diretto dal Cairo, in Egitto,
il Sud dipendeva di Nairobi, in Kenya. I britannici
hanno aggiunto un sistema di distretti chiusi, (closed
districts). Ciò ha reso quasi impossibile
la comunicazione interrompendo il commercio tradizionale,
vecchio di parecchi secoli, tra le due regioni.
Le relazioni naturali tra le due regioni sono state
distrutte.
Al Nord, i britannici tolleravano l'islam e la
lingua araba. Al Sud, ciò era vietato.
Al Nord, è stata insediata un'amministrazione
centralizzata, poggiante su dei giovani sudanesi
che avevano studiato nelle università egiziane.
Al Sud, dei governatori britannici regnavano in
modo completamente arbitrario. Tutto come in Congo
belga, l'insegnamento, al Sud, è stato affidato
ai missionari che mantenevano la popolazione nel
medio evo.
Alcuni anni prima dell'indipendenza, il 1 gennaio
1956, i britannici hanno deciso di separare il Sudan
dall'Egitto e hanno costretto il paese ad integrare
le sue regioni in un solo Stato. Ciò ha provocato
la rivolta della piccola élite del Sud-Sudan
che temeva di cedere il suo potere al Nord.
In quel momento, c'erano molte probabilità
di vedere il Sudan cercare alleanza col vicino governo
anticoloniale di Nasser in Egitto. Il motore di
questa tendenza era il Nord del Sudan. Ecco perché
la Gran Bretagna non ha esitato a sostenere l'élite
del Sud contro il Nord. La guerra tra i Nord ed
il Sud è esplosa fin da prima dell'indipendenza.
Da allora, il paese è impantanato in una
sanguinosa guerra civile, interrotta solamente tra
il 1972 e il 1983. Nel 1983, la zizzania ha ripreso
vigore e la guerra è ricominciata fino al
nuovo accordo di pace concluso nell'aprile di questo
anno.
Ecco la storia del conflitto. I veri responsabili
dei conflitti interetnici, i colonizzatori, vorrebbero
adesso intervenire per salvare il paese da questi
conflitti. È assurdo. L'Africa appartiene
agli africani. L'accordo di pace del 1972 e quello
dell'aprile 2004 tra i Nord ed il Sud sono stati
il frutto del lavoro degli stessi sudanesi. Un intervento
degli Stati Uniti e della Gran Bretagna significa
una nuova ed ancora più grande dipendenza,
una nuova forma di colonialismo con cui il popolo
soffrirà maggiormente. Non potrà uscire
mai della povertà economica e sociale, perché
le materie prime non apparterranno più al
Sudan.
Il conflitto attuale non è tra il
Nord ed il Sud, ma tra il governo centrale e le
province del Darfour. Di che cosa si tratta?
Mohammed Hassan. La base del conflitto
è sicuramente il grande ritardo economico
e sociale della provincia del Darfour.
E tuttavia, l'esplosione di violenza che si svolge
da un anno è soprattutto la conseguenza dell'ingerenza
americana. Dalla metà degli anni 90, questa
ingerenza è sempre maggiore. Dapprima, gli
americani hanno dato un appoggio militare al movimento
ribelle diretto da John Garang nel Sud. Se gli americani
fossero riusciti ad indebolire e dividere il paese,
avrebbero solo più dovuto raccogliere il
bottino. Ma questo piccolo piano è fallito:
il Nord ha tenuto duro.
Gli americani hanno optato allora per una nuova
tattica, fin dal 2000-2001: la rimunerazione e la
pressione diplomatica. Sono state levate le sanzioni
inflitte sotto la presidenza Clinton. Gli americani
dicevano dunque: siamo carini con voi, siate carini
con noi. In principio, il governo del presidente
Ahmad al-Bashir ha risposto a questi corteggiamenti.
Così il controllo americano si è
diventato via via intensificato. Un esempio ne è
il Sudan Peace Act che Bush ha fatto votare nel
2001. È una legge puramente coloniale che
metteva i negoziati tra il Nord ed i Sud direttamente
sotto il controllo degli americani.
I negoziati di pace sono durati 22 mesi. Il loro
stato di avanzamento era valutato ogni sei mesi,
non dal popolo sudanese, ma dal Congresso americano,
e se i negoziatori ottenevano dei buoni risultati,
il Congresso elargiva 100 milioni di dollari di
aiuto all'anno. Uno dei negoziatori americani ha
dichiarato all'agenzia Reuters il 13 aprile:"Siamo
alla 99a versione di un accordo di pace. Riscrivo
il testo ogni giorno. Penso che la versione definitiva
sarà pronta il 19 aprile. Finiranno bene
per cedere." Solo per dire fin dove è
arrivato il controllo americano.
Ma questa strategia non ha ancora condotto ad una
sottomissione definitiva del governo centrale agli
ordini americani. Gli americani vogliono sempre
di più ed vogliono andare sempre più
lontano. Ogni concessione è seguita da una
nuova esigenza, fino alla schiavitù totale.
In questo contesto di ingerenza e di ricatto sempre
più grandi ed apertamente dichiarati, una
parte dell'élite del Darfour ha creduto di
poter ottenere una fetta più grande parte
del dolce sudanese, sperando di guadagnarlo con
l'appoggio degli Stati Uniti. Da un anno, certi
capi di tribù non-arabe creano delle milizie
ed organizzano dei raid militari. All'inizio luglio,
il capo delle tribù arabe del Darfour, un
giudice locale ed un direttore di banca sono stati
rapiti. Il governo ha reagito con la repressione,
bombardamenti ed il sostegno alle famose milizie
Janjaweed.
Il conflitto non avrebbe preso mai questa ampiezza
senza l'ingerenza continua degli Stati Uniti che
sostengono tutte le forze che possono contribuire
all'indebolimento del governo centrale.
Pensate che questa ingerenza crescente
condurrà ad un intervento militare?
Mohammed Hassan. L'occidente conta
abbastanza sostenitori all'intervento militare.
La settimana scorsa, Powell ha parlato di epurazione
etnica ed il segretario generale dell'Onu, Kofi
Annan, ha fatto nell'aprile scorso l'assurdo paragone
col genocidio ruandese. Tutta propaganda per preparare
l'intervento.
E che dice l'Europa?
Mohammed Hassan. Il presidente
del comitato militare dell'unione europea, il generale
Gustav Hagglund, ha dichiarato il 13 aprile che
l'unione europea potrebbe mandare delle truppe nel
Sudan, sotto mandato dell'Onu. L'Europa ha degli
interessi da difendere in Sudan. L'impresa franco-belga
Total ha una concessione petrolifera di 120.000
km². La Germania ha anche delle grandi ambizioni
nella regione. Per esempio, il progetto di ferrovia
che collega i giacimenti petroliferi del Sud del
Sudan al porto keniano di Mombasa, attraverso l'Uganda.
Il costo del progetto è stimato in 1,6 miliardi
di dollari.
Che cosa impedisce un intervento militare
occidentale?
Mohammed Hassan. In primo luogo,
il popolo sudanese. Non accetterà mai un
intervento di questo tipo. Tutto come in Iraq, la
maggior parte delle frazioni sudanesi si uniranno
in una guerra comune di resistenza.
Secondariamente, un intervento occidentale causerebbe
un'enorme indignazione in tutto il mondo arabo.
Il 13 luglio, l'ambasciatore dell'Egitto nel Sudan,
Ahmed Abdel Halim, ha pubblicato una dichiarazione
molto dura. L'Egitto è un vicino alleato
degli Stati Uniti, tuttavia, l'ambasciatore ha detto":
La questione del Darfour rappresenta la terza sfida
per il mondo arabo, dopo la Palestina e l'Iraq.
Si sta tramando un complotto contro il Sudan. Washington
e Londra esagerano la crisi nel Darfour per screditare
il Sudan e poterlo condannare. Non tengono conto
del contesto del conflitto e intravedono la possibilità
di attaccare il governo sudanese."
I 22 Stati membri della Lega araba hanno affermato
unanimemente l'11 luglio scorso che il problema
deve essere risolto dai negoziati tra le due parti
e che un intervento o delle sanzioni non sono un
buon metodo per riportare la calma nella provincia.
Gli Stati Uniti si attirerebbero ancora una volta
la collera di questi 22 paesi e dei loro 280 milioni
di abitanti se perseguissero questo piano. Ci si
può chiedere quanto occorrerà ancora
prima che l'indignazione delle masse arabe si trasformi
in movimento di massa contro i principali pilastri
del controllo occidentale in Medio Oriente, l'Arabia
saudita, l'Egitto e la Giordania.
Il terzo fattore di resistenza è l'opposizione
internazionale all'ingerenza. All'inizio di luglio,
gli Stati Uniti hanno introdotto una proposta di
risoluzione al Consiglio di sicurezza dell'Onu,
minacciosa di sanzioni. Il testo ha cozzato contro
una forte opposizione della Cina, della Russia,
del Brasile, dell'Algeria e del Pakistan. I grandi
paesi non-imperialisti considerano una minaccia
diretta un'eventuale aggressione contro il Sudan.
Infine, ci sono anche molti dubbi nel campo europeo.
L'Europa vuole lasciarsi trascinare in una nuova
guerra contro un paese arabo? La Francia ha espresso
delle grandi riserve rispetto alla proposta di risoluzione
degli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza. La
resistenza è anche grande tra le organizzazioni
non-governative europee. "Medici senza Frontiere"
si è pronunciata contro un intervento militare,
perché farebbe nascere una situazione comparabile
a quella dell'Iraq.
Ma l'imperialismo americano ha sete di guerra.
Un'accelerazione ed un'estensione della guerra dal
Medio Oriente verso l'Africa sono possibili. Il
9 luglio, il ministro degli esteri sudanese ha lanciato
questo avvertimento": Quelli che hanno trascinato
il mondo nella guerra contro l'Iraq non possono
coinvolgere di nuovo il mondo in una guerra di cui
sarà difficile uscirne. C'è un complotto
contro il Sudan, la sua identità e la sua
struttura, e dobbiamo essere vigili e pronti ad
ogni eventualità."
Il punto di vista del Partito
comunista del Sudan
Il partito comunista del Sudan (PCS) è
stato fondato in 1946 ed è stato uno dei
più importanti partiti comunisti in Africa.
In seno all'opposizione sudanese, il PCS è
quello che si oppone con più forza al Fronte
islamico nazionale ed al suo governo di Khartoum.
Il PCS è un motore dell'alleanza democratica
nazionale alla quale appartengono 13 partiti politici,
57 federazioni sindacali e dei movimenti di resistenza
armata. Il partito si è fortemente opposto
molto alle guerre dirette dagli Stati Uniti contro
l'Iugoslavia, l'Afghanistan e l'Iraq.
Nell'agosto del 2002 Il Comitato Centrale
del PCS ha reso pubblica la seguente dichiarazione:
"L’esportazione di petrolio, oro e di
altri minerali fa del Sudan una delle regioni delle
regioni dove ha luogo un conflitto internazionale
dove sono in gioco il petrolio ed altre materie
prime. I monopoli americani hanno visto con inquietudine
l'entrata della Cina e della Malesia nel mercato
petrolifero sudanese che era dominato prima dalla
società americana Chevron. Dopo gli avvenimenti
del 11 settembre 2001 e la partecipazione del governo
del Fronte islamico nazionale alla guerra americana
"contro il terrorismo", i monopoli americani
si preparano a tornare al mercato sudanese. Ciò
fa parte del loro piano di dominio del petrolio
africano, dal Ciad all'Angola, passando dai Grandi
Laghi. Per questo gli Stati Uniti hanno preso l'iniziativa
di fermare la guerra in Sudan e di stabilizzare
la regione petrolifera al sud del nostro paese.
La "democrazia" e le "riforme democratiche"
erano solamente un affare di secondo ordine. Gli
Stati Uniti hanno i loro interessi ed i loro calcoli.
Il nostro popolo ha i suoi interessi. Il nostro
popolo continuerà di battersi per la pace
ed una riforma democratica."
Il Sudan in cifre
Superficie: 2,5 milioni kmq [Congo:
2,3 milioni kmq, Belgio: 30.000 kmq Italia: 301.000
kmq]
Frontiere: 7.700 chilometri. Paesi
vicini: Repubblica centrafricana, Ciad, Repubblica
democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Kenya, Libia
ed Uganda.
Linea costiera: 853 chilometri.
Materie prime: petrolio, rame,
cromo, zinco, mica, denaro, oro, tungsteno.
Problemi ecologici: erosione, desertificazione,
mancanza di acqua potabile, siccità periodiche.
Popolazione: 40 milioni.
Piramide delle età: 0-14
anni 44%, 15-64 anni 54%, più di 64 anni
2,3%.
Età media: 18 anni [Congo:
16 anni, Belgio: 40 anni.]
Mortalità infantile: 64
per mille nuovi-nati viventi [Congo: 100 per mille,
Belgio: 4,7 per mille]
Speranza di vita: 58 anni [Congo:
49 anni, Belgio: 78,5 anni]
Virus dell'AIDS: il 3% della popolazione.
Religioni: il 70% musulmani sunniti,
25% religioni locali, 5% cristiani.
Alfabetizzazione: il 61% della popolazione di più
di 15 anni sa leggere e scrivere [Congo: il 65,5%,
Belgio: il 98%]
Governo: colpo di stato militare nel 1989.
Il governo è composto di militari e di membri
del Partito del congresso nazionale (PCN), il vecchio
Fronte islamico nazionale.
Capo dello stato: il presidente
e primo ministro sono il tenente-generale Umar Hassan
Ahmad al-Bashir. È stato rieletto presidente
all'epoca di elezioni organizzate nel dicembre 2000.
Prodotto nazionale lordo: 71 miliardi
di dollari [Congo: 35,6 miliardi di dollari, Belgio:
300 miliardi di dollari]
Crescita reale del PNL: il 6,1%
nel 2003 [Congo: il 6%, Belgio: il 0,8%]
Bilancio: 1,4 miliardo di dollari [Congo: 269 milioni
di dollari, Belgio: 113 miliardi di dollari]
Disoccupazione: il 18% [Congo:
sconosciuto, Belgio: il 9%]
Impiego: 80% agricoltura, 7% industria,
13% amministrazione.
Riserve di petrolio: 631 milioni
bbl, 1 bbl = 1 miliardo di barili, 1 barile = 159
litri, [Arabia saudita: 260 miliardi bbl, Venezuela:
64 miliardi bbl, Angola: 7 miliardi bbl.]
Riserve di gas: 100 miliardi di
m³ [Arabia saudite: 6,3 trilioni di m³,
Venezuela: 4,2 trilioni di m³, Angola: 80 miliardi
di m³]
Partner di esportazione: Repubblica
popolare cinese (il 53%) Giappone (il 13%)
Partner di importazione: Repubblica
popolare cinese (il 20%) Arabia saudita (il 7,5%)
India (il 5,6%) Gran Bretagna (il 5,4%) Germania
(il 5,4%) Indonesia (il 4,7%) Australia (il 4%)
Debito esterno: 21 miliardi di
dollari, Congo: 12 miliardi di dollari.