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28 aprile 2010 – È già disponibile per attivisti/organizzazioni.
Un
testo breve ma di grande lucidità, utile a capire la posta
in gioco di un possibile e imminente conflitto bellico.
Indice
Introduzione
- L’atomica
più lenta della Storia
- Una
scena strategica affollata: Iran, Israele, Stati Uniti
e altri
- La
«lunga guerra» globale e l’Iran
- Se
L’Iran avrà l’atomica: equilibrio o catastrofe?
- Israele,
la bomba e la deterrenza globale
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Il libro
Da
circa vent’anni gli Stati Uniti e parte delle potenze
occidentali affermano che «l’Iran è prossimo ad avere
armi atomiche e che è ormai solo una questione di pochi
anni». Questi «pochi anni» sono generalmente cinque, ma
i tempi previsti variano a seconda delle circostanze,
mentre la data fatidica dell'ingresso dell’Iran nel club
delle potenze nucleari viene via via spostata in avanti.
A cosa risponde questa retorica a fronte della centralità
della questione iraniana nello scacchiere politico mediorientale?
Qual è il ruolo giocato dall’altra potenza atomica regionale,
ovvero Israele?
Attraverso
un’analisi geopolitica che passa al vaglio tanto gli appetiti
occidentali per le risorse di gas e petrolio iraniane
quanto la specifica collocazione dell’Iran a cavallo tra
la sfera d’influenza cinese e quella russa, Frankel prova
ad approfondire la questione dell’«atomica iraniana» scardinando
ciò che lui stesso definisce una retorica di «propaganda».
Gli scenari possibili sono infatti diversi e complessi:
dall’apertura di un nuovo fronte militare oltre a quello
afghano e iracheno all’introduzione di un possibile equilibrio
del terrore basato sulla deterrenza.
Un testo breve ma di grande lucidità, utile a capire la
posta in gioco di un possibile e imminente conflitto bellico.
Giorgio S. Frankel
Giorgio S. Frankel, analista di questioni internazionali
e giornalista professionista indipendente, si occupa di
Medio Oriente e Golfo Persico dall’inizio degli anni Settanta.
Negli ultimi anni ha scritto anche di Asia centrale, politica
petrolifere internazionali, industria aerospaziale. In
passato ha seguito a lungo i problemi strategici Est-
Ovest, le questioni del Sudafrica e dell’Africa australe,
oltre che della Turchia. Collabora a «Il Sole 24 Ore»,
al «Corriere del Ticino» e ad altri periodici, tra cui
«Il Mulino» e «Affari Esteri». È docente al «Master in
Intelligence» dell’Università della Calabria e ha insegnato
in varie edizioni del «Master in Peacekeeping» dell’Università
di Torino.
Dalla prefazione dell'autore
Per progettare e costruire le prime atomiche partendo
quasi da zero, durante la
Seconda guerra mondiale, gli americani
impiegarono sei anni, se si fa iniziare la «corsa alla
Bomba» con la celebre lettera di Albert Einstein al presidente
Roosevelt, o molto meno – solo tre anni e mezzo – se si
conteggiano i tempi dall’avvio vero e proprio del «Progetto
Manhattan». A confronto, l’atomica iraniana ha avuto tempi
così lunghi e un procedere così lento che non si può certo
parlare di una «corsa alla Bomba» da parte di Teheran.
Quell’atomica, in effetti, è stata in prima pagina, per
così dire, per quasi vent’anni, e sempre data per imminente
– una questione, si diceva ogni volta, ormai di pochi
anni: dai tre ai cinque, secondo molte previsioni, o anche
meno, secondo altre. Ma il fatidico giorno «X» dell’Iran
nucleare ha continuato a fuggire in avanti. Ancora nel
2009 non si era certi che Teheran avesse effettivamente
deciso di dotarsi di armi atomiche. Del resto, nel novembre
2007 le agenzie di intelligence degli Stati Uniti, in
una valutazione («National Intelligence Estimate») del
programma nucleare iraniano, dissero che, molto verosimilmente,
Teheran aveva chiuso la parte militare del programma stesso
già nel 2003,
a causa delle pressioni internazionali.
Nel corso degli anni, numerosi «scoop» giornalistici e
alcuni rapporti di vari centri di ricerca, soprattutto
negli Stati Uniti, hanno parlato di prove concrete e decisive
circa l’esistenza di un programma militare iraniano in
uno stadio ormai avanzato. A questi si aggiungono, tra
gli altri, anche occasionali rapporti di alcuni Comitati
del Congresso degli Stati Uniti. Alcune «rivelazioni»
sono poi risultate di fonte israeliana; sono quindi possibili
casi di disinformazione e guerra psicologica. In linea
di massima, gli «scoop» giornalistici, per quanto clamorosi,
non sembrano avere avuto alcun seguito di rilievo per
quanto riguarda la linea delle potenze occidentali e la
politica dell’Aiea.
Gli Stati Uniti hanno più volte minacciato azioni militari
contro il programma nucleare iraniano, soprattutto dopo
la guerra in Iraq. Israele ha parlato della possibilità
concreta di un proprio attacco «preventivo», anche con
armi atomiche, contro la «minaccia» nucleare iraniana
fin dall’inizio degli anni Novanta. Israele, con la sua
potenza nucleare (che alcune stime mettono al terzo o
quarto posto nella graduatoria mondiale), è un fattore
chiave della persistente emergenza iraniana a livello
globale, mentre Russia e Cina hanno stretti rapporti con
l’Iran e negano l’esistenza di un programma nucleare militare
(molto probabilmente non sarebbero a favore di un Iran
nucleare, ancorché alleato), gli altri paesi del Medio
Oriente, Turchia compresa, sono in linea di massima orientati
al dialogo anziché a uno scontro, l’Europa sarebbe favorevole
a sviluppare i rapporti economici con l’Iran, mentre negli
Stati Uniti la
Casa Bianca, già con Bush, il Pentagono
e il Dipartimento di Stato hanno in varie occasioni attenuato
i toni verso l’Iran, a dispetto della retorica bellicista
del Congresso e di molti politologi e teorici «neocon»
che hanno sviluppato una sorta di ideologia intorno all’ipotesi
di bombardare l’Iran. Le minacce israeliane, come ha scritto
il politologo Trita Parsi, sono un «bluff», ma le conseguenze
di un eventuale attacco sarebbero troppo pericolose per
correre il rischio, e questo costringe le altre potenze
a continuare le pressioni sull’Iran per tenere sotto controllo
il fattore Israele.
Queste considerazioni, e altre che ne conseguono o possono
a esse connettersi, non implicano necessariamente un atteggiamento
di simpatia politica verso il regime di Teheran, la sua
ideologia e la sua politica interna. Bisogna però ricordare
che intorno al 2003, prima e dopo la guerra in Iraq, coloro
che dicevano che l’Iraq non aveva un arsenale di «armi
di distruzione di massa» e non poneva una minaccia ai
vicini e tanto meno al mondo venivano facilmente infamati
come «amici» e sostenitori della dittatura di Saddam Hussein.
Il punto è che quelle armi non c’erano e le prove della
loro esistenza erano assolutamente false, mentre la successiva
distruzione dell’Iraq è stata tragicamente vera e quasi
irreversibile.
Ai tempi della guerra in Iraq la boutade di successo negli
Stati Uniti era: «Tutti vogliono andare a Baghdad, ma
gli uomini veri vanno a Teheran!», ovvero: «Dopo l’Iraq,
il primo della lista è l’Iran». Il punto è che, a parte
ogni considerazione sul regime di Teheran, un attacco
all’Iran col pretesto delle sue (ipotetiche) armi nucleari
potrebbe provocare uno shock petrolifero mondiale, destabilizzare
come una catastrofe l’intero Medio Oriente e mettere Stati
Uniti e Cina in una pericolosa rotta di collisione frontale.
Questi e altri possibili eventi connessi potrebbero poi
essere ricordati, in un lontano futuro, come i prodromi
della terribile Grande guerra globale del secondo decennio
del XXI secolo.
In altre parole, quello che sembrava possibile all’America
di George W. Bush alla vigilia della spedizione in Iraq,
quando gli Stati Uniti erano «l’unica super-potenza globale
rimasta al mondo», e non intendevano tener conto dell’Europa
o della Russia, non sembra più possibile, se non con rischi
altissimi, all’America di Barack Obama, una potenza in
declino, impastoiata in una difficile guerra sul fronte
Afghanistan-Pakistan, e che prevede di combattere in quelle
zone del mondo
una «Lunga guerra» che durerà altri cinquant’anni,
mentre la Cina e l’Asia emergono come
futuro polo del potere globale.
I rapporti di forza a livello globale sono in pochi anni
molto cambiati. Anche il Medio Oriente è cambiato, come
si vede col rapido avanzare degli interessi della Cina
nel Golfo Persico, le modernizzazioni della regione, il nuovo ruolo della Turchia,
il dinamismo degli emirati del Golfo e altri sviluppi.
Nel Medio Oriente esteso si gioca una partita decisiva
per il futuro ordine mondiale e per definire i confini
tra il potere asiatico che avanza e quello americano che
retrocede. L’Iran è certamente un settore chiave di questa
competizione globale.
Come si vede, dunque, la questione della (ipotetica) atomica
di Teheran ha molte sfaccettature, a cominciare da quella
tecnologica e industriale, relativa alle effettive capacità
iraniane in campo nucleare, che però non può essere qui
esaminata. Tra le sfaccettature di carattere più propriamente
politico, una di grande rilievo è la propaganda, che quando
è ben condotta è difficile da individuare subito. Nei
paesi occidentali, la propaganda permea ogni altro aspetto
della questione iraniana, condiziona sempre più il linguaggio
politico, e ha acquisito una dimensione e una veemenza
senza precedenti nella storia recente. Un’altra sfaccettatura
comprende le pressioni e le manovre diplomatiche, le ritorsioni
economiche, le minacce militari volte a bloccare il programma
nucleare iraniano.