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I DOSSIER DI CONTROPIANO
Darfur
Come i laboratori della guerra umanitaria
stanno preparando l’intervento militare contro il Sudan

Per Bush necessario un maggiore impegno della Nato nel Darfur

di Mauro Brugnara

L’amministrazione Bush sta valutando un piano che preveda un maggiore coinvolgimento della Nato in una delle zone più calde del continente africano: il Darfur. E’ sul tavolo delle trattative l’idea di inviare poco meno di 500 ‘advisers’ dell’Alleanza per aiutare lo sforzo delle truppe dell’Unione Africana impegnate in missione di peace-keeping nella regione meridionale del Sudan.
In seguito alla continua escalation di violenza che vede i gruppi di ribelli del sud (cristiano e animista) opposti alle milizie arabe filogovernative, la comunità internazionale si sta impegnando affinché la situazione non destabilizzi l’intera Africa centrale (già il Ciad, Paese confinante con la provincia meridionale sudanese, vede esportare tali violenze spesso all’interno dei suoi confini). Le truppe dell’Unione Africana fin qui non hanno saputo evitare le scorribande delle milizie arabe che hanno provocato la morte di un numero elevato di persone (secondo fonti Onu tra le 100mila e le 400mila) oltre all’esodo di due milioni di profughi.
Finora la Nato ha collaborato con l’Unione Africana in termini di trasporto aereo delle truppe e di assistenza tecnica alle seimila unità di peace-keeping presenti in una regione grande come il Texas e molto sensibile alla presenza di occidentali sul campo. Gli ‘advisers’ tuttavia verrebbero assegnati a operazioni di logistica, comunicazioni, intelligence, attività di controllo e di comando e non impiegati direttamente in azioni sul terreno. Questo dispiegamento avverrebbe solo come una misura ad interim, ovvero fino al dislocamento di una forza sotto egida Onu che abbia dimensioni e capacità operative tali da assicurare il controllo del territorio.
Lo stesso Kofi Annan si era appellato lo scorso marzo affinché la Nato aiutasse l’Unione Africana nel garantire la sicurezza e l’incolumità dei civili, e ora il Comitato militare dell’Alleanza sta lavorando su un progetto da sottoporre alle autorità politiche per l’approvazione. Lo stesso segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld, ha discusso di tale piano con la Casa Bianca e il dipartimento di Difesa, evidenziando la necessità di un’azione coerente che sappia superare le opposizioni dell’Unione Africana e del Sudan stesso.
Infatti l’Unione Africana ha espresso perplessità nel cedere il controllo delle operazioni a forze delle Nazioni Unite, prediligendo piuttosto un comando congiunto della missione di peace-keeping con l’Onu (posizione espressa dal presidente dell’Unione Africana Alpha Oumar Konare al segretario delle Nazioni Unite lo scorso 31 marzo). Mentre le autorità di Khartoum osteggiano la presenza di contingenti Onu in quanto timorose di possibili indagini ed arresti contro autorità locali da parte della Corte criminale internazionale per i reati di genocidio e crimini contro l’umanità. A tale proposito, poco tempo fa il Sudan ha negato l’accesso nel Darfur a Jan Egeland, funzionario delle Nazioni Unite.
La stessa Nato ha avanzato alcuni dubbi circa un proprio maggiore impegno in questa fase di transizione precedente il dislocamento di una forza Onu. Infatti a Bruxelles si teme che tale opzione impiegherebbe risorse preziose per altre missioni, ovvero il contingente Isaf in Afghanistan. L’esito positivo di Isaf risulta essere all’apice delle priorità dell’Alleanza, anche per la vasta eco internazionale di tale missione e le difficoltà nell’espandere il bilancio della Nato che rendono doveroso il considerare attentamente ogni potenziale nuovo impegno della Comunità Atlantica.
Tuttavia l’inasprimento degli scontri nel Darfur rende necessario per la Comunità internazionale adottare un’agenda serrata che velocizzi i tempi della macchina burocratica anche attraverso un processo più ampio di sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso i media.

19 aprile 2006
www.paginedidifesa.it

 
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