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Il senso dell'”ordine” suprematista

Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti.

E’ relativamente facile vedere il legame infame tra i morti causati dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna, già teatro delle «gesta» della «banda della Uno bianca», in odor di servizi segreti per nulla «deviati» – e il gioielliere-giustiziere della notte.

Una miriade di casi simili mettono infatti in luce il non detto alla base delle infinite prese di posizione giustificazioniste, riduzioniste, «comprensive» o addirittura «incitanti» a fare di più e di peggio: la vita di un essere umano conta solo se si «è qualcuno» (un possidente, un membro dell’upper class, un gioielliere, una con il Suv, un professionista, un borghese insomma).

Altrimenti quell’essere umano diventa uno «scarto» – avrebbe detto Papa Francesco – che va soltanto accompagnato in discarica. Un «costo passivo», per i contabili del neoliberismo, da cancellare.

Non ci sono argomenti da contrapporre a chi sostiene una visione del genere. Manca infatti il «terreno comune» per avviare un confronto. Se devo spiegare ad un essere presuntamente umano che ogni persona su questa Terra, per il solo fatto d’esser nato, ha diritto a vivere, capite bene che non ci sono parole adatte a farglielo capire. Magari due pizze in faccia aiuterebbero un po’…

Ma non inganniamo noi stessi. Non è che chi non vuole capire sia cretino. Semplicemente non vuole. O meglio, ha capito benissimo – non stiamo parlando dei «giustizieri da tastiera», subumani per incapacità di scelta – e ha deciso che una certa quota di popolazione «inservibile» per produrre, fosse pure temporaneamente (uno «sballo» o un deficit di equilibrio capitano un po’ a tutti, o quasi), può essere eliminata. Il loro problema è costruire una narrazione che lo giustifichi.

E lo stanno facendo.

Di fronte ad un omicidio registrato secondo per secondo, chi oppone il fatto che la vittima avesse «precedenti», oppure che «sono state eseguite in modo corretto tutte le procedure», sta affermando che si possono sopprimere senza problemi persone «marchiate» o no da qualche errore minore, registrato o meno dalla magistratura, o che «la tecnica» usata per l’omicidio sia formalmente «legale» (lo sostiene il governo Meloni).

Il che ricorda quella famosa battuta «l’intervento è perfettamente riuscito, purtroppo il paziente è morto».

Il primo caduto di questa linea «narrativa» è il fondamento del diritto in qualsiasi paese moderno: «la legge è uguale per tutti».

Dietro i tifosi del gioielliere-giustiziere o della ricca investitrice con il Suv c’è lo spettro omicida del diritto differenziato, con un codice penale ufficiale valevole solo per i disgraziati (il 95% della società), per cui valgono in esclusiva «legge, ordine e manganello», e con un altro diritto, non codificabile, fatto di eccezioni su basi di classe. Eccezioni tanto più rilevanti quanto più grande è il patrimonio.

Non a caso Elon Musk si è sentito in dovere di partecipare al coro con il suo «peso»…

Un po’ come è avvenuto per i frequentatori dell’isola di Jeffrey Epstein, compresi alcuni presidenti Usa, che trovavano «normale» vivere in una bolla esente da regole e morale, e contemporaneamente prescrivere – a base di leggi e «ordini esecutivi» – come dovesse vivere il resto della popolazione. Da schiavi, ovviamente…

Ma anche questo degrado degradante non sarebbe possibile se l’edificio valoriale, e quindi anche legale, dell’Occidente capitalistico stesse ancora in piedi. Per quanto fasullo, ipocrita, finto, quel regno del «doppio standard» aveva fissato qualche limite. Incerto e modificabile, certo, ma codificato e appellabile, che costringeva in qualche misure il potere del più forte e «non esagerare» oppure ad assumere su di sé il disonore, pubblico e internazionale.

Ma l’Occidente capitalistico ha ormai sdoganato la legittimità del genocidio e in contemporanea l’impossibilità di una critica a chi lo sta mettendo in pratica.

Il fondamento di questa distorsione irreparabile non è più un diritto razionale «uguale per tutti», né un insieme di valori che convergono nella definizione di ciò che è umano e ciò che non può esserlo.

Il fondamento può essere solo un suprematismo con pretese «metafisiche», di ordine divino per chi si crede un «popolo eletto», o di puro potere per chi – manipolando piattaforme in mano a miliardari che controllano miliardi di persone – ritiene di poter ormai ammettere che «la democrazia è incompatibile con la libertà». Perché la condivisione del potere politico («l’interesse generale») intralcia per forza di cose il «libero esercizio della libera impresa».

Siamo di nuovo nel buco nero che conduce alla guerra, sia civile che internazionale. Ed è ovvio che in guerra la vita «dei nostri» vale molto, quella del nemico nulla. Basta guardare un telegiornale per verificarlo.

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1 Commento


  • Oigroig

    Descrivere la nostra cupa situazione comporterebbe di dire qualcosa anche sul «che fare?». Su questo punto vi è incertezza e titubanza a fare ragionamenti e proposte. Direi «due pizze in faccia» è una metafora, una toppa, quasi un modo per non affrontare la questione. Viviamo in un ambiente sociale oppresso da una pervasiva violenza dall’alto, e non è solo questione di singoli omicidi, perché ogni violenza vale anche come intimidazione e minaccia per tanti altri. Vi è una parte della popolazione di questo paese che è minacciato dalla «sicurezza» di Stato. Che fare? come costruire un rapporto di forza dal basso? cioè una pratica di autodifesa degli «scarti»? Non ho risposte, non vedo che ce ne siano ora sul tavolo, ma la violenza sedimenta di per sé potere e autoritarismo e può limitate i suoi effetti deteriori e avere capacità trasformativa e liberatoria SOLO SE coinvolge una massa, un’ampia collettività sociale e non ristrette avanguardie, in modo da disinnescare la spettacolarizzazione della violenza sociale (che è il modo con cui il potere la strumentalizza e la governa). D’altra parte, richiamarsi alla «nonviolenza» mi pare ipocrita, è una parola vuota adatta a chi ha già le spalle coperte, visto che viviamo in un mondo sempre più saturo di violenze statali, economiche, padronali, legali, ecc. Insomma, non basta descrivere l’ingiustizia, ma occorrerebbe pensare e discutere linee di azione efficaci, avere una teoria, un codice di comportamento, una cultura del «che fare?». Su questo occorrerebbe aprire uno spazio discorsivo di riflessione contro la rimozione e l’acquiescenza.

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