Tre esponenti dell’establishment Usa propongono
di usare la forza con Khartoum
Come se non bastassero le continue
violazioni delle innumerevoli tregue firmate tra governo
e ribelli - nelle ultime violenze, venerdì,
sono morte 40 persone - ad aggiungere benzina sull’incendio
che già divampa in Sudan è la proposta
di due ex funzionari governativi Usa e di un senatore.
Democratico.
“Facciamo come in Kosovo”. In un’editoriale
apparso oggi sul ‘Washington Post’ i tre
si domandano se non sia giunto il momento di un intervento
militare nel Paese africano, dopo che “tutti
i tentativi per una risoluzione pacifica” dei
conflitti interni in Darfur sono ormai falliti. “Se
l’abbiamo fatto con gli europei, perché
non con gli africani?”, è l’eloquente
titolo dell’articolo, votato all’interventismo
come nella migliore tradizione della realpolitik statunitense.
Qualcosa non funziona? Urge un’azione militare.
Prendendo ad esempio il caso del Kosovo nel 1999,
quando gli Usa hanno agito senza l’avallo delle
Nazioni Unite bombardando obiettivi serbi fino alla
capitolazione di Milosevic, gli autori sostengono
che un’analoga azione sarebbe auspicabile anche
per il Sudan.
La triade dell’azione militare. “Se si
adottassero sanzioni - si legge nell’editoriale
- nell’attesa di un loro effetto il Sudan avrà
già completato il suo genocidio in Darfur.
La storia dimostra che Khartoum capisce solo il linguaggio
della forza. Gli Stati Uniti dovrebbero far pressione
per una risoluzione Onu che imponga al Sudan un ultimatum:
accetti il dispiegamento incondizionato dei Caschi
Blu entro una settimana o affronti le conseguenze
militari”. Gli autori sono Susan E. Rice, ex
collaboratrice del Segretario di Stato per gli Affari
africani dal 1997 al 2001, Anthony Lake, docente a
Georgetown ed ex consulente per la sicurezza nazionale
dal 1993 al 1997, e Donald M. Payne, parlamentare
democratico del New Jersey.
No ai Caschi Blu. Ieri Khartoum si è opposta
all’estensione a tempo indefinito della missione
dell’Unione Africana (Ua) nel Paese. Mal equipaggiato
e povero in uomini e finanze, il contingente Ua consta
di 7 mila soldati, che le Nazioni Unite vogliono rimpiazzare
con circa 20 mila Caschi Blu entro la fine dell’anno,
quando scadrà il mandato della missione africana.
Ma i Caschi Blu rappresentano una presenza inaccettabile
per il governo, mentre i combattimenti tra gruppi
ribelli rivali continuano a infuriare nella zona di
Gereida, dove si trova uno dei più grandi campi
profughi del Darfur, ospitante 130 mila persone. Sostenitori
del Jem (Justice and Equality Movement), uno dei due
gruppi ribelli che si sono rifiutati di firmare un
accordo di pace nel maggio scorso, hanno attaccato
una fazione del Sla (Sudan Liberation Army), che ha
invece accettato la trattativa. In Darfur erano tradizionalmente
presenti 3 gruppi ribelli, ma all’interno di
questi si sono create fazioni opposte che hanno aggravato
la situazione di disordine e violenza.
“E’ il momento di mostrare i muscoli”.
Le agenzie umanitarie hanno dovuto abbandonare Gereida
per motivi di sicurezza. Da maggio a oggi, 25 vetture
di organizzazioni sono state rubate, 11 operatori
umanitari sudanesi sono stati uccisi, mentre il Fondo
alimentare mondiale ha dovuto tagliare il rifornimento
di generi alimentari in alcune regioni settentrionali.
Da nostre fonti a Khartoum abbiamo appreso che il
governo sta attuando un giro di vite nei confronti
degli operatori umanitari in tutto il Paese, sebbene
nella capitale non vi siano particolari limitazioni
ai movimenti o restrizioni alla sicurezza. Dall’inizio
del conflitto, 200 mila persone sono morte in Darfur,
e 2 milioni sono gli sfollati. Per fermare il genocidio,
la proposta statunitense - come spesso accade - contempla
l’uso della forza. “Ricordiamoci dell’indomani
dell’11 settembre - recita ancora l’articolo
del Washington Post -, quando Bush minacciò
gli Stati che ospitavano i terroristi. Memore dei
bombardamenti del 1998, Khartoum cominciò a
collaborare. Adesso - concludono i tre - è
di nuovo il momento di mostrare i muscoli”.
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