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In preparazione della manifestazione del 16 gennaio, USB Pubblico Impiego della Lombardia parteciperà all'assemblea cittadina presso l'Università Statale di Milano, aperta a tutti i lavoratori, alle forze politiche e sociali della città. USB aderisce insieme ad altre forze sindacali, sociali e politiche alla giornata di manifestazione nazionale contro la guerra di sabato 16 gennaio indetta dalla piattaforma Eurostop. L'obiettivo è l’annullamento delle missioni militari italiane in scenari di guerra e il taglio delle spese militari. All'assemblea parteciperanno il Prof. Luciano Vasapollo, (docente di Metodi di Analisi Economica presso l’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Centro Studi Cestes Proteo -USB), Don Vitaliano della Sala (Parroco di Mercogliano- che quest'anno, nella sua parrocchia, ha realizzato il presepe in un gommone rappresentando il dramma di chi fugge dalla guerra) e Dafne Anastasi (Delegata USB P.I. e componente della Piattaforma Eurostop). L’Assemblea discuterà delle scelte dell’Unione Europea che da un lato impone politiche di attacco a salari, diritti, servizi sociali e beni comuni, in nome della riduzione del debito e dall’altro toglie dal vincolo di bilancio le spese militari, destinando quindi ad esse le risorse che potevano servire per rilanciare la spesa sociale ed il welfare italiano. “Un'assemblea che mette insieme i lavoratori e i cittadini, con le forze politiche e sociali della città perché, oggi più che mai, è necessario essere davvero protagonisti nella difesa del welfare e dei diritti e per non assistere passivamente all'escalation della guerra” è quanto dichiarato da Riccardo Germani dell'esecutivo USB P.I.Lombardia. "Un'assemblea - prosegue il sindacalista - a 25 anni dall'inizio della Guerra del Golfo, per ricordare ai parlamentari 'bombaroli' che mentre votano e soffiano sul fuoco delle guerre, stipulano accordi per la vendita di armi, speculano su chi scappa, difendono con muri e nuove frontiere 'la fortezza Europa', di fatto alimentano i nuovi razzismi, perché la guerra alimenta le politiche securitarie e xenofobe tanto amate da Salvini e Le Pen che vogliono prossimamente scendere in piazza proprio a Milano". La manifestazione del giorno 16 gennaio 2016 partirà alle ore 15 da Piazza San Babila e si concluderà in Piazza XXIV Maggio alle ore 18.30, per far volare dalla Darsena 1000 lanterne per un arcobaleno di Pace.

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Affollata assemblea all’università La Sapienza a Roma in preparazione della giornata di manifestazioni contro la guerra di sabato prossimo, 16 gennaio. Il corteo di Roma partirà alle 15.00 da Piazza Esquilino per concludersi a piazza Madonna di Loreto a ridosso di Piazza Venezia, una piazza da cui alcuni decenni fa il capo del regime fascista annunciava l’entrata dell’Italia in guerra.  Ma il lungo dopoguerra che ha accompagnato due degenerazioni sembra destinato a interrompersi di fronte agli scenari bellici che si vanno addensando in questo mondo e in questa fase storica.

"Venticinque anni fa Bush padre scatenava i bombardamenti sull’Iraq annunciando che erano propedeutici al Nuovo Ordine Mondiale scaturito poi dalla dissoluzione dell’Urss e dall’egemonia globale statunitense", ha ricordato l’intervento introduttivo di un compagno della Piattaforma sociale Eurostop all’assemblea, un ordine mondiale che in questi ultimi anni è stato invece investito da scossoni, cambiamenti e contraddizioni profonde. La manifestazione di sabato prossimo intende denunciare come la guerra incomba oggi in diverse aree del mondo, ma anche sulla situazione interna dei vari paesi come una sorta di “guerra interna”. L’Italia si appresta, tra l’altro, a guidare l’intervento militare in Libia annunciato alla scadenza dell’ultimatum alle varie componenti libiche che dovrebbero dare ad un improbabile governo di unità nazionale mentre si assiste all’escalation degli attacchi dell’Isis in diverse parti del paese.

Un secondo intervento ha chiarito come una manifestazione è solo un momento di iniziativa, e quella del 16 gennaio serve a rompere una colpevole e pericolosa inerzia sul tema della guerra, sottovalutato sotto moltissimi aspetti; per i suoi nessi con la crisi sistemica che ormai investe tutte le aree del mondo (non solo i paesi capitalisti tradizionali ma anche i paesi emergenti che erano sembrati esserne immuni),  per il fatto che le armi nucleari non sono più monopolio solo di poche potenze e non più parametro dell’equilibrio dovuto alla mutua distruzione assicurata. Che fare? “Sganciarsi dai piloti automatici che ci trascinano in guerra e nella recessione come fanno la Nato e l’Unione Europea” e mettersi di traverso rispetto all’interventismo militare italiano che si prepara a scaldare i  motori in Libia.

Si sono poi susseguiti numerosi interventi di molte realtà che hanno convintamente deciso di stare nella manifestazioni di sabato: dai movimenti per il diritto all’abitare al Prc (in tutte le sue componenti che sono intervenute in assemblea),  dalla Carovana delle Periferie alla Carovana antifascista per il Donbass, dalle comunità palestinesi, libanesi e siriana al Jvp dello Sri lanka, dal gruppo Tanas ai Carc, dagli Statunitensi per la pace e la giustizia alla rete No War e tanti altri interventi che hanno declinato su vari aspetti il nesso tra la guerra e il razzismo/islamofobia, tra guerra e attacco ai diritti dei lavoratori e alla democrazia.

Le conclusioni tirate da un compagno della Piattaforma Sociale Eurostop ha disegnato anche il “dopo 16 gennaio” indicando la necessità di comunicazione e confronto tra le soggettività oggi più coscienti dei pericoli di guerra e il nostro blocco sociale di riferimento. Tre assemblee popolari in piazza contro la guerra sono state messe in cantiere in alcuni territori della periferia, mentre una iniziativa pubblica centrale verrà dedicata proprio alle responsabilità italiane nel prossimo intervento militare contro la Libia. L’agenda della guerra purtroppo non manca di argomenti ed emergenze, è mancata invece troppo a lungo dall’agenda politica dell’iniziative delle forze della sinistra più coerentemente attive contro la guerra.

A Roma sabato prossimo si attendono pullman e delegazioni anche da Napoli, da Bari e dalla Toscana, mentre dal centro nord si convergerà sulla manifestazione di Milano. In Sicilia l’appuntamento è domenica 17 gennaio davanti alla base militare Usa di Sigonella. Venticinque anni di guerra possono bastare? L’assemblea di Roma, consapevole di essere ancora una minoranza, ha risposto che è ora di dire chiaro e forte basta con le guerre.

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La pubblicazione del Documento Unico di Programmazione 2016/2018 per la razionalizzazione dell’ amministrazione economica finanziaria di Roma Capitale mette a rischio  il futuro di scuole dell’infanzia e asili nido.

Oltre 500 pagine di “missioni”, che dovrebbero essere attuate dai commissari ma già pianificate dalle precedenti amministrazioni politiche, in cui asili nido e scuole dell’infanzia si trasformano in zavorre da espellere insieme alle circa 5.000 lavoratrici precarie del settore.

Gli indicatori gestionali mostrano in alcuni Municipi della capitale  una preoccupante carenza di asili nido e scuole dell’infanzia, malgrado la costante diminuzione della popolazione di età tra 0 e 6 anni. Se per la scuola d’infanzia, vista una carenza di fondi di 12.375.000 per la copertura dei relativi costi, il DUP propone di cedere agli istituti comprensivi statali la gestione di 90 sezioni, in un’ottica di graduale cessione allo Stato di tutto il servizio, per i nidi la cessione sarà verso il sistema privato: 17 strutture pubbliche verranno affidate a terzi.

Tuttavia non sarà questa la soluzione alla mancanza strutturale di risorse economiche per Roma Capitale. Nello stesso DUP si evidenzia una carenza di 4.400.000 euro per i nidi privati “autorizzati e accreditati” e di 750.000 per quelli in project financing.

 Questi servizi vivono grazie al lavoro e alla professionalità di chi vi opera. Per questo l’USB sostiene che non si debba precarizzare il lavoro, ridurre gli stipendi e squalificare i servizi, ma occorre dar vita ad un piano nazionale straordinario di assunzioni, come garantito per la scuola statale; occorre assicurare il rispetto delle retribuzioni in misura equa e dignitosa, come previsto dalla Costituzione; occorre garantire l’accesso ai servizi educativi collocandoli nel sistema nazionale dell’istruzione e dell’educazione.

Per dare vita ad una prima giornata di mobilitazione a difesa dei bambini, delle insegnanti, delle educatrici e delle famiglie, l’USB dà appuntamento domani, 13 gennaio, all’assemblea presso la sala della Protomoteca in Campidoglioin cui sostenere le necessarie iniziative di lotta.

Domani (13/1) assemblea nella sala della Protomoteca in Campidoglio –  dalle ore 9.00

 

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Basta guerre. Assemblea a Lettere martedi 12, corteo sabato 16 gennaio da Piazza Esquilino

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SE 25 ANNI DI GUERRA VI SEMBRAN POCHI
VERSO IL 16 GENNAIO, GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO LA GUERRA

Il 16 Gennaio ricorre l'anniversario dei 25 anni dall'inizio della prima guerra del golfo.
La Piattaforma sociale Eurostop ha indetto 2 manifestazioni a Roma e a Milano contro la guerra e la partecipazione italiana alla guerra, per i diritti dei popoli e per la democrazia.

In vista di questa giornata:

ASSEMBLEA PUBBLICA alla Credenza di Bussoleno (via W. Fontan 16)
Lunedì 11 gennaio, ore 21

Intervengono:
Nicoletta Dosio
Piattaforma Eurostop Torino

Sabato 16 GENNAIO 2016
GIORNATA NAZIONALE DI MOBILITAZIONE CONTRO LA GUERRA
Manifestazioni nazionali
Roma (Piazza Esquilino) e MILANO (Piazza San Babila ore 15)
Pullman per Milano da TORINO: per informazioni Carlotta (3287574601) Contributo: 10 euro

SE 25 ANNI DI GUERRA VI SEMBRANO POCHI
A tutte e tutti coloro che rifiutano la guerra, gli interventi militari, il commercio delle armi.
Il 16 gennaio 2016 saranno esattamente 25 anni dai primi bombardamenti USA nella prima guerra d'Iraq, con i quali si è dato avvio con i quali si è dato avvio a quella terza guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco.
Una guerra permanente giustificata per ripristinare il diritto e combattere il terrorismo si è invece alimentata di se stessa trascinando tutto il mondo in un piano inclinato che non pare avere fine. La guerra non è la risposta al terrorismo, ma lo alimenta, come gli sporchi affari, i conflitti di potenza, la vendita delle armi che fanno crescere i conflitti su se stessi. Dopo 25 anni di disastri della guerra sarebbe ragionevole dire basta, invece dopo le stragi terroriste di Parigi tutta l'Europa è in preda ad una furia bellicista che porterà solo nuovi danni e nuovi lutti.
Questa volta, inoltre, la guerra si intreccia sempre di più con misure autoritarie e liberticide che colpiscono al cuore le democrazie europee, prima fra tutte la decisione del governo francese di decretare lo stato d'emergenza e di pretendere la revisione autoritaria della Costituzione, misure che rischiano di fare ai popoli europei danni come il terrorismo. La guerra è alimentata da uno spirito securitario e xenofobo che colpisce i migranti assieme ad ogni forma di dissenso e conflittualità sociale.
Per queste ragioni è decisivo mobilitarci contro la guerra, contro chiunque la faccia e quale che sia la motivazione nel farla. Il 16 gennaio ci sembra la data giusta per manifestare, affermando: se 25 anni di guerra vi sembrano pochi....basta guerra.

Vorremmo fare del 16 gennaio un appuntamento comune di mobilitazione di tutte le forze autenticamente e rigorosamente contro la guerra. Anche se su altri temi ci possono essere e ci sono valutazioni e proposte diverse, pensiamo che chi è davvero contro la guerra dovrebbe manifestare comunque assieme. Per questo proponiamo che il 16 gennaio sia una giornata di mobilitazione di tutti coloro che rifiutano comunque la guerra ed il coinvolgimento dell'Italia in essa. Questa mobilitazione può avvenire in iniziative comuni, che noi proponiamo in particolare a Roma e Milano, l'importante è far sentire forte la voce di chi, dopo 25 anni, dice basta.

PIATTAFORMA SOCIALE EUROSTOP
www.eurostop.info

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L'appello del comitato promotore romano della mobilitazione del 16 gennaio. Il 12 assemblea all'università, il 16 corteo da piazza Esquilino:

Il 16 gennaio di venticinque anni fa, l'inizio dei bombardamenti statunitensi sull'Iraq nella prima guerra del Golfo, segnava l'inizio della guerra permanente che oggi sta trascinando il mondo in una pericolosa escalation. Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Palestina, Ucraina sono i teatri al momento più gravi ma tensioni e conflitti si addensano anche in altre aree del pianeta.

Le potenze aderenti alla Nato e le petromonarchie del Golfo in questi trenta anni hanno creato, finanziato, sostenuto e utilizzato gruppi terroristici in vari paesi per destabilizzare, dividere, terrorizzare. Oggi li utilizzano come pretesto per continuare la loro opera devastatrice.

 

C'è un legame tra la grande crisi economica e la guerra? Si ed è ormai evidente a molti. Per questo la guerra ha molte facce e molti fronti, inclusi quelli che stanno portando allo stato d'emergenza e alla restrizione della democrazia in molti paesi.

 

C'è un legame tra la guerra e l'eliminazione dei diritti sociali conquistati? Si perché i governi dell'Unione Europea hanno deciso senza battere ciglio che le spese militari e per la sicurezza potevano essere aumentate mentre quelle per la sanità, il lavoro, la scuola, le abitazioni continuano ad essere tagliate.

 

L'Italia è coinvolta dalla guerra? Si anche se pochi se ne accorgono. L'invio di 450 militari italiani in Iraq, l'ultimatum dato alle fazioni che si contendono la Libia o il boom della vendita di armi italiane all'Arabia Saudita, al Kuwait e ad altri paesi lo confermano.

 

La Nato, gli Stati Uniti e l'Unione Europea rendono subalterni i singoli governi e molto spesso ci troviamo coinvolti nelle guerre ancora prima di essersene accorti.

 

Il 16 gennaio scenderemo in piazza per dire basta con la guerra. Perchè le guerre le fanno i governi ma la gente che muore è sempre la nostra gente, qui e negli altri paesi.

 

Scendiamo in piazza perché sosteniamo ogni resistenza contro la guerra, perché vogliamo uscire dalla Nato, perché siamo contrari alla guerra contro i poveri e i migranti, perché riteniamo che l'unica guerra che si deve combattere è la guerra contro la miseria.

 

Martedi 12 gennaio assemblea a Roma (all'università)

 

Sabato 16 gennaio corteo (partenza ore 14.00 Piazza Esquilino)

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Non sembra aprirsi alcuno spiraglio per la formazione del governo di Madrid dopo le elezioni legislative del 20 dicembre scorso contrassegnate dalla fine del bipartitismo e dall'affermazione di due nuove formazioni, Podemos e Ciudadanos.

Il premier uscente spagnolo Mariano Rajoy, a capo di un Partido Popular arrivato primo ma senza maggioranza (il PP si è fermato al 28%), ha avviato un secondo giro di colloqui con i leader dei due partiti emergenti, Pablo Iglesias e Albert Rivera, nel tentativo di formare un molto ipotetico nuovo governo. Ma Iglesias gli ha confermato il 'no' secco ad ogni ipotesi di investitura di un esecutivo guidato dalla destra postfranchista. E Rivera non è andato oltre una eventuale astensione a un governo di minoranza Rajoy che però potrebbe reggere solo se i socialisti adotteranno la stessa posizione.

Il leader Psoe Pedro Sanchez, che giovedi scorso ha visto Rajoy, lo ha però già escluso. Ma all'interno del Partito Socialista traballa la poltrona di Sanchez - che Iglesias ha accusato di "fare teatro" - contestato dai baroni territoriali guidati dalla potente Susana Diaz, presidente dell'Andalusia, contrari ad una alleanza con Podemos, che chiedono un congresso a fine febbraio che potrebbe dare a Diaz la guida del partito.

La situazione appare per ora completamente bloccata. Il Pp nel Congresso ha 124 deputati su 350, il Psoe solo 90, Podemos e le liste catalane, galiziane e valenzane formate da questo movimento e partiti locali di sinistra e centrosinistra in totale 69, Ciudadanos 40. Gli altri 27 seggi sono divisi tra Iu, gli indipendentisti catalani moderati, i nazionalisti e gli indipendentisti baschi, i regionalisti delle Canarie.

Anche un governo formato da Psoe e Podemos – al di là dell'opposizione frontale di una quota consistente del partito di Sanchez – con l'appoggio di alcune formazioni indipendentiste sembra davvero improbabile. Intanto perché rimarrebbe sotto la quota minima dei 176 deputati – la maggioranza degli eletti alle Cortes – e inoltre perché i liberisti e nazionalisti spagnoli di Ciudadanos hanno detto che voterebbero contro un governo con Iglesias. Anche Podemos ha posto come condizione per il sostegno al Psoe l'indizione di un referendum sull'indipendenza della Catalogna che i socialisti non vogliono affatto. E che anche gli indipendentisti catalani, da posizioni opposte, contestano, visto che se un governo a Madrid volesse aprire veramente la strada ad una separazione consensuale con Barcellona – al di là della propaganda - dovrebbe avere la volontà e la forza di cambiare gli articoli della costituzione che tutelano la cosiddetta 'integrità territoriale' del Regno di Spagna.
Intanto anche la Catalogna è sempre senza governo a tre mesi dalle regionali del 27 settembre. Le due liste indipendentiste del liberalnazionalista Artur Mas (Junts pel Si, formata da Cdc ed Erc, 67 seggi su 135) e della Cup (anticapitalisti, 10 seggi) hanno una teorica maggioranza assoluta nel parlamento di Barcellona. Ma finora la Cup ha respinto la proposta da parte di Junts pel Si di formare un esecutivo guidato dal Artur Mas, che però insiste. Dopo mesi di proposte e contropoposte – la Cup sarebbe disponibile a sostenere un governo di Junts pel Si guidato da un esponente meno compromesso con le politiche di austerity e autoritarie portate avanti nella scorsa legislatura dal leader di Convergenza Democratica – domenica scorsa una maxiassemblea convocata dalla Cup a Sabadell non è riuscita a dirimere la questione.

Dopo un dibattito durato circa 10 ore i circa 3100 delegati si sono spaccati esattamente a metà sul sostegno a Mas: 1515 a favore e 1515 contrari, pochi gli astenuti. La decisione è stata quindi rinviata alla riunione del gruppo dirigente della Cup – e di altri movimenti di sinistra radicale confluiti nella lista degli indipendentisti anticapitalisti alle scorse regionali – prevista per il prossimo 2 gennaio. Alla quale potrebbe seguire una nuova assemblea generale dei militanti della Cup nei giorni seguenti, prima che il 9 gennaio il Parlament venga sciolto in mancanza di un presidente e si torni a votare.

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Jean-Jacques Rousseau scrisse che la Corsica, un giorno, avrebbe stupito l'Europa. Lo scorso 13 dicembre il continente europeo era troppo distratto dal risultato del Front National; tuttavia, quanto successo nell'Isola di Bellezza non è passato inosservato a tutti i movimenti che lottano per la liberazione del proprio popolo. La vittoria della coalizione “Pè a Corsica” - con circa il 35% e 52280 voti, 24 seggi conquistati- è di portata storica: l'oligarchia clanista e clientelare legata alla Destra ed alla Sinistra francesi è stata, per la prima volta, estromessa dal potere politico dall'unione dei nazionalisti moderati (Femu a Corsica) e degli indipendentisti (Corsica Libera). I primi, elettoralmente più forti, hanno espresso il presidente dell'esecutivo Gilles Simeoni, mentre i secondi il presidente dell'Assemblea territoriale Jean-Guy Talamoni.
La coalizione vincitrice si è rivolta alle forze vive della nazione, che vogliono superare il sistema clientelare e clanista che ha retto l'isola sino ad ora, per un progetto di emancipazione nazionale e sociale. Questo va inscritto entro l'evoluzione istituzionale e pone esplicitamente l'indipendenza fuori dalla discussione. Scelta tattica al fine di creare più consenso possibile attorno ad un processo di cambiamento che- oggettivamente- è funzionale alla futura indipendenza. Quattro sono gli assi portanti .di questa unione per il governo della Collettività: applicazione delle decisioni votate dell'Assemblea di Corsica, nella scorsa legislatura, su proposta nazionalista; “riacquisto” socioeconomico in nome dello sviluppo economico e della giustizia sociale (significativo che Corsica Libera si sia espressa chiaramente contro le politiche europee d'austerità); amministrazione pubblica trasparente ed equa; ottenere un potere legislativo di pieno diritto che renda la Corsica sovrana sul piano economico, sociale, culturale.
Per comprendere meglio il carattere rivoluzionario di questa affermazione elettorale è necessario comprendere la condizione sociale ed economica della Corsica, cioè la sua natura di colonia interna dello Stato francese. 
La storia corsa dell'ultimo secolo e mezzo è stata l'ennesima dimostrazione di quanto la democrazia formale possa ridursi ad una semplice ratifica popolare di un potere oligarchico. Quest'ultimo, nell'isola, è stato l'intermediario tra i dominati ed il potere politico-economico esterno: lo Stato ed il capitale francese. La Francia- in ogni forma della sua evoluzione storica, dalla monarchia assoluta alla Quinta Repubblica- ha utilizzato a proprio favore il clanismo isolano per affermare il proprio dominio sulla Corsica. Il clan corso è un'organizzazione sociale dall'origine incerta- forse nata dall'unione di diverse famiglie per esigenze di sopravvivenza, in un'epoca di precarietà economica- basata sul legame di dipendenza e la comunione d'interesse tra  individui e famiglie egemoni su un dato territorio, contro gli antichi legami basati sull'appartenenza alla famiglia nucleare, al villaggio, al pieve (insieme di villaggi). Nel XVIII secolo, il “partito francese” era stato creato dai nuovi dominatori attraverso concessioni di titoli nobiliari prima e poi di terre espropriate alla Chiesa ed alla Corona; ad usufruirne furono individui dai cognomi importanti come Saliceti e Colonna Cesari della Rocca. Furono tre esponenti di queste due famiglie privilegiate a votare nell'Assemblea Costituente- il 30 novembre 1789- la piena annessione della Corsica alla Francia. Nel XIX secolo, tra il Secondo Impero e la Terza Repubblica l'isola fu integrata da subalterna nella crescita del capitalismo francese mediante un duro regime doganale che le impedì di sviluppare una propria industria e distrusse la propria agricoltura, rendendola un mero mercato di sbocco per le merci del continente e dei coloni francesi in Algeria e Tunisia. Il clanismo viene integrato entro le istituzioni francesi: le varie cariche pubbliche (da consigliere municipale in poi, giungendo talvolta sino al governo dello Stato) divengono uno strumento attraverso cui i clan possono stabilire un collegamento piramidale dal villaggio al vertice, definendo una gerarchia precisa entro questo grande gruppo d'interesse. Dal voto per censo al suffragio universale la differenza è passata solo per la diffusione- nel secondo caso- di clientelismo e corruzione. Famiglie come i Gavini ed i Casabianca indirizzarono le politiche pubbliche verso i propri fini; lo Stato si servì dei clan per legittimare la propria autorità e quindi perpetrare lo sfruttamento della sua colonia interna. Così, nella seconda metà dell'Ottocento il sistema prende la sua forma attuale: negli ultimi decenni il territorio è stato controllato a Nord dai Giacobbi ed a Sud dai Rocca Serra. I primi legati alla Sinistra Radicale, i secondi divenuti gollisti. In queste ultime elezioni, Paul Giacobbi- capo dell'esecutivo uscente- è stato il principale avversario dei nazionalisti corsi; Camille de Rocca Serra è stato uno dei principali candidati della Destra al primo turno ed ha presieduto l'Assemblea di Corsica tra il 2004 ed il 2010. Entrambi sono ultimi discendenti di dinastie iniziate nel XIX secolo; i loro padri, François Giacobbi e Jean Paul de Rocca Serra, parlamentari a Parigi, sono stati tra i leader politici corsi che hanno avallato il Programme d'Action Regionale del 1957. In questo, lo Stato francese elaborò la nuova fase del colonialismo dell'isola: colonizzazione agraria (distruzione della pastorizia, assegnazione di terre a coloni francesi, sostegno a questi con il credito finanziario); colonizzazione turistica (costruzioni di grandi hotel di lusso e residenze sulle coste); colonizzazione di popolamento (immissione di francesi in tutti i posti pubblici); infrastrutture funzionali alla colonizzazione (mortificazione delle zone interne, in cui si progetta la chiusura di importanti collegamenti ferroviari). Il PAR risvegliò la coscienza nazionale dei corsi nella lotta contro questo sfruttamento.
Infatti, al 1960 ad oggi, la storia del nazionalismo corso è la storia della lotta contro questo sviluppo del sottosviluppo. Dalle mere proteste popolari – ad esempio contro la realizzazione di un centro di sperimentazione nucleare all'Argentella e contro la chiusura della ferrovia Casamozza-Porti Vechju- si giunse alla creazione di formazioni politiche regionaliste, con l'obiettivo di dare una direzione consapevole a questa indignazione spontanea, il cui carattere si faceva sempre più nazionale. Un ruolo importante per la rinascita del corsismo- dopo che il sostegno di alcuni importanti corsisti all'irredentismo italiano, quindi all'occupazione fascista, aveva messo in cattiva luce tale tendenza- la ebbero gli studenti corsi in Francia, i quali rilanciarono la lotta per la ricostruzione dell'Università di Corsica, fondata a Corte dall'eroe nazionale Pasquale Paoli e chiusa dai conquistatori francesi. Il conflitto con lo Stato si acuì negli anni'70- con l'intensificazione del colonialismo per mezzo dello Schema d'Amenagement del 1971, la nascita dei primi gruppi armati anticolonialisti e la pubblicazione del manifesto politico “Autonomia” ad opera dell'Azione pè a Rinascita Corsa nel 1974, il richiamo alla definizione esplicita di “nazionalismo” in nome del diritto all'autodeterminazione del popolo corso- sino alla data cruciale del 21 agosto 1975. Quel giorno un gruppo di militanti dell'ARC occupò la cantina di un colono ad Aleria, al fine di smuovere l'opinione pubblica riguardo il problema della colonizzazione agraria e della produzione vinicola truffaldina da parte dei coloni, i quali sovrazuccheravano i propri vini al fine di aumentarne la gradazione alcolica, facendo concorrenza sleale ai viticoltori autoctoni. Questa data segna la nascita del nazionalismo moderno. La violenta repressione seguita a quell'atto- scioglimento formazioni nazionaliste, chiusura giornali filonazionalisti, arresti, creazione di corpi polizieschi paralleli al fine di intimidire gli esponenti politici nazionalisti- pose il nazionalismo corso di fronte all'esigenza di rivedere la propria tattica. Il 5 maggio 1976 il Fronte di Liberazione Nazionale Corso- con una forte venatura socialista- annunciò la propria nascita con una serie di attentati alla vigilia del processo al leader nazionalista Edmond Simeoni, protagonista dei fatti d'Aleria. D'ora in avanti, la storia del nazionalismo si svilupperà sulla dicotomia moderati/autonomisti e indipendentisti: i primi intendono portare avanti una lotta democratica e non violenta per l'evoluzione istituzionale della Regione, rifiutando di sostenere le azioni del FLNC; i secondi intendono essere l'aspetto politico legale della lotta per l'indipendenza dell'isola, per cui le azioni del Fronte per indebolire la dominazione francese sono pienamente legittime.
Dagli anni'80 ad oggi possiamo notare una correlazione tra i picchi di consenso ottenuto dai nazionalisti nella società e l'evoluzione istituzionale. Si vede sempre uno Stato disposto a concedere, al fine di frenare l'ascesa di un movimento a lui ostile. Così, la riapertura dell'Università di Corte e lo statuto particolare del 1982 furono il risultato dell'intenzione della nuova presidenza socialista di Mitterrand di rompere con la fallimentare politica di Giscard d'Estaing, basata sulla mera repressione; il nuovo statuto del 1991- con cui si istituì la Collettività Territoriale con un proprio Consiglio Esecutivo, differenziata dalle Regioni sul continente, ampliando le competenze precedenti ad esempio su trasporti, turismo e sviluppo economico e concedendo nuove entrate da tributi riscossi sull'isola- avvenne dopo un periodo di espansione del nazionalismo nella società- specie con la creazione di associazioni autonome da quelle continentali come il Sindicatu di i Travagliadori Corsi- che sarà certificato dalle elezioni regionali del 1992, in cui i nazionalisti supereranno per la prima volta il 20% dei voti con la coalizione Corsica Nazione ed il Movimento Corso per l'Autonomia, portando nell'Assemblea ben 13 esponenti. Il terzo processo di devoluzione delle competenze all'istituzione insulare- con il Processo di Matignon tra il primo ministro Jospin e l'Assemblea corsa- avverrà dopo il successo elettorale indipendentista di Corsica Nazione- in cui non vi erano più i moderati dell'Unione di u Populu Corsu e quindi a dominare erano i radicali della Cuncolta Naziunalista- alle elezioni del 1999 con il 16.77% ed 8 seggi. Con la legge 92/2002 si otterrà- tra le altre cose- l'insegnamento della lingua corsa nella scuola primaria ed elementare, la piena competenza sulla gestione dei porti ed aeroporti più importanti, la possibilità di elaborare un Piano di Sviluppo Sostenibile ed Utilizzo del territorio (PADDUC) ed un piano di investimenti per l'isola definito e condiviso con lo Stato centrale.
Proprio sul PADDUC la Destra unionista, al governo dal 2004 al 2010, perse molto consenso a causa della sua visione “residenziale” dello sviluppo economico. Il progetto di ulteriore cementificazione suscitò una grande indignazione popolare, tale da essere bocciato dall'Assemblea di Corsica e ritirato. La Sinistra unionista – legata a formazioni che in Francia sono a Sinistra del PS, che nell'isola è invece un partito marginale- sarà il principale avversario dei nazionalisti alle elezioni del 2010 come nelle ultime. La crisi economica quanto la crisi di consenso dei partiti di potere sul continente hanno favorito l'ascesa elettorale dei movimenti nazionalisti, valida alternativa ad un sistema sempre più screditato. Il Front National, a differenza di quanto avviene nel resto dello Stato, non è in grado di competere per l'esecutivo ed il suo elettorato nell'isola probabilmente è molto legato ai coloni ed alle città di rilevante presenza militare; tuttavia, il suo circa 10% di voti, preso in entrambi i turni del 2015, ha favorito i nazionalisti, frazionando l'unionismo in tre e impedendo alla Destra quanto alla Sinistra unionista di poter esprimere un esecutivo.
Alle elezioni del 2010, le due anime principali del nazionalismo corso- Femu a Corsica e Corsica Libera- si presentarono divise in entrambi i turni elettorali, riuscendo comunque ad affermarsi con 51383 voti (35.73%) al secondo, conquistando un totale di 15 seggi. Un grande successo, che portò i nazionalisti come seconda forza entro l'Assemblea dietro la Sinistra unionista di Giacobbi, che vinse le elezioni con un distacco di soli 1280 voti. La forte minoranza nazionalista- grazie anche al sostegno dei socialdemocratici autonomisti e della federazione corsa del PS- riuscì a fare approvare dal massimo organo deliberativo isolano delle importanti decisioni: la coufficialità della lingua corsa; lo statuto di residenza- baluardo contro la speculazione edilizia (solo nel 2012, il 36% delle nuove residenze era di seconde case, specie per cittadini non corsi) e primo passo verso la cittadinanza corsa in stile Nuova Caledonia- consente di acquisire un terreno o un alloggio solo a residenti nell'isola per almeno 5 anni; lo statuto fiscale corso, in difesa del privilegio fiscale degli Arreté Miot che consentiva una deroga alla tassa di successione, importante per impedire che stranieri abbienti si approprino di proprietà di cittadini corsi troppo poveri per poter pagare i diritti di successione; un nuovo PADDUC che protegge 105000 ha di spazi agricoli strategici dalla cementificazione; la richiesta di amnistia dei prigionieri politici (18 militanti nazionalisti sono incarcerati, alcuni di questi sono stati recentemente protagonisti di scioperi della fame in nome del proprio diritto alla territorialità della pena); un emendamento nella legge di decentramento in votazione a Parigi, che consente la realizzazione di una collettività territoriale unica che acquisirà le competenze dei dipartimenti dell'Alta Corsica e della Corsica del Sud - strumenti clientelari- che saranno aboliti. La legislatura 2010-2015 ha aperto un duro scontro con lo Stato centrale, che risponderà esclusivamente con la repressione, in particolare verso la rinata Ghjuventù Indipendentista che è sempre stata in prima linea nelle mobilitazioni dal basso a sostegno delle proposte nazionaliste approvate dalla maggioranza dei rappresentanti legali del popolo corso. Nel 2014, Gilles Simeoni- alleatosi al secondo turno con frange dissidenti e minoritarie della Destra e della Sinistra unionista- divenne sindaco di Bastia sconfiggendo l'ultimo esponente della famiglia Zuccarelli, che aveva dominato la città dal 1968. Malgrado l'alleanza sia stata fortemente criticata dagli indipendentisti, questa vittoria elettorale del leader di Femu a Corsica può essere vista come il prologo del trionfo nazionalista che sarebbe arrivata un anno dopo alle elezioni regionali.
Il 2014 ha visto anche l'abbandono delle armi da parte del FLNC, volto a favorire il processo democratico in atto.
L'esecutivo nazionalista corso avrà ora due compiti principali, oltre l'ordinaria amministrazione: l'applicazione effettiva delle decisioni della scorsa legislatura e guidare il processo di realizzazione della collettività territoriale unica. Ogni fase di crescita del movimento nazionale corso è stato accompagnato da un'evoluzione istituzionale; alla luce della storia recente, dunque, ora che il nazionalismo è forte come non lo era mai stato- tanto da essere capace di coinvolgere anche chi, pur non essendo nazionalista, vuole un cambiamento dello stato di cose presenti- è lecito pensare che possa succedere lo stesso. Innanzitutto con una revisione costituzionale che inserisca la Corsica nella Costituzione Repubblicana al fine di permettere alla CTC di intervenire con piena competenza su questioni specifiche come la lingua o la fiscalità, la protezione del  patrimonio fondiario e dunque di applicare tutte le suddette decisioni assembleari. Gli ostacoli sono legati alla maggioranza unionista nell'Assemblea di Corsica- 26 seggi, con l'assenza degli alleati dei deputati nazionalisti della scorsa legislatura- ed allo spostamento a Destra dell'asse politico francese. Le tre evoluzioni istituzionali dagli anni'80 all'inizio del 2000 sono state possibili anche grazie a dei governi socialisti a Parigi (Mauroy, Rocard, Jospin); ora il PS francese si vede costretto ad inseguire il Front National anche sul fronte della difesa dell'unità repubblicana e – come dimostrato dalle dichiarazioni del primo ministro Valls all'indomani dell'elezione del nuovo esecutivo- non sembra disposto a fare concessioni; inoltre, probabilmente sarà la Destra a vincere le prossime elezioni. Ma se lo Stato francese proseguirà nel suo atteggiamento intransigente non potrà che favorire un'ulteriore crescita del nazionalismo; come la Catalogna insegna.
Guardando alla storia contemporanea della Corsica si può comprendere bene l'importanza della elezioni del 13 dicembre: giunge al governo una nuova classe dirigente- espressione degli interessi della maggioranza della popolazione- dopo decenni in cui i raggruppamenti unionisti hanno detenuto le redini dell'apparato politico amministrativo rendendo possibile lo sfruttamento coloniale dell'isola. Insomma, siamo di fronte ad una vera rivoluzione democratica. Questa è stata l'esito di oltre mezzo secolo di opposizione al sistema dominante, non solo con le lotte delle organizzazioni nazionaliste politiche fuori e dentro l'assemblea o con la lotta armata ma anche- e soprattutto- attraverso la mobilitazione popolare, l'organizzazione di strutture autonome dall'unionismo nella società civile (dall'associazionismo studentesco, all'associazione dei genitori sino ai comitati contro la droga), il riacquisto culturale (ad esempio l'uso della lingua corsa, in particolare da parte di diversi gruppi musicali nati a partire dagli anni '60-'70). Qui sta anche l'esempio per altri movimenti d'emancipazione nazionale, in particolare quello sardo- dove esiste un analogo nemico interno- oltre che per le comunità nazionali (Bretagna e i baschi di Iparralde) oppresse dallo Stato francese, entro cui è più logico che si trasmetta il “contagio”. 

Andria Pili

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Altro che ‘buona scuola’, i presidi si sentono sempre più dei generali e trattano studenti e insegnanti alla stregua di una truppa da comandare a bacchetta. E, neanche a dirlo, gli spazi di agibilità, di semplice dibattito e approfondimento all’interno della scuola diventano sempre più esigui.
Stamattina un gravissimo atto di intimidazione e censura – l’ennesimo – è stato segnalato a Napoli, al liceo Jacopo Sannazaro. Nell’ambito della cosiddetta ‘settimana degli studenti’, che prevede numerose attività autogestite o comunque extracurricolari, l’associazione Acad, insieme all’Associazione Davide Bifolco, aveva organizzato una assemblea di approfondimento sulla vicenda che ha portato alla morte dell’adolescente napoletano per mano di alcuni esponenti delle 'forze dell'ordine' finiti poi sotto processo. L’iniziativa, con la partecipazione di Flora, la mamma di Davide, era regolarmente iniziata, e centinaia di studenti vi stavano partecipando con un grande coinvolgimento. Fino a che la preside del Sannazzaro non ha bruscamente interrotto l’assemblea intimidendo gli studenti, minacciati di provvedimenti disciplinari se avessero proseguito l'iniziativa, ed ha impedito l’intervento della mamma della giovane vittima di malapolizia.
Perché tanta foga e oltretutto ad iniziativa già in corso? Perché – si è giustificata la dirigente scolastica – l’assemblea non prevedeva il ‘contraddittorio’. Del resto ormai ci siamo abituati che se parla un partigiano deve parlare anche un criminale nazista o un reduce repubblichino… 

Di seguito il comunicato redatto e diffuso dagli studenti del Collettivo del Liceo napoletano:

"Nell'ambito della "settimana dello studente", il Collettivo Autonomo Sannazaro ha organizzato conferenze su diversi temi legati alla cultura e la democrazia. L'unica conferenza non autorizzata dalla preside è stata quella che vedeva ospiti gli avvocati di A.C.A.D.(Associazione Contro gli Abusi in Divisa) e la famiglia di Davide Bifolco.
Pacificamente gli studenti e il collettivo hanno dato lo stesso la possibilità di svolgere la conferenza e il dibattito , considerato essenziale e alla pari con altre tematiche trattate.
Nel pieno svolgimento dell'attività , con una grande partecipazione di studenti e con i dovuti chiarimenti sulla situazione , un gruppo di professori eseguendo gli ordini della dirigente e della vice-preside sono entrati nell'aula magna, instillando panico e paura immotivata negli studenti, invitandoli ad uscire e interrompendo gli esperti che conferivano. 
Per noi questo è un atto violento, repressivo e svolto tramite prevaricazione e abuso della propria posizione sui ragazzi (specialmente i più piccoli).
Un atto profondamente offensivo verso la madre di Davide Bifolco, alla quale è stato impedito di raccontare la storia di suo figlio e di dibattere sul perché questo possa succedere in un quartiere periferico di Napoli e non nella "Napoli bene " .
A seguito di questi fatti , gli ospiti e alcuni ragazzi hanno subito intimidazioni e minacce di denunce , al momento non ancora chiarendo le motivazione reali di una tale folle presa di posizione .
Non ci fermiamo , la lucha sigue".

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Sabato, 12 Dicembre 2015 08:09

Ross@ Torino, "Oltre l'Europa liberale"

“Oltre l'Europa Neoliberale: analisi e proposta politica sull'Europa e l'Euro” è il libretto edito da Ross@ a seguito dell'omonimo convegno tenutosi a Parma nel marzo di quest'anno. -->

Venerdì 4 Dicembre è stato presentato a Torino all'interno del secondo incontro pubblico cittadino della Piattaforma Sociale Eurostop. Oltre agli attivisti di Ross@ Parma erano presenti come relatori Giorgio Cremaschi (Ross@) e Enzo Miccoli (Usb Piemonte). Assente giustificata Nicoletta Dosio, rimasta nella “sua” Valsusa a seguito del fermo di alcuni Notav.

Il libro di Ross@ (disponibile in italiano ed inglese) ha il pregio di essere ben scritto e ben argomentato, fa luce sulla natura tecnocratica dell'UE e pone al centro la questione della sua rottura,

spiegando perché è un sistema irriformabile. Questa presentazione si inserisce quindi perfettamente all'interno del percorso della Piattaforma Eurostop.

I compagni di Parma hanno spiegato bene come l'UE si caratterizzi come un progetto politico multivello (sovranazionale, nazionale, locale), una sorta di super-struttura parastatale, essenzialmente tecnocratica e basata sui trattati, atti giuridici ibridi che sono in grado di modificare le costituzioni nazionali con un effetto diretto sui cittadini

Tre sono i pilastri dell'UE: l'ordoliberalismo (la dottrina economica e politica che ha inventato l'economia sociale di mercato, alla base della costituzione UE), il funzionalismo (il principio che riconduce la sovranità ad una specifica funzione, svincolata dalla dimensione territoriale) e l'atlantismo (la costruzione dell'Europa come testa di ponte degli USA per contrastare l'Unione Sovietica).

Perchè allora è sbagliato dire che la risposta alla natura tecnocratica dell'UE è dire “più Europa”? La risposta di Ross@ è che l'irriformabilità è insita nella natura stessa dell'UE, data la sua dinamicità e adattabilità al sistema capitalistico.

La proposta politica di Ross@ si basa dunque sulla rottura e sull'unità. Citando dal libretto “Rottura con il sistema di “governance” della UE e unità in quanto aggregazione più ampia possibile sulla base dei contenuti, con tutte le forze e i singoli che si ritrovano nella dimensione della rottura. Non intendiamo con questo una semplice sommatoria di ciò che già esiste, nell’intento di riunire le membra sparse della sinistra antagonista, in modo autoreferenziale e identitario, ma cercare aggregazione sulle tematiche proposte”. All'atto pratico questo significa cercare alleanze fra forze che (con il discrimine dell'antifascismo) propongano la rottura dell'UE e dell'Euro (pensarli scissi non è possibile) su temi come i referendum costituzionali. Adoperare la lotta per la costituzione in maniera contingente costituisce un buon punto di partenza.

L'intervento di Enzo Miccoli dell'USB Piemonte si è concentrato sui nefasti effetti che il progetto europeo ha avuto per i lavoratori e le lavoratrici. Non è un caso che il rafforzamento dell'UE sia andato di pari passo con le controriforme del lavoro (come il pacchetto Treu, la legge Biagi e le riforme di Fornero e Poletti) che hanno portato allo smantellamento dei diritti della classe lavoratrice. È quindi evidente il motivo per cui un lavoratore dovrebbe volersi svincolare da questa gabbia. Il compito difficile ma è comunque da realizzare perché l'ingiustizia in cui viviamo non è sopportabile se non entriamo in una dinamica di lotta, benché questa sia resa difficile dalle politiche antisindacali che stanno venendo attuate in vari paesi UE.

12309630 1671770563066177 1491067384833017331 oGiorgio Cremaschi ha portato sul terreno del dibattito la questione fondamentale della guerra, ricordando l'intreccio totale che esiste fra UE e Nato e la preoccupazione per la chiamata comune alla guerra della Francia, che fa quasi (quasi!) rimpiangere l'UE a trazione tedesca. Le opinioni pubbliche europee purtroppo non stanno reagendo, anche e soprattutto per colpa delle elites europee , specie quelle di “sinistra”. Basti a pensare all'esempio del premier greco Tsipras, che ha attuato una serie di manovre di destra come la legge sul pignoramento delle case o la soppressione della commissione sul debito pubblico, oltre alla costante collaborazione con Israele.

Ci sono però segni che dovrebbero indurre all'ottimismo e alla lotta: il risultato del referendum greco di quest'estate o il fatto che vi siano state importanti manifestazioni di opposizione alla guerra in Inghilterra. In Italia si ripartirà dall'appuntamento del 16 Gennaio 2016, nel venticinquennale della I guerra del golfo, in cui la piattaforma ha organizzato una manifestazione contro la guerra.

Un appuntamento che sarà fondamentale per consolidare gli obiettivi emersi nella prima assemblea nazionale di Eurostop e per provare a mobilitare tutte le forze autenticamente contro la guerra.

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