E' vero, ce ne siamo tutti dimenticati. Ma in
Sudan la guerra civile non si è mai fermata.
Anzi, dopo tre anni di mezze misure da parte dell'Onu,
le vite di milioni di innocenti sono sempre più
a rischio.
Da tre anni, sotto gli occhi del mondo intero, una
brutale contro-insurrezione nella provincia del
Darfur, in Sudan, sta provocando una tra le più
gravi crisi umanitarie del nostro tempo. L’orrore
sembra non aver fine, nonostante l’ampia copertura
fornita dai media internazionali, le accuse di genocidio
da parte di leader mondiali e le risoluzioni di
condanna del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
Finora, almeno 180 mila civili sono stati uccisi
e oltre due milioni di persone hanno abbandonato
le loro case, mentre le scorrerie delle milizie
Janjaweed, sostenute dal governo di Khartoum, hanno
imperversato sul territorio, bruciando i villaggi,
violentando donne e bambine, distruggendo pozzi
d’acqua e coltivazioni, confiscando il bestiame.
La maggior parte dei sopravvissuti sono finiti nei
campi profughi. La loro condizione è sempre
più precaria, in particolare nel Darfur occidentale,
vicino alla città di El Geneina e lungo il
confine con il Ciad, dove negli ultimi mesi la persistente
mancanza di sicurezza ha reso difficile l’accesso
degli aiuti umanitari, e nel Sud Darfur attorno
a Nyala.
I circa 200 mila rifugiati che sono riusciti a sconfinare
nel Ciad sono anch’essi sempre più
vulnerabili. Le milizie Janjaweed e i ribelli ciadiani
hanno aumentato le loro incursioni, peggiorando
i rapporti tra i due paesi con il rischio ora di
precipitare in una guerra totale, con ciascun paese
a fianco dei ribelli dell’altro, e ciò
nonostante il mini-vertice dell’8 febbraio
scorso tra i due presidenti.
I negoziati in corso ad Abuja tra il governo di
Khartoum e i “ribelli” del Darfur sono
finora sostanzialmente falliti. Qualsiasi possibilità
di soluzione è stata ostacolata dalle divisioni
all’interno dei movimenti dei "ribelli",
dall’assenza di una linea condivisa nel governo
di unità nazionale, dalla mancanza di coordinamento
e di una visione comune tra il gruppo dei mediatori
dell’Unione Africana e i loro partner internazionali.
In poche parole, la tragedia del Darfur non solo
continua, ma si sta aggravando.
La missione dell’Unione Africana in Sudan
(Amis) ha cercato di far qualcosa, ma è troppo
piccola e non ha il mandato adatto. L’Amis
è composta da 7 mila unità, ma non
è neppure capace di raggiungere l’attuale,
limitato obiettivo di osservazione del cessate il
fuoco, peraltro regolarmente violato. Per portare
a termine un mandato che rispecchi le reali necessità
sul terreno – centrata in maniera inequivocabile
sulla protezione attiva dei civili e delle operazioni
umanitarie – la sua consistenza dovrebbe essere
due o tre volte più grande.
L’idea di trasformare l’Amis in una
missione dell’Onu sta finalmente raccogliendo
qualche consenso, ma questo cambiamento da solo
non sarà sufficiente. La missione dovrebbe
essere istituita in base al Capitolo VII della Carta
delle Nazioni Unite e ottenere un forte e chiaro
mandato per proteggere se stessa e la popolazione
civile, con la forza se necessario, e per disarmare
e sciogliere le milizie Janjaweed, che hanno confiscato
terre con la forza e rappresentato una minaccia
per la popolazione civile. La missione dovrebbe
anche poter assistere la Corte Penale Internazionale
nelle sue inchieste in Darfur, ad esempio nell’arresto
di persone accusate di crimini contro l’umanità
e di crimini di guerra.
Jan Pronk, il Rappresentante Speciale delle Nazioni
Unite per il Sudan, ha raccomandato una forza sufficientemente
grande da poter provvedere alla sicurezza in tutto
il Darfur – si parla di 20 mila unità
– e con una capacità che, realisticamente,
solo paesi con un assetto militare significativo
e dotato di una certa mobilità sono in grado
di fornire. Se il governo sudanese, che ha così
chiaramente e ripetutamente fallito nella sua responsabilità
di proteggere i suoi propri cittadini, si opporrà
a tale forza, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe
imporre delle sanzioni supplementari – oltre
che esigere il rispetto di quelle già decise
- fintanto che Khartoum non si pieghi.
Anche se più caschi blu, e con un mandato
più forte, dovessero partire, non saranno
operativi sul campo prima di sei-nove mesi. Nel
frattempo, la comunità internazionale ha
il dovere di far fronte ai bisogni urgenti in Darfur.
Il Consiglio di Sicurezza deve agire subito per
rafforzare l’attuale missione dell’Unione
Africana con il dispiegamento di ulteriore personale,
equipaggiamento, supporto logistico, finanziamenti
e altre risorse in provenienza da forze nazionali
ed internazionali (incluso la NATO e l’Unione
europea), compreso l’invio di elicotteri tattici
per migliorare la difesa dei civili. Anche il monitoraggio
internazionale della frontiera con il Ciad è
una priorità.
A più lungo termine, la comunità internazionale
deve sviluppare una strategia che vada al di là
della protezione dei milioni di profughi che, peraltro,
dovrebbero iniziare a tornare a casa così
da avviare il lavoro di ricostruzione. Occorre,
quindi, rafforzare e coordinare gli sforzi diplomatici
al fine di risolvere il conflitto: l’eventuale
soluzione sarà credibile solo se presa nel
quadro di una spartizione equa della ricchezza e
del potere tra il governo centrale e la provincia,
sul modello dell’Accordo di Pace firmato tra
Khartoum e i “ribelli” del Sud nel 2005.
Ci deve anche essere un forte sostegno alla promozione
dello stato di diritto e dei principi democratici
nella fase post-conflitto: amnistie o altre forme
d’impunità non potranno essere la strada
maestra per ottenere una pace sostenibile.
Ma, ora, il compito prioritario è quello
di proteggere la vita di civili inermi. Tre anni
di inazione o di mezze misure da parte della comunità
internazionale non sono serviti a nulla, e le vite
di milioni di persone disperate sono sempre di più
ad altissimo rischio.
*Membro del Board dell’International
Crisis Group. Ministro del governo Prodi
(Da Vanity Fair del 16 February 2006)