Venerdì 27 Gennaio 2012 16:16

Capitale versus austerità

di  Joseph Halevi *
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Il capitale nella sua forma più globalizzata non vuole più l'austerità, anzi ne ha decisamente paura.


I rapporti ed i comunicati che vengono emessi dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Mondiale, fino all'agenzia di rating Standard&Poor's - nella motivazione del recente declassamento di nove paesi dell'erurozona - si concentrano vieppiù sull'aggravamento della recessione e sul ruolo negativo (prociclico) delle politiche di austerità fiscale perseguite in Europa sia nella zona dell'euro che in Gran Bretagna.
In sostanza la politica di rigore fiscale ha perso di credibilità e viene vista come una strettoia da cui uscire assai rapidamente. Il discorso non è su come rilanciare l'economia ma sul futuro stesso del capitalismo, un ordine di ragionamento di diversa grandezza e gravità. Il Financial Times sostiene senza mezze parole che a Davos domineranno le questioni riguardanti appunto il futuro del sistema. Durante la scorsa settimana il quotidiano londinese aveva pubblicato una serie speciale intitolata capitalism in crisis, chiaramente intesa come un input alle riunioni di Davos. Inoltre, sul summit del Forum economico mondiale pesa il documento del Global Issues Group del Forum stesso. I membri di questo gruppo di lavoro sono, tra gli altri, la direttrice del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, il direttore dell'Organizzazione Mondiale del Commercio Pascal Lamy e quello della Banca Mondiale Robert Zoellick.
Più diplomatico della sorprendente e valida analisi condotta da Standard &Poor's, il documento del gruppo di Davos non elogia le politiche di austerità, si limita ad affermare la necessità di una finanza sostenibile, regolamentando tra l'altro quella bancaria, per poi presentare come neccessità impellente la lotta alla sperequazione sociale nei vari paesi. Infine arriva la dichiarazione di George Soros: «Le rigide misure di austerità fiscale mettono sotto pressione i salari ed i profitti». In questo contesto l'intervento di Angela Merkel ha segnato una sua netta caduta di credibilità. Martin Wolf del Financial Times ha così commentato l'intervento della Cancelliera: «Come i Borboni, Angela Merkel non ha scordato niente e niente ha imparato. Essenzialmente continua a credere che l'eurozona possa uscire dalla crisi con un mix di disciplina fiscale per garantire la solvibilità, riforme strutturali per lo sviluppo e un sostegno finanziario limitato e temporaneo ai paesi in difficoltà».
E Mario Monti? Il premier italiano è chiaramente dalla parte dei critici, altrimenti non avrebbe dichiarato al Financial Times di condividere l'analisi di Standard&Poor's. Contemporaneamente però in Italia applica esattamente ciò che Wolf bolla nei confronti della Merkel incluso il perseguimento del mito della competitività. Che Monti sia un Brüning cosciente di esserlo? La paura fa 90 e la crisi si trascina dietro l'intera classe dirigente europea, senza un ricambio in vista.

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