Su pressione di Washington, la Nato punta a darsi
un profilo globale, intervenendo in zone di crisi
quali il Darfur. Altro obiettivo è la creazione
di partnership con i Paesi del Pacifico La "piccola
guerra di Crimea", in corso da alcuni giorni
sulla penisola ucraina, dove nella cittadina di
Teodosia, la popolazione locale di origine russa
è insorta contro le esercitazioni congiunte
tra marina ucraina e americana, prova generale dei
contrasti che potrebbero nascere tra le due anime
del Paese nel caso in cui Kiev dovesse proseguire
la marcia verso la Nato , ha messo in evidenza le
difficoltà a cui la Nato potrebbe andare
incontro se dovesse realmente iniziare a svolgere
un ruolo
più attivo su tutti gli scacchieri globali.
Per adeguarsi ai nuovi scenari, l'Alleanza sta iniziando
a trasformarsi, cercando di scrollarsi di dosso,
alla stregua di altre organizzazioni militari del
novecento l'approccio tipico degli anni della Guerra
fredda.
Le nuove competenze iniziate con l'impiego dell'alleanza
in Afghanistan proseguiranno non solo in questo
Paese dell'Asia centrale, dove i compiti della Forza
internazionale di stabilizzazione (Isaf) verranno
estesi nel corso dell'estate alle province più
irrequiete del sud del Paese. L'alleanza transatlantica
ha infatti dato la propria disponibilità
a impegnarsi anche nel Darfur, la zona di crisi
nel Sudan meridionale. Come ha detto un diplomatico
dell'organizzazione militare, «dovremo abituarci
ad essere presenti nei quattro continenti».
L'attore più importante all'interno dell'alleanza
transatlantica, gli Usa, vorrebbe integrare l'attuale
tendenza della Nato a ricoprire un ruolo di fronte
alle nuove minacce con trattati di "global
partnership", estese a Paesi come Australia,
Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. Per questa
ragione,
nel 2008 è in programma un vertice che tratterà
proprio dell'ingresso di nuovi membri nell'organizzazione.
Il vertice di Sofia
Un primo passo nella decisione alla "global
partnership", verrà fatto nel vertice
informale di Riga, che si terrà nel novembre
di quest'anno. Anche le due giornate degli incontri
di Sofia, del 27 e 28 aprile scorso, non sono state
altro che un passo verso Riga. Il dibattito di Sofia
ha fatto costante riferimento alle possibili future
nuove partecipazioni di Stati balcanici e dell'est
europeo e alle differenti future missioni militari.
Anche se questi incontri, ideali per un franco scambio
di opinioni, di regola non lasciano trapelare le
decisioni finali, è chiaro che gli Stati
membri hanno preso in forte considerazione l'idea
di un allargamento della Nato e di una globalizzazione
del proprio impegno.
Il vertice nella capitale bulgara si è svolto
facendo molta attenzione a quanto stava avvenendo
a Teheran. L'intervento del ministro degli Esteri
russo, Sergej Lavrov, arrivato a Sofia venerdì
nel quadro delle consultazioni di routine con i
suoi colleghi Nato, è coinciso con la scadenza
di uno dei tanti ultimatum per porre fine al programma
di arricchimento dell'uranio, posti dall'Onu al
regime degli ayatollah. È ovvio che pur essendosi
discusso al vertice di questioni di attualità,
il tema dell'Iran non era all'ordine del giorno,
per la ragione che le competenze su questa spinosa
questione appartengono al Consiglio di sicurezza
dell'Onu, all'UE-3 (Gran Bretagna, Germania, Francia)
e al G8.
A Sofia, come si diceva, si è invece discusso
per la prima volta, a livello di ministri degli
Esteri, delle prospettive della "global partnership".
Il Segretario generale dell'organizzazione transatlantica,
l'olandese de Hoop Scheffer, ha chiarito che non
si è parlato dell'ingresso di partner dell'Asia
meridionale e orientale, né di mettere
in discussione il criterio della difesa comune,
secondo quanto disposto dall'articolo 5 del Trattato,
l'articolo "fondamentale" del patto. Ciò
non è servito a dissipare scetticismi e preoccupazioni
di molti Stati membri europei, sulle capacità
di tenuta dell'organizzazione, nel caso in cui la
Nato dovesse allargarsi ulteriormente.
L'Alleanza "pacifica"
La strategia america, come pure quella del segretario
generale della Nato, punta da una parte a coinvolgere
nelle operazioni militari dell'alleanza - l'esempio
più concreto è l'Afghanistan - le
truppe di altri Paesi come la Nuova Zelanda , mentre
dall'altra vorrebbe impostare un rapporto sempre
più stretto con Paesi quali Giappone o Corea
del Sud. Oltre a ciò, la nuova strategia
cercherà di rafforzare i rapporti con Stati
europei che non fanno parte dell'alleanza, come
la Svezia , la Finlandia o la Svizzera
, che collaborano al programma Nato "Partnership
for peace", ma che non si sentono veramente
a loro agio nel partnenariato euro-atlantico (Eapr),
dopo che molti membri dell'alleanza sono entrati
a farne parte.
La questione di come si debba organizzare questo
partenariato, se attraverso nuove strutture organizzative,
incontri regolari, rapporti bilaterali rafforzati
oppure con conferenze tra gli Stati che mettono
a disposizione le loro truppe, non è stata
ancora risolta. Secondo quanto detto da un diplomatico
Nato, molti dei Paesi in gioco vogliono, anche a
causa di motivi di politica interna, incidere direttamente
riguardo le forme che la propria collaborazione
con l'Alleanza dovrà assumere. Il
portavoce del segretario generale ha riassunto lo
stato del dibattito con lo slogan secondo cui la
Nato non diventerebbe "un'alleanza globale"
ma "un'alleanza con partner globali".
I Paesi che più spingono per entrare nell'alleanza
nord atlantica, non sono solo Ucraina e Georgia,
ma anche Croazia, Macedonia e Albania. I tre Stati
dei Balcani, attraverso i piani d'azione della Nato,
si stanno preparando da anni all'ingresso. Sia per
l'Ucraina, che dai giorni della rivoluzione arancione
conduce un "dialogo intensivo" nella cornice
della Commissione Nato-Ucraina, sia per la Georgia
, manca però l'offerta di un Piano d'azione
per il partnenariato (Map). Kiev vorrebbe invece
fare già
entro l'anno il primo passo verso la futura partecipazione.
De Hoop Scheffer ha detto molto chiaramente che
a Riga non si prenderà alcuna decisione sui
prossimi allargamenti. Però i candidati dovrebbero
ricevere un "segnale", che deve ancora
essere discusso nei dettagli.
Impieghi in zone di guerra
La volontà per un impegno nel Darfur, in
linea di principio, non manca. Però, anche
in questo caso, finora vi sono solo progetti che
ambienti politici dell'alleanza militare hanno qualificato,
facendo trasparire una certa presa di distanza,
come "esercizi mentali". Da quando il
presidente americano George Bush ha preso posizione
a favore di un ruolo più forte della Nato
nella provincia del Sudan, per l'Unione africana
(Ua) e per le Nazioni Unite risulta ancora più
difficile convincere il governo di Karthoum che
i circa 7 mila soldati dell'attuale missione di
osservazione dell'Ua, dovranno essere sostituiti
con un contingente, più grande, di caschi
blu dell'Onu.
Comunque, per il momento, la Nato ha offerto all'Unione
africana solo il proseguimento del sostegno attuale.
L'attività dell'alleanza transatlantica,
insieme all'Ue, si limita ai trasporti aerei e a
fornire quadri specializzati al quartier generale
della missione dell'Unione africana, ad Adis Abeba.
Anche se è vero che si sta iniziando a discutere
un progetto di esperti militari, che prevede una
maggiore formazione degli ufficiali. Oltre a ciò,
secondo i piani americani vi dovrebbero essere aiuti
nei trasporti, nei collegamenti radio e telefonici
e nel sistema dei mass media. Secondo le parole
del segretario generale della Nato, le priorità
devono andare innanzi tutto alla situazione in Afghanistan
che per de Hoop Scheffer sta diventando sempre più
"difficile e pericolosa". Ma l'eventualità
di un fallimento in Afghanistan non viene presa
in considerazione.
da QuadrantEuropa 15/06/2006 in
www.quadrantEuropa.it