Il mandato della African Union Mission in Sudan
(Amis) in Darfur è stato esteso di tre mesi,
sino a dicembre. I suoi 7mila soldati, mal equipaggiati
e mal diretti, sono pur sempre un ostacolo alle
azioni di guerra e saccheggio omicida di Janjaweed,
guerriglieri e forze governative. In teoria l’Amis
dovrebbe essere sostituito o fiancheggiato dal corpo
di spedizione di 20.500 militari previsto dalla
risoluzione Onu approvata in agosto. L’operatività
di questa ultima è però condizionata
all’assenso del Governo sudanese, che lo rifiuta
decisamente.
Nel nord del Darfur, intanto, Khartoum ha concentrato
10mila soldati, mentre il grosso dei guerriglieri
intende continuare a battersi. Sul terreno sono,
in effetti, riprese azioni di guerra e dalla battaglia
non sono assenti i Janjaweed, gli irregolari nomadi
arabi che, con l’appoggio governativo uccidono,
saccheggiano e bruciano i villaggi delle popolazioni
prevalentemente africane nelle aree dove è
presente la guerriglia. Il Governo sudanese ha evidentemente
deciso di tentare nuovamente di chiudere la questione
con la forza. Le Organizzazioni umanitarie segnalano
che già adesso non assistono più mezzo
milione di persone e che, se le attività
belliche dovessero estendersi, a parte le vittime
dirette del conflitto, i tre milioni di persone
che dipendono dall’assistenza internazionale
saranno abbandonati al loro destino.
Speranze deluse
Pochi mesi fa era invece sembrato che il problema
stesse per avviarsi a soluzione. Un accordo era
stato concluso ad Abuja, in maggio, tra il Governo
sudanese e il principale movimento ribelle in Darfur,
il Sudan Liberation Army (Sla), mentre a New York
era in corso di preparazione la risoluzione sul
contingente Onu che ne avrebbe garantito l’applicazione.
Cina e Russia avevano evitato di ostacolarne i lavori,
ritenendo che, nel nuovo clima, Khartoum avrebbe
accettato i soldati delle Nazioni Unite.
In effetti l’Accordo di Abuja era sostanzialmente
conveniente per Khartoum, riflettendo del resto
quella che era la situazione sul terreno. Ma subito
dopo la sua firma, lo Sla si è diviso tra
fazione Fur, la più numerosa, che vuole continuare
la lotta, e quella Zaghawa, le cui bande hanno addirittura
attaccato villaggi dell’etnia dissenziente,
utilizzando i medesimi metodi dei Janjaweed. Episodio
liberatorio per Khartoum. I guerriglieri hanno infatti
provato, a questo punto, di essere altrettanto responsabili
del Governo sudanese negli eventi in Darfur.
Il quadro internazionale
Condoleezza Rice ha riaffermato alle Nazioni Unite,
nei giorni scorsi, la necessità di accettare
l’intervento delle Forze dell’Onu e
porre fine a quella tragedia umanitaria. Ma gli
uomini al potere a Khartoum hanno una comprensione
chiara delle situazioni internazionali e le sfruttano
con molta abilità.
Le pressioni di Washington erano state determinanti,
negli anni 2003-2004, nel convincere i dirigenti
sudanesi a porre fine al ventennale conflitto nel
Sud. Per gli Stati Uniti, non secondarie considerazioni
geopolitiche erano presenti, in aggiunta agli aspetti
umanitari e di politica interna. Vari conflitti
o situazioni di guerriglia sono attivi o potenzialmente
tali nei paesi confinanti l’immenso Sudan.
Si trattava dunque di stabilizzare una vasta area
nel Corno d’Africa. Gli eventi in Medio Oriente,
inoltre, alimentano nel mondo arabo una crescente
ostilità nei confronti del mondo occidentale.
Aveva perciò un notevole valore dare un
esempio di pacificazione da un lato tra musulmani
e cristiani (o almeno classificati come tali), dall’altro,
dal punto di vista razziale, tra africani e arabi.
Ma nel problema del Sud vi erano in gioco altri
elementi. L’esercito sudanese non era in grado
di sconfiggere il Sudan People’s Liberation
Army (Spla) che, diretto con mano ferrea da John
Garang, aveva ormai in campo una forza permanente
e sufficientemente disciplinata di oltre 100mila
persone. Questa forza era in grado di impedire lo
sfruttamento del petrolio, divenuta nel frattempo
la principale fonte di reddito dello Stato sudanese.
I fallimenti dell’Onu
Anche Kofi Annan teneva molto a ottenere dei risultati
positivi in Sudan per far dimenticare la disastrosa
performance delle Nazioni Unite, e sua personale
nella terribile crisi del Ruanda. Dopo l’accordo
di pace con l’Splm al Sud, nel gennaio 2005,
le organizzazioni dell’Onu operano dunque
ampiamente in quella regione, con circa 10mila persone
e il dispiegamento di una ampia forza militare di
controllo. Un dato paradossale, considerando l’acuto
contrasto col Governo sul Darfur. Malgrado ciò
sembra difficile che l’Onu possa adesso effettuare
interventi determinanti in quella regione.
Innanzitutto le Nazioni Unite sono impegnate in
molti fronti e non sono disponibili altri soldati
per il Sudan. Vi è poi la questione petrolio,
il principale prodotto sudanese, che fa gola a molti
importanti paesi, come ad esempio l’India.
La Cina in particolare, membro permanente del Consiglio
di Sicurezza, è da tempo presente in questo
settore. I cinesi hanno costruito l’oleodotto
sudanese nel 1999 e possiedono il 75% delle azioni
della società proprietaria dell’impianto.
Quasi tutti i Paesi della regione, inoltre, sono
sostanzialmente schierati dal lato di Khartoum,
non solo quelli apertamente alleati del Governo
sudanese. Inutile dire, poi, che i Paesi arabi appoggiano
il Governo sudanese, come è stato platealmente
provato dalla sessione della Lega Araba tenutasi
simbolicamente proprio a Khartoum nel 2005, con
la sola modesta penalità della rinuncia del
Sudan a presiedere la riunione.
Timori di anarchia
È poi presente un altro elemento nel corso
delle vicende e negoziazioni sulle varie crisi sudanesi.
Washington ed i suoi alleati occidentali nutrivano
e nutrono gravi timori sulle conseguenze di un collasso
del regime al potere in Sudan. La varietà
e l’estrema litigiosità dei gruppi
politici, etnici e religiosi della popolazione sudanese
fanno intravedere, in questo caso, una situazione
di completa anarchia. Un’altra e gigantesca
Somalia proprio nella zona cerniera tra mondo arabo
e mondo africano, tra l’altro geograficamente
vicina ai giacimenti di petrolio dell’Arabia
Saudita? Nessuno contempla questa possibilità
con leggerezza, meno che mai i Paesi confinanti,
amici o nemici che siano. Anche l’Egitto,
il più importante paese confinante e centrale
Paese arabo, teme imprevedibili cambiamenti nell’area
del Nilo, la sua indispensabile fonte di approvvigionamento
idrico.
In materia di terrorismo, infine, il Sudan è
passato da paese simpatizzante dei terroristi a
paese a loro ostile. A parte gli aspetti di politica
interna, il governo sudanese ha capito che questa
era una questione che ledeva interessi vitali delle
più ricche e potenti nazioni al mondo. Perciò
Khartoum mantiene da tempo relazioni di collaborazione
attiva con i Servizi di Intelligence stranieri.
Ciò gli assicura un’approvazione poco
visibile, ma non per questo secondaria, in vari
ambienti di governo occidentali. Soprattutto negli
Stati Uniti.
A Khartoum si registra un notevole boom economico
grazie all’aumento del prezzo e della produzione
di petrolio, reso possibile dalla cessazione della
guerriglia nel Sud. Un boom limitato alla sola capitale,
ma rassicurante per i dirigenti sudanesi, che dispongono
adesso di rilevanti fondi aggiuntivi per appoggiare
le loro clientele nelle altre regioni e finanziare
nuove operazioni militari. Ovviamente, anche l’evoluzione
della situazione in Medio Oriente e in Afghanistan
rende difficili decisivi interventi occidentali.
Il Darfur sembra, dunque, destinato ad essere il
primo caso al mondo nel quale continuano uccisioni
di massa perfettamente note, senza serie reazioni
dalla Comunità internazionale.
Carlo Calia ( carlo.calia@fastwebnet.it
) è stato ambasciatore in Costa d'Avorio,
Libano e Kenia.
Da www.Affari
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