L’amministrazione Bush sta valutando un
piano che preveda un maggiore coinvolgimento della
Nato in una delle zone più calde del continente
africano: il Darfur. E’ sul tavolo delle trattative
l’idea di inviare poco meno di 500 ‘advisers’
dell’Alleanza per aiutare lo sforzo delle
truppe dell’Unione Africana impegnate in missione
di peace-keeping nella regione meridionale del Sudan.
In seguito alla continua escalation di violenza
che vede i gruppi di ribelli del sud (cristiano
e animista) opposti alle milizie arabe filogovernative,
la comunità internazionale si sta impegnando
affinché la situazione non destabilizzi l’intera
Africa centrale (già il Ciad, Paese confinante
con la provincia meridionale sudanese, vede esportare
tali violenze spesso all’interno dei suoi
confini). Le truppe dell’Unione Africana fin
qui non hanno saputo evitare le scorribande delle
milizie arabe che hanno provocato la morte di un
numero elevato di persone (secondo fonti Onu tra
le 100mila e le 400mila) oltre all’esodo di
due milioni di profughi.
Finora la Nato ha collaborato con l’Unione
Africana in termini di trasporto aereo delle truppe
e di assistenza tecnica alle seimila unità
di peace-keeping presenti in una regione grande
come il Texas e molto sensibile alla presenza di
occidentali sul campo. Gli ‘advisers’
tuttavia verrebbero assegnati a operazioni di logistica,
comunicazioni, intelligence, attività di
controllo e di comando e non impiegati direttamente
in azioni sul terreno. Questo dispiegamento avverrebbe
solo come una misura ad interim, ovvero fino al
dislocamento di una forza sotto egida Onu che abbia
dimensioni e capacità operative tali da assicurare
il controllo del territorio.
Lo stesso Kofi Annan si era appellato lo scorso
marzo affinché la Nato aiutasse l’Unione
Africana nel garantire la sicurezza e l’incolumità
dei civili, e ora il Comitato militare dell’Alleanza
sta lavorando su un progetto da sottoporre alle
autorità politiche per l’approvazione.
Lo stesso segretario alla Difesa americano, Donald
Rumsfeld, ha discusso di tale piano con la Casa
Bianca e il dipartimento di Difesa, evidenziando
la necessità di un’azione coerente
che sappia superare le opposizioni dell’Unione
Africana e del Sudan stesso.
Infatti l’Unione Africana ha espresso perplessità
nel cedere il controllo delle operazioni a forze
delle Nazioni Unite, prediligendo piuttosto un comando
congiunto della missione di peace-keeping con l’Onu
(posizione espressa dal presidente dell’Unione
Africana Alpha Oumar Konare al segretario delle
Nazioni Unite lo scorso 31 marzo). Mentre le autorità
di Khartoum osteggiano la presenza di contingenti
Onu in quanto timorose di possibili indagini ed
arresti contro autorità locali da parte della
Corte criminale internazionale per i reati di genocidio
e crimini contro l’umanità. A tale
proposito, poco tempo fa il Sudan ha negato l’accesso
nel Darfur a Jan Egeland, funzionario delle Nazioni
Unite.
La stessa Nato ha avanzato alcuni dubbi circa un
proprio maggiore impegno in questa fase di transizione
precedente il dislocamento di una forza Onu. Infatti
a Bruxelles si teme che tale opzione impiegherebbe
risorse preziose per altre missioni, ovvero il contingente
Isaf in Afghanistan. L’esito positivo di Isaf
risulta essere all’apice delle priorità
dell’Alleanza, anche per la vasta eco internazionale
di tale missione e le difficoltà nell’espandere
il bilancio della Nato che rendono doveroso il considerare
attentamente ogni potenziale nuovo impegno della
Comunità Atlantica.
Tuttavia l’inasprimento degli scontri nel
Darfur rende necessario per la Comunità internazionale
adottare un’agenda serrata che velocizzi i
tempi della macchina burocratica anche attraverso
un processo più ampio di sensibilizzazione
dell’opinione pubblica attraverso i media.
19 aprile 2006
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