Due anni di crisi in Darfur e la situazione
umanitaria, politica e le condizioni di sicurezza
stanno peggiorando. Continuano a venire commessi
crimini atroci, la popolazione sta morendo in gran
numero a causa della malnutrizione e delle malattie
e incombe una nuova carestia
Darfur, Sudan (17 Marzo 2005) - La comunità
internazionale sta venendo meno al suo dovere di
proteggere i civili o perlomeno di indurre il governo
sudanese ad agire in tal senso. Al momento Il Consiglio
di Sicurezza dell'ONU sta negoziando una bozza risolutiva
che potrebbe condurre ad una soluzione della crisi,
se si rivela abbastanza determinata in materia di
protezione dei civili e di responsabilità
da attribuire a chi ha commesso i crimini atroci.
Se invece le divisioni all'interno del Consiglio
e le minacce di veto finiranno per annacquare il
risultato finale, come è già successo
altre volte, la situazione in Darfur peggiorerà.
Probabilmente è solo una questione di tempo
e poi il suo veleno andrà ad invalidare anche
l'accordo di pace firmato il 9 gennaio 2005 per
porre termine alla lunga guerra tra il governo ed
il Movimento/Esercito per la Liberazione del Popolo
Sudanese (SPLM).
Il Completo Accordo di Pace (CPA) firmato dal governo
e dall' SPLM contiene provvedimenti e modelli che
potrebbero offrire la base per una soluzione politica
- non solo per il conflitto in Darfur, ma anche
per la zona orientale del Sudan dove le condizioni
sono esacerbate e destinate a sfociare in un aumento
della violenza. Comunque né le sue caratteristiche
né la prospettiva di nuovi ruoli, ed infine
di nuove politiche, nel governo centrale riuscirà
ad avere un impatto immediato sulla situazione in
Darfur. Ciò richiederebbe una politica internazionale
molto più decisa per capovolgere una situazione
che va deteriorandosi.
Khartoum è giunta alla pace con l' SPLM in
parte per stornare la pressione crescente sul Darfur.
Finora tale stratagemma ha funzionato. La comunità
internazionale si trova profondamente divisa - probabilmente
paralizzata - sul da farsi in Darfur. La situazione
sul campo mostra una serie di tendenze negative
sviluppatesi a partire dall'ultimo periodo del 2004.
Infatti le condizioni di sicurezza stanno peggiorando,
è verosimile l'avvento di una carestia ed
il numero delle vittime civili va aumentando. Il
cessate il fuoco è nel pieno caos ed il processo
di negoziazione è giunto ad un punto morto.
I movimenti dei ribelli iniziano a spaccarsi e nuovi
movimenti armati fanno la loro comparsa in Darfur
e negli stati vicini. Il caos ed una cultura dell'impunità
stanno prendendo piede nella regione.
La Commissione di Inchiesta dell'ONU sul Darfur
ha descritto l'ampia portata delle atrocità
commesse sul territorio, perpetrate soprattutto
dal governo e dai suoi alleati, le milizie Janjaweed.
La strategia della "protezione con la presenza"
adottata dall'ONU e dall' Unione Africana (AU),
basata sulle forze dell'AU, la cui principale missione
consiste nel monitorare il fallito cessate il fuoco,
non sta funzionando. Per via del tardivo arrivo
delle truppe africane e del supporto logistico occidentale
messi a disposizione, l'AU ha meno di 2000 delle
3320 unità di personale autorizzati sul campo.
Occorre una forza ben più ampia, aumentata
di 4 o 5 volte come richiesto da Jan Egeland, ed
un mandato per proteggere i civili.
Ma la chiave per stabilire una situazione di sicurezza
consiste nel persuadere il governo a realizzare
tutti gli impegni presi per disarmare e neutralizzare
le milizie Janjaweed. La testimonianza di quanto
è successo anche nell'ultimo anno dimostra
che il governo non agirà in tal senso fintantoché
continuerà a considerare minimi i costi della
sua inazione. Per modificare questo calcolo occorre
imporre immediatamente misure punitive mirate, come
il blocco dei beni all'estero delle imprese controllate
dal partito reggente, il divieto di viaggio imposto
agli ufficiali maggiori, un ampio embargo alle armi
- ed una realistica possibilità che i crimini
atroci documentati dalla Commissione di Inchiesta
dell'ONU vengano indagati, perseguitati e giudicati
dal solo tribunale in grado di farlo con una certa
celerità, il Tribunale Criminale Internazionale
(ICC).
Le obiezioni generali mosse dal governo degli Stati
Uniti d'America contro questa istituzione non dovrebbero
essere di impedimento, tanto più che il tribunale,
in questo caso, eserciterebbe la propria giurisdizione
esattamente nel modo in cui Washington ha sempre
considerato più giusto, ossia tramite una
decisione politica presa dal Consiglio di Sicurezza.
Una maggiore pressione deve essere esercitata anche
sui ribelli del Darfur affinché essi si attengano
ai loro impegni e pongano fine a tutti gli attacchi
che violano il cessate il fuoco. I ribelli devono
riassumere il controllo sulle forze disseminate
al loro interno, punire le violazioni dei diritti
umani e risolvere le divergenze interne. Quest'ultima
azione può esser condotta grazie ad una serie
di conferenze sia al livello della base che a quello
dei leader, le quali potrebbero venire supportate
dalla comunità internazionale. Se i loro
leader continueranno a minacciare la sicurezza,
essi dovrebbero anche essere soggetti a sanzioni
mirate.
Inoltre la comunità internazionale deve potersi
muovere velocemente per rafforzare il processo di
pace guidato dall'AU. Questo processo potrebbe perdere
il suo mediatore più autorevole e manca di
un serio impegno delle parti belligeranti e del
tipo di collaborazione di alto livello tra l'AU
e la più ampia comunità internazionale
che possa garantirne l'efficacia.
Infine, non si deve permettere che l'adempimento
del CPA [Accordo Completo di Pace] diventi un pretesto
per non fare pressioni per stabilizzare il Darfur.
Al contrario, con molta probabilità un eventuale
fallimento nel risolvere la crisi del Darfur finirà
per minare il CPA stesso. Ora sarebbe un grave errore
non esercitare la pressione dovuta su Khartoum.
RACCOMANDAZIONI
Al Consiglio di Sicurezza dell'ONU:
1. Deve approvare una risoluzione sulla situazione
in Darfur che:
(a) riconosca che il Governo del Sudan è
in violazione con i suoi obblighi presi in base
alle Risoluzioni 1556 del 30 luglio 2004 e 1664
del 18 settembre 2004;
(b) imponga un blocco dei beni delle imprese d'affari
del partito al governo e divieti di viaggio agli
ufficiali del regime responsabili di crimini atroci;
(c) estenda l'embargo alle armi imposto in base
alla risoluzione 1556 per includere il governo del
Sudan e crei un meccanismo per controllare l'embargo
e punirne le violazioni;
(d) autorizzi il tribunale criminale internazionale
ad esercitare la propria giurisdizione contro i
crimini atroci;
(e) solleciti le forze dell'AU a proteggere i civili
e l'arrivo dei soccorsi;
(f) esorti ad una stretta cooperazione tra le missioni
dell'AU e dell'ONU in Sudan ed incoraggi l'impiego
dei mezzi dell'ONU per sostenere una rafforzata
missione dell'AU;
(g) riconosca che una forza che conta meno di 10.000
truppe non è adeguata alle dimensioni dell'area
del Darfur, alla violenza in atto ed all'atteggiamento
fortemente non collaborativo del governo del Sudan;
(h) inviti gli stati-membri (africani e non) a sostenere
con truppe ed altri mezzi una missione rafforzata
dell'AU, ed esorti la NATO a pianificare un'eventuale
assistenza alla missione;
(i) esorti l'Unione Europea, l'ONU e l'AU a lavorare
insieme per aumentare le capacità della polizia
civile in Darfur;
(j) autorizzi l'Ufficio dell'Alto Commissariato
per i diritti umani (OHCHR) a schierare altri 100
osservatori per il controllo della tutela dei diritti
umani; e
(k) approvi una zona di interdizione aerea sul Darfur
monitorata dall'AU, chiedendo agli stati-membri
di fornire tale aiuto tecnico e ogni altro eventuale
mezzo richiesto da parte dell'AU a tale scopo, e
identificando conseguenze penali precise che il
Consiglio di Sicurezza possa applicare nel caso
in cui l'AU riferisca che ci sia stata una grave
inadempienza di una delle parti in conflitto.
2. Deve dare istruzioni al Segretario Generale affinché
sviluppi urgentemente un completo piano per il ritorno
delle popolazioni civili nelle proprie case nel
corso del prossimo anno, che comprenda disposizioni
di sicurezza e di risarcimento.
Al Governo del Sudan:
3. Deve prendere provvedimenti contro le milizie
Janjaweed, quali:
(a) cessare tutte le forme di sostegno;
(b) arrestarne i leader identificati come colpevoli
per aver perpetrato crimini atroci; e
(c) iniziare a disarmarli, compresi i membri inclusi
nelle Popular Defence Forces (PDF) [Forze per la
Difesa Popolare], la Border Intelligence Guard [Servizi
per il Controllo del Confine], la Popular Police
[ Polizia Popolare] e la Nomadic Police [Polizia
Nomade].
4. Deve indicare immediatamente alla Commissione
per il Cessate il Fuoco dell'AU (CFC) quali milizie
siano sotto il suo diretto controllo o sotto la
sua influenza, come richiesto dagli accordi di Abuja
riguardo al cessate il fuoco.
5. Deve impegnarsi più seriamente nel tentativo
di pace condotto dall'AU.
6. Deve cessare immediatamente tutte le attività
militari offensive, come stabilito dagli accordi
di N'djamena e dai successivi accordi di Abuja.
7. Deve porre fine ai tentativi di rientrare con
la forza e trasferire i profughi in Darfur.
Al Movimento/Esercito per la Liberazione del Sudan
(SLA) ed al Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza
(JEM):
8. Devono cessare immediatamente tutte le attività
militari offensive, come stabilito dagli accordi
di N'djamena e dai successivi accordi di Abuja.
9. Devono giudicare responsabili coloro che hanno
commesso reati di saccheggio e rapimento così
come coloro che hanno assalito lavoratori umanitari
od ostacolato l'accesso agli aiuti umanitari.
10. Devono tenere conferenze che coinvolgano la
loro base il più presto possibile al fine
di risolvere i disaccordi all'interno dei movimenti
e tra i leader, ripristinare le strutture di comando
e di controllo, iniziare a creare istituzioni e
trovare un'idea politica comune per una risoluzione
del conflitto.
11. Devono desistere dal bloccare le tradizionali
vie del pascolo.
12. Devono immediatamente indicare aree di controllo
alla Commissione per il Cessate il Fuoco dell'AU
(CFC), come stabilito dagli accordi di Abuja sul
cessate il fuoco.
Al Movimento per la Liberazione del Popolo del Sudan
(SPLM):
13. Deve incoraggiare una soluzione negoziata per
il conflitto nel modo seguente:
(a) lavorando con il governo per cambiare la sua
strategia in Darfur; e
(b) convincendo i ribelli che esistono potenziali
benefici e modelli applicabili al Darfur nell' Accordo
di Pace Completo (CPA) firmato con il governo il
9 gennaio 2005.
Al Consiglio per la Pace e la Sicurezza (PSC) dell'
Unione Africana (AU):
14. Deve ampliare in modo significativo la portata
della Missione dell'AU in Sudan (AMIS), estendere
il suo mandato per conferire un'attenzione particolare
al problema centrale della protezione dei civili,
e lavorare con il Consiglio di Sicurezza dell'ONU
per facilitare l'inclusione e l'assistenza di forze
non africane atte ad integrare i livelli e le capacità
della forza della missione.
15. Deve elaborare in unione con il Consiglio di
Sicurezza dell'ONU ed il Segretario Generale una
strategia per la neutralizzazione delle milizie
Janjaweed in assenza di cooperazione con il governo
del Sudan.
16. Deve rendere la Task Force Integrata del Darfur
(DITF) pienamente operativa presso il quartier generale
di Addis Ababa.
17. Deve fare immediati passi per giudicare le parti
responsabili degli impegni presi in base agli accordi
sul cessate il fuoco di N'djamena e di Abuja, anche
aumentando la cooperazione con i paesi donatori
e l'ONU e rendendo note al pubblico le violazioni.
18. Deve tracciare sulla mappa le tradizionali vie
di pascolo del Darfur allo scopo di aprirle al pascolo
ed evitare futuri focolai di conflitto.
19. Deve nominare un diplomatico esperto che abbia
familiarità con il Sudan e la regione e che
svolga il compito di mediatore principale ad Abuja,
creando una partnership di alto livello con i più
importanti stati e istituzioni esterne per far avanzare
i negoziati, analogamente a quanto avvenuto per
il processo IGAD che ha dato vita al Completo Accordo
di Pace tra il governo e l' SPLM.
Ai paesi ed alle istituzioni donatrici:
20. Devono appoggiare le conferenze generali in
Darfur presso le quali l' SLA e lo JEM possono cercare
di risolvere le divisioni interne alla loro leadership
e ripristinare il comando militare ed il controllo
al fine di contrastare la frammentazione in atto
e così essere in grado di negoziare responsabilmente
la stabilità politica.
21. Devono offrire sostegno all'adempimento del
CPA, negando aiuti di cui beneficerebbe principalmente
il partito al governo, il National Congress Party
(NCP), fintantoché la situazione in Darfur
rimane infuocata e al tempo stesso assicurarsi che
il Governo del Sudan del Sud (GoSS) riceva ciò
di cui ha bisogno per diventare lo strumento fondamentale
in grado di prevenire futuri conflitti nell'area
meridionale.
22. Devono nominare inviati speciali di alto livello
per appoggiare il processo di negoziazione in Darfur,
come è stato fatto con il processo IGAD.
23. Devono lavorare attraverso organizzazioni di
pace non governative per creare un forum che consenta
ai tradizionali leader del Darfur di discutere le
divisioni e le tensioni che sono state esacerbate
dal conflitto.
Note:
Tradotto da Cristina Pezzolesi per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non
commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore
/ la traduttrice
(Fonte: International Crisis Group
- www.crisisweb.org
del 22 marzo 2005)