Eventi
Evento
- Titolo:
- La battaglia di Algeri - Nessuno è clandestino - Cineforum
- Quando:
- 03.02.2012 18.00 h
- Dove:
- Aut Aut 357 - Genova
- Categoria:
- Convegni e Dibattiti
Descrizione

Scheda del film:
LA BATTAGLIA DI ALGERI
La battaglia d’Algeri, il film con il quale apriamo la rassegna cinematografica sui temi del colonialismo e del neocolonialismo, rappresenta una delle pellicole che ha reso con maggiore incisività il senso proprio dell’epopea della colonizzazione. Nella sintetica sintesi che segue ricordiamo lo scenario entro il quale hanno preso forma gli eventi dell’opera cinematografica.
Fin dalla sua prima apparizione, mostrando una lucidità politica di primo piano, il FLN ha posto come obiettivo irrinunciabile della sua strategia l'internazionalizzazione della «questione algerina». Un obiettivo che, a pochi mesi dall'inizio dell'insurrezione, trova una sua prima importante realizzazione nell'invito che il FLN riceve per partecipare alla Conferenza di Bandung insieme ai delegati di 29 Paesi del «Terzo mondo». Non avendo un governo riconosciuto alle spalle la partecipazione del FLN non può che essere «ufficiosa» ma la sola presenza a quello che, agli occhi del mondo, si presenta come la fucina per eccellenza dell'anticolonialismo, segna una vittoria immensa per gli algerini. La Conferenza, non a caso, adotta all'unanimità una mozione egiziana proclamante il diritto dell'Algeria all'indipendenza, invitando la Francia a concedergliela al più presto. Per il FLN, Bandung segna uno spartiacque decisivo poiché gli apre le porte dell'ONU. Cinque mesi dopo, la «questione Algerina», entra formalmente nell'agenda politica dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Per altro canto il peso della scena internazionale non sfugge ai francesi i quali, in almeno un paio di occasioni, cercano di eliminare Ben Bella il militante incaricato dal FLN delle «relazioni internazionali». Agli inizi del 1956 una bomba è fatta esplodere all'esterno del suo ufficio al Cairo mentre, qualche mese dopo, un secondo attentato alla sua vita avviene per mano di Jean David, un pied noir appartenente alla Main Rouge un'organizzazione terroristica dei francesi d'Algeria legata clandestinamente ai servizi segreti francesi. A testimonianza di quanto l'attività internazionale e i quadri incaricati di svolgerla siano considerati strategicamente fondamentali anche dai francesi, interviene l'atto di pirateria aerea compiuto dall'aviazione francese il 22 ottobre del 1956. Un atto che, dal punto di vista delle regole della guerra, può considerarsi un gesto di vero e proprio banditismo poiché viola le più elementari regole del diritto internazionale. Ben Bella e gli altri membri della delegazione effellenista, in viaggio per Tunisi, sono intercettati dai caccia dell'aviazione francese all'interno dello spazio aereo marocchino, quindi costretti ad atterrare in Algeria, dove sono arrestati. Gli stessi alleati internazionali della Francia, dagli Stati Uniti alla Germania per arrivare alla Gran Bretagna, lasciano intendere l'imbarazzo in cui il colpo di mano di Rabat li ha messi. La risposta del FLN non si fa attendere e, dopo una serie di risposte militari, il CCE preannuncia una risposta politica di grandi dimensioni: per il 22 gennaio organizza uno sciopero generale, della durata di otto giorni in tutta l'Algeria. Una sfida la cui posta in palio è enorme. Occorre soffermarsi brevemente sulle risposte militari perché, per più di un motivo, sono a loro volta un eccellente indicatore dei tratti sempre più radicali e inconciliabile che la guerra sta
assumendo. Da parte francese, l'intensificarsi delle operazioni, non si delineano solo nello spostamento del conflitto sul piano internazionale. Al contempo la guerra sul campo conosce nuovi balzi, soprattutto attraverso l'uso massiccio dell'aviazione, ossia dei bombardamenti nel douar e, nei centri abitati, con le rappresaglie indiscriminate nei confronti della popolazione musulmana.
L'obiettivo, in sé, ha ben poco di militare ma, nella guerra che si sta conducendo, gli obiettivi militari hanno un valore del tutto secondario rispetto a quelli politici. Le bombe che piovono dal cielo, al pari delle esecuzioni e dei rastrellamenti casuali e di massa al contempo, mirano a demoralizzare la popolazione algerina al fine di isolare i quadri combattenti e militanti. La lezione appresa, suo malgrado, dal colonialismo francese in Indocina è messa a profitto. Bombardamenti e rappresaglie servono a prosciugare il mare all'interno del quale il pesce guerrigliero è in grado di muoversi a suo piacimento, fino a confinarlo in piccoli stagni acquitrinosi dove, il suo annientamento, diventa poco più di un tiro al bersaglio.
È a questo punto che il FLN prende una decisione la cui importanza, per molti versi, oltre a un inasprimento delle tecniche di guerriglia, segnerà una vera e propria «rivoluzione culturale» dentro la Rivoluzione algerina. Al panico in cui la Francia cerca di gettare la popolazione algerina il FLN risponde attivando l'unica «aviazione» di cui può disporre: incarica alcuni partigiani di collocare una serie di ordigni in alcuni luoghi di ritrovo dei pied noir. Una decisione non secondaria da un punto di vista della conduzione della guerra ma ancor più densa di significati sotto il profilo «culturale» poiché a compiere gli attentati saranno delle donne.
Un gruppo di giovani algerine che, da tempo, appartenevano alla cospicua rete di militanti effellenisti presenti ad Algeri, passa all'azione. È il 30 settembre 1957. Sono tre le combattenti incaricate di compiere materialmente le missioni. Zohra Djamila che collocherà il suo ordigno nel Milk - Bar, all'angolo di place Bugeaud, l'abituale ritrovo dei pied noir di ritorno dal mare; Samia Lakhadi che lascerà il suo ordigno nella Cafétéria della ricca rue Michelet, il locale maggiormente frequentato dagli studenti europei; Djamila Bouhired colloca invece la sua bomba nel salone d'attesa del terminal dell'Air France ma, per un difetto al detonatore, l'ordigno rimarrà inesploso. Se la guerra fosse stata combattuta in un altro contesto, ad esempio l'Europa, il fatto avrebbe avuto un'importanza solo militare ma, nel mondo algerino e musulmano, l'aspetto culturale è assai più incisivo e dirompente. Prendere parte attivamente alla guerra, per la donna algerina ma anche per la Rivoluzione, significa rompere con ogni retaggio culturale del passato. Qualcosa che, per molti versi, rappresenta un vero e proprio «salto nel buio».
Due giorni prima dell'inizio dello sciopero il FLN compie altri tre attentati dinamitardi. Anche in questo caso le operazioni sono condotte da una squadra di ragazze le quali prendono di mira tre locali situati nella centrale ed esclusiva rue Michelet, una delle mete preferite dagli studenti europei. In rapida successione le esplosioni coinvolgono il bar Otomatic, una delle mete preferite dagli studenti europei, per la seconda volta la Caféteria e infine l'assai frequentata birreria Coq - Hardi e sono sempre squadre di ragazze, tra i 16 e i 17 anni, a compiere due azioni di alleggerimento, quindici giorni dopo, collocando due bombe in altrettanti affollati stadi algerini.
Ma torniamo ai momenti immediatamente antecedenti alla «battaglia d'Algeri». A tre anni dall'inizio delle ostilità, il FLN, vuole dimostrare che, non solo l'operazione compiuta dall'aviazione francese sopra i cieli di Rabat è stata, in fondo, ininfluente e che tale operazione è ben lungi dall'aver decapitato la Rivoluzione. Inoltre, attraverso la mobilitazione generale di tutti i musulmani intende sancire, senza ombre di dubbio, che la sua lotta è la lotta dell'intero popolo algerino e che per i colonialisti l'orologio è ormai prossimo a fermarsi. È una sfida politica alla quale, il Governo francese non può sottrarsi. Le premesse per la «Battaglia d'Algeri» sono state gettate. Ma, come sempre accade in un contesto simile, l'intreccio tra politico e militare è indissolubile. Fino a quel momento, la strategia effellenista, aveva impegnato le forze francesi, politiche e militari, mostrando un'obiettiva affinità con l'arte della guerra di Sun Tsu che, nel mondo arabo, aveva conosciuto una felice applicazione empirica nel corso della guerra nel deserto e un'efficace rielaborazione teorica nel corso ad opera di Th. E. Lawrence. In particolare l’azione effellenista appariva dove non era attesa e si rendeva invisibile là dove il nemico era pronto ad attenderla. Le sue reti avvolgevano il nemico, rimanendo impalpabili, lo sfiancavano provocando con ciò nervosismi e paure che, in non pochi casi, avevano l'effetto di demoralizzare il nemico, seminando per di più, al suo interno, discordia e incertezza. Perché tale strategia si mostri efficace ed efficiente occorre mantenersi sostanzialmente invisibili. Nella decisione dello sciopero tutto ciò, almeno in parte, deve essere accantonato. Lo sciopero, perché possa riuscire, non può che avere visibilità ma questo consente all'avversario di muoversi su un terreno che, come l'esito della «Battaglia d'Algeri» dimostrerà, sposta a suo favore la cornice del conflitto. Non a caso al termine della «battaglia» il FLN sarà costretto a ricorrere alla «ritirata strategica» per andarsi a ricostituire nel bled.
A monte della decisione del FLN vi è ancora una volta una questione soprattutto di «politica internazionale» com'è facile comprendere dal comunicato emesso in prossimità dello sciopero dal CCE:
«Dimostrare nel modo più fermo che il popolo algerino tutto appoggia pienamente il FLN, suo unico rappresentante. Oggetto di tale dimostrazione è quello di munire di un'autorità incontestabile i nostri delegati alle Nazioni Unite, al fine di convincere i rari diplomatici che ancora esitano o nutrono illusioni in maniera di liberalità della politica francese.»
La sera del 27 gennaio Algeri è già una città spettrale.
Da parte francese l'occasione è ghiotta e, al pari dei militanti effellenisti, i preparativi non sono mancati. Anche per la Francia, lo scontro che si sta profilando all'orizzonte, presuppone un salto nella conduzione della guerra. Questo salto si chiama tortura. Una pratica di interrogatorio che la polizia d'Algeria usava abitualmente nei confronti dei musulmani ma il cui ricorso, nella conduzione della guerra,
non era ancora giunto alla sistematicità. In prossimità della «Battaglia d'Algeri» questa è, di fatto, istituzionalizzata attraverso un atto formale quando il 7 gennaio 1957, per ordine di Lacoste, il superprefetto di Algeri Serge Baret firma l'ordinanza con la quale delega al Generale Massu, comandante della 10° divisione paracadutisti, i poteri di polizia nel dipartimento di Algeri. A Massu, in poche parole, è affidato il compito di eliminare sia la struttura combattente del FLN sia, nell'immediato, stroncare lo sciopero generale organizzato dal FLN. Nel frattempo altri attori, in maniera organizzata, entrano sulla scena politica. Attori che iniziano a tessere una serie di trame con i militari. Stiamo parlando degli ultras.
Fin dai primi mesi del '56, tra i pied noir, si registra la formazione di cellule antiterroristiche che, in seguito alle operazioni che porteranno a compimento, diventeranno più noti come plastiquers. A capo di queste si trova Philippe Castille il quale, senza che la cosa abbia conseguenze, rivendica pubblicamente la sua partecipazione e direzione, insieme a Michel Fechoz, dell'attentato compiuto nella notte tra il 10 e l'11 agosto 1956 nel cuore della casbah. Quella notte lui e il suo gruppo collocano un certo numero di bombe in alcuni edifici arabi e gli effetti saranno dirompenti: un intero agglomerato di case rimane distrutto mentre decine saranno i morti. Per la società coloniale, dalla stampa, alla radio, dalla polizia, all'esercito l'esplosione è causata dall'andata in fumo di un arsenale clandestino del FLN ma intanto nei bistrot i pied noir festeggiano. La loro intraprendenza, inoltre, non si limita alle operazioni dinamitarde. Da tempo, attraverso strutture «clandestine» paramilitari affiancano polizie ed esercito tanto da disporre anche di centri di tortura privati dove, alla presenza di ufficiali dell'esercito, si dedicano con passione alle più svariate tecniche di «interrogatorio». Il legame tra francesi d'Algeria ed esercito appare tanto solido quanto quello tra FLN e popolo algerino.
Questo lo scenario dentro il quale prende l'avvio la «Battaglia d'Algeri». Anche se lo sciopero investe l'intera Algeria il suo cuore simbolico è Algeri, è lì che si gioca, almeno sul momento, la partita decisiva. Il primo giorno lo sciopero è pressoché totale. Massu passa al contrattacco. La mattina dopo fa sradicare le serrande dei negozi, lasciando mano libera ai suoi di saccheggiare a piacere. Nella notte ha organizzato rastrellamenti ad ampio raggio per raccogliere gli operai e, tra le minacce dei fucili e i colpi dei bastoni, gli impone la fine dello sciopero, riportandoli a forza sui luoghi di lavoro. Nel frattempo intensifica gli «interrogatori». Un certo numero di quadri effellenisti è così catturato. Tre giorni dopo lo sciopero è spezzato. Sulla scia dell'obiettivo risultato ottenuto, Massu ritiene giunto il momento di portare un colpo definitivo al FLN per questo, in realtà, la
«Battaglia d'Algeri» non si conclude con la fine dello sciopero ma si protrae per gran parte del 1957. Massu, che ovviamente non va per il sottile, intensifica gli «interrogatori» molti dei quali si concludono con imbarazzanti cadaveri che apposite squadre di paras si incaricano di far sparire. Una morsa di terrore avvolge Algeri, chiudendo ciò che resta dei nuclei militanti effellenisti all'interno della casbah la quale, nel frattempo, è invasa da musulmani collaborazionisti i quali, travesti da operai dal'apparenza anonima e tranquilla, iniziano a raccogliere ogni indizio in grado di rilevare i possibili rifugi dei dirigenti effellenisti ancora in libertà. Una strategia non priva di efficacia ma, tuttavia, è ancora grazie all’uso spregiudicato dell'«interrogatorio» che il maggiore responsabile del FLN, Saadi Yacef, è catturato.
Pochi giorni prima aveva consegnato un messaggio a Hadj Smain con il compito di recapitarlo a Ben Kedda in Tunisia. Intercettato e torturato Hadj Smain rivela il nascondiglio di Saadi Yacef e di Zohra Drif. All'alba del 24 settembre 1957 i paras fanno irruzione al numero 3 di rue Caton, i quadri effellenisti ancora liberi ad Algeri sono ridotti all'osso. Tra questi vi è Ali - la - Ponte ma anche la sua latitanza volge ormai al termine. Grazie a un infiltrato anche l'ultimo rifugio è scoperto. La notte dell'8 ottobre 1957 la loro abitazione, al numero 5 di rues de Abderames è circondata dal 1° REP dei paras i quali, per non correre rischi, piazzano tre cariche esplosive con l'intento di abbattere la parete dietro la quale si è rifugiato l'ultimo nucleo effellenista. Quando il fumo degli ordigni si dirada sul terreno insieme ad Ali - la - Pointe vi sono Hassiba Ben Bouali e il dodicenne Petit Omar e con loro altri 17 mussulmani archiviabili sotto la voce: effetti collaterali.
Con quest'ultima operazione la «Battaglia d'Algeri» può considerarsi definitivamente conclusa.
Sede
- Sede:
- Aut Aut 357
- Via:
- delle Fontane 3, 5, 7
- Città:
- Genova
Descrizione









