La crisi strutturale del capitalismo
iniziata nel 2007, e da molti studiosi considerata la
più grave e profonda nella lunga storia di questo
modo di produzione, sta riconfermando la verità
analitica di tante categorie presenti nell'opera di Karl
Marx. Lucia Pradella, giovane dottoranda in filosofia
nelle università di Napoli Federico II e di Paris
X Nanterre, ne individua due in particolare tra loro strettamente
connesse: l'accumulazione del capitale e l'impoverimento
della classe lavoratrice su scala mondiale.
Per spiegare la prima, l'autrice mette a confronto le
pagine del Capitale con gli scritti di Marx ed Engels
sul colonialismo e le società precapitalistiche,
in particolare gli articoli e le lettere sull'India, la
Russia, la Cina, l'Irlanda, gli Stati Uniti. Arrivando
alla conclusione che Marx studia l'Inghilterra, madre
del capitalismo, avendo sempre presente che uno dei fattori
decisivi dell'accumulazione originaria del capitale, insieme
ai processi di espropriazione dei contadini nella penisola
britannica, furono proprio le conquiste coloniali, la
tratta degli schiavi, il genocidio di intere popolazioni,
lo sfruttamento «senza veli» degli uomini
e della natura dei paesi colonizzati.
Tra i tanti riferimenti storici citati da Lucia Pradella,
citiamo solo quello relativo alle guerre dell'oppio scatenate
dall'Inghilterra contro la Cina nell'Ottocento, che determinarono
un'insurrezione contadina nota come rivoluzione dei Taiping
che provocò, secondo Mike Davis citato nel libro,
«la guerra civile più sanguinosa nella storia
mondiale con una stima dai venti ai trenta milioni di
morti». Tutto questo rende il capitalismo, fin dalle
sue origini, un sistema globale, un sistema-mondo che
si può capire e combattere solo avendo costantemente
presenti queste sue caratteristiche.
Basterebbe, a questo punto, ricordare le pagine del Manifesto
del '48 dedicate alla forza d'urto della borghesia che
vuole dappertutto ficcarsi, che abbatte qualsiasi muraglia
cinese, che spezza secolari legami, che unifica i mercati
per capire quanto fosse chiaro fin da giovane a Marx l'orizzonte
mondiale del nuovo sistema di produzione. La sua insistenza
sulla necessità di un'organizzazione internazionale
dei lavoratori discende, d'altronde, proprio da questa
analisi e dalla consapevolezza che il comunismo avrà
un futuro solo su scala planetaria.
L'illimitata corsa del capitale verso il profitto porta
con sé un progressivo impoverimento della classe
salariata. È questa l'altra «legge»
contenuta nel Capitale che Pradella sostiene essere quanto
mai attuale, in particolare se si tiene conto di quanto
è avvenuto (e continua ad avvenire) dall'inizio
della rivoluzione conservatrice degli anni '80 che ha
rappresentato (e rappresenta) la rivincita del capitale
su scala mondiale dopo i «trent'anni gloriosi»
del dopoguerra che, ma solo in Occidente, hanno consentito
una sorta di compromesso tra capitale e lavoro.
Per questa parte l'autrice fornisce innumerevoli dati
e analisi relativi agli ultimi anni. Intanto sfatando
il luogo comune che i salariati, su scala mondiale, sarebbero
diminuiti e che la classe operaia sarebbe un residuo del
passato. Al contrario, tutti i dati (ad esempio quelli
dell'Ilo, riportati nel libro) dimostrano l'aumento poderoso
dei salariati, «più della metà della
popolazione globale attiva», in maggioranza sempre
più concentrato nei paesi del Sud del mondo, dove
nei prossimi anni si determinerà un ulteriore aumento
della classe operaia legato ad un maggior dinamismo dell'economia.
Tutto questo fa dire all'autrice che «per la prima
volta nella storia siamo in presenza di una classe operaia
davvero mondiale». L'impoverimento si traduce in
una progressiva perdita di diritti, in un'intensificazione
del lavoro, in un aumento delle ore lavorate, in una condizione
di permanente precarietà, in un progressivo ridimensionamento
dei salari, dentro un ritorno ad una condizione servile
che riappare prepotente anche in Occidente. Si tratta
di una condizione che non colpisce solamente le basi materiali
del'esistenza, ma permea ogni aspetto dell'uomo lavoratore.
L'autrice molto opportunamente ricorda che Marx rimproverava
agli economisti borghesi di ridurre il lavoratore a forza-lavoro,
a macchina per la produzione, omettendo tutti quei bisogni
e quelle dimensioni dell'esistenza senza le quali, secondo
Marx, vi è solo alienazione: il corpo, l'amore,
le amicizie, lo studio, la cura dei figli, l'arte, la
salute, l'ambiente, l'abitazione. Tale processo di riduzione
a forza-lavoro per il profitto non conosce confini.
Ne sono ulteriore prova, scrive l'autrice, le condizioni
di proletarizzazione dei piccoli produttori agricoli del
Sud del mondo costretti a subire i brevetti imposti dai
colossi agroalimentari sulle loro conoscenze secolari
in un processo che, come ha più volte ricordato
l'attivista e studiana indiana Vandana Shiva, privatizza
«il legame tra i processi naturali e l'intervento
umano», determinando una sorta di enclosures of
the commons, di spossessamento, privatizzazione e mercificazione
dei beni comuni.