L'ennesima pace è stata firmata nel Darfur,
la regione del Sudan dove è in corso una
sanguinosa guerra civile tra musulmani fra milizie
arabe - incoraggiate dal governo di Khartoum - e
insorti locali africani, che condividono la religione
degli arabi ma sono da questi considerati razzialmente
inferiori e discriminati. Sarà effimera come
le altre? È lecito chiederselo, dopo cinque
"trattati di pace" rimasti sulla carta,
centomila morti e due milioni di rifugiati, che
in gran parte vivono in Ciad. Dieci giorni fa bin
Laden in persona si è schierato con i vecchi
amici del governo sudanese affermando che Al Qaida
punirà chiunque tenti di interferire nei
suoi affari interni. Più preoccupante ancora
è considerare a chi si è rivolto il
governo sudanese per garantire la pace sul terreno
ingovernabile del Darfur. Due compagnie di Pasdaran,
le guardie rivoluzionarie iraniane, sono sbarcate
all'aeroporto di Khartoum e si sono dirette verso
il Darfur, ufficialmente per dare il loro contributo
all'opera di pacificazione. In prospettiva, è
prevista la presenza nel Darfur di un intero battaglione
iraniano.
I Pasdaran sono il pilastro del potere del presidente
Ahamadinejad e del suo tentativo di ampliare le
prerogative della presidenza rispetto a quelle degli
ayatollah. Lo sbarco iraniano a Khartoum fa seguito
a una visita del presidente sudanese Bashir ad Ahmadinejad
che si è svolta dal 24 al 27 aprile. L'intelligence
israeliana è convinta che gli accordi stipulati
in quell'occasione prevedano una contropartita all'impegno
militare iraniano nel Darfur: la disponibilità
del Sudan - che in passato, prima di spaventarsi
dopo l'11 settembre e rompere almeno formalmente
con Bin Laden, aveva reso analoghi servizi ad Al
Qaida - a nascondere nel suo vasto territorio materiale
bellico iraniano e centrifughe per l'arricchimento
dell'uranio, in caso di guerra o anche solo di ispezioni
più serie di quelle finora compiute, che
non potrebbero estendersi al territorio sudanese.
Le truppe iraniane sono accompagnate da un commissario
religioso, l'ayatollah Ramazani, e vengono dal Khuzestan,
una regione sciita ma di lingua ed etnia araba della
Repubblica Islamica. Fanno parte di un'unità
di elite chiamata Vali E-Asar, un nome che fa riferimento
a uno dei titoli del Mahdi, il messia atteso dagli
sciiti iraniani ma anche da un'ala importante dei
sunniti sudanesi, che ancora ricordano le vittorie
conseguite contro gli inglesi da un avventuriero
che si era auto-proclamato Mahdi nel XIX secolo.
Sono anche intenzionate a sconfinare in Ciad, per
attaccare i campi dei rifugiati che simpatizzano
con la guerriglia anti-araba e per destabilizzare
il paese africano sui cui anche Bin Laden ha da
tempo messo gli occhi.
La vicenda non va assolutamente sottovalutata, non
solo perché la nota brutalità dei
Pasdaran fa temere il peggio per la "pax iraniana"
nel Darfur. Da una parte conferma che quelle di
Ahmadinejad secondo cui l'Iran si considera il guardiano
dell'islam, autorizzato a intervenire militarmente
in tutti i paesi musulmani, sciiti o no, non sono
vane parole.
Dall'altra mostra il gioco di sponda sempre più
chiaro fra Al Qaida e Teheran. Bin Laden attira
l'attenzione sul significato del Darfur per tutto
l'islam e una settimana dopo, con la scusa di garantire
la pace, si muovono i Pasdaran di Ahmadinejad. Ce
ne dovrebbe essere abbastanza per far riflettere
chi, come Prodi, pensa che la crisi iraniana si
possa risolvere con la strategia del rinvio permanente
cara a Bruxelles e alle Nazioni Unite.
Fonte : il Giornale,
8 maggio 2006