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Non vi sono forse
idee o movimenti politici che abbiano avuto influenza
così significativa pur essendo stati regolarmente
misconosciuti o aspramente combattuti come l’anarchismo.
Se a partire dagli anni Ottanta il sopraggiunto
benessere ha, per certi versi, placato gli animi
e le
rivendicazioni di coloro che per decenni o forse
per secoli sono rimasti ai margini del sistema economico
e sociale, spuntando le armi di lotta a coloro che
sostenevano una società senza Stato e senza
alcun tipo di coercizione, fondata sulla piena libertà
degli individui da ogni tipo di vincolo esterno
e sulla spontanea messa in comune dei mezzi di produzione,
la storia recente occidentale vede nel movimento
anarchico un punto di
riferimento per nulla trascurabile nel dibattito
ideologico ma soprattutto nell’attivismo “rivoluzionario”
dei suoi membri. La storia del movimento anarchico
in Italia, illustra inoltre la centralità
del nostro Paese per lo stesso movimento anarchico
internazionale, soprattutto grazie allo studio attento
della condizione economica e sociale di un’Italia
nel mezzo del processo di unificazione condotto
da uno dei padri del movimento anarchico mondiale,
Michail Bakunin.
Il testo di Aruffo, racconta la
storia dell’anarchismo italiano nel suo intrecciarsi
con il movimento operaio e socialista, interpretandone
la diffusione con il desiderio di riscatto umano
e sociale, con il sogno delle classi subalterne
di cancellare la fame e l’atavica miseria
localizzata soprattutto (ma non solo) nelle regioni
del Mezzogiorno. Significative sono, in questo senso,
le numerose rivolte rurali e contadine nell’Ottocento,
alle quali diversi patrioti italiani cercarono di
dare risposta, come dimostra la sfortunata impresa
di Carlo Pisacane. Numerose saranno le repressioni
operate dai governi ottocenteschi della Destra e
della Sinistra storica nei confronti dei moti sociali
localizzati soprattutto al Sud. Pochi anni dopo
l’unità d’Italia viene ucciso
il famoso “profeta” dell’Amiata,
alla cui rivolta utopistica e a tratti visionaria,
porzioni del movimento anarchico hanno cercato invano
di imprimere uno sbocco rivoluzionario. Significative,
nel testo di Aruffo, le pagine dedicate al leader
anarchico Bakunin, che conferisce al movimento una
prima sistemazione teorica e organizzativa in forma
di associazione segreta rivoluzionaria. Bakunin
stesso sceglie l’Italia come sua “patria
politica”, in seguito alla corrispondenza
(datata 1962-63) con
Giuseppe Garibaldi e ad un’attenta osservazione
dei moti di liberazione nazionale, soprattutto di
stampo democratico (di ispirazione mazziniana, massonica,
repubblicana, federalista).
L’incontro del rivoluzionario anarchico russo
con Garibaldi, avvenuto a Caprera, è preparato
da una serie di contatti avuti a Londra con gli
esuli Mazzini e Saffi. Lo sguardo di Bakunin è
rivolto alle grandi campagne italiane, teatro di
un vasto movimento di protesta sociale. |
Solo allora il movimento anarchico inizia
a misurarsi con il marxismo sui temi nodali dell’autorità,
dell’estinzione dello Stato, della violenza, della
società comunista: un dibattito nel quale confluiscono
anche le culture democratiche di origine risorgimentale.
Sono gli anni in cui l’anarchismo si confronta con
il sindacalismo rivoluzionario e con i movimenti radicali
di riforma della società civile.
Aruffo sottolinea
inoltre il contributo di riflessione offerto dagli anarchici
al pensiero socialista e internazionalista, oltre che alla
prassi politica e operativa dei partiti operai, come dimostra
il caso di Errico Malatesta. Il movimento anarchico si presenta
come «sovversivismo di lunga durata – scrive
Aruffo – profondo ispiratore delle avanguardie rivoluzionarie
e sollecitatore della mobilitazione di massa nella permanente
oscillazione tra spontaneismo e organizzazione; tra violenza
individuale e rincorsa alla forma partito». Oscillazioni
che derivano, spiega l’autore, dalle difformi condizioni
socio-economiche di regioni e città e dalla condizioni
storiche complessive dell’Italia. Inevitabili, allora,
i rapporti
conflittuali con le altre organizzazioni politiche o sindacali.
Con la fine dell’Ottocento la storia anarchica comincia
a correre, malgrado le dure repressioni del periodo crispino.
Con l’età giolittiana e i primi anni del nuovo
secolo il movimento si sposta sulle posizioni del sindacalismo
rivoluzionario, proprio quando tutti i sogni anarchici sembrano
concretizzarsi con i fatti della “settimana rossa”.
Al contrario, il fallimento del tentativo rivoluzionario
segna il tramonto degli ideali ottocenteschi e sottolinea
i segni di lacerazione e di debolezza nel movimento. Si
fronteggiano ancora una volta una linea individualista e
antiorganizzatrice e una linea anarco-comunista, che rilancia
il problema della riorganizzazione del partito anarchico,
prima che la repressione
fascista (confino, carcere ed esilio per i principali capi
anarchici) dia inizio alla frantumazione del movimento.
Ciò non impedisce, comunque, a molti militanti di
impegnarsi nella lotta antifascista, che avrebbe dovuto
identificarsi, o quanto meno preludere, ad una lotta rivoluzionaria.
Ma il movimento sconta le sue eterne divisioni e, con la
diminuzione dei suoi membri, vive una sostanziale irrilevanza
per i due decenni seguenti la
guerra. Solo il Sessantotto studentesco e le contemporanee
lotte operaie favoriscono il ritorno in campo del movimento
anarchico, riunito nella Federazione Anarchica Italiana
e impegnato sul piano sindacale e nella mobilitazione di
massa per tutti gli anni Settanta, termine storico del racconto
di Alessandro Aruffo.
Interessante notare come il fenomeno anarchico italiano,
nel corso della sua storia, “risalga” a poco
a poco tutta l’Italia: partito dal Mezzogiorno si
espande verso le regioni centro-settentrionali in seguito
al processo di industrializzazione e alla crescita del movimento
operaio, con il conseguente aumento della conflittualità
tra capitale e lavoro.
In questo lavoro sul movimento anarchico italiano c’è
ancora spazio per una breve panoramica, sull’anarchismo
in Russia, in Cina, in Spagna,
Paese dove il movimento ebbe effettivamente un ruolo di
primo piano, pienamente coinvolto, anche attraverso il suo
potente sindacato, nelle drammatiche vicende della guerra
civile degli anni Trenta. |